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Urge porre un freno alla Cancel Culture. Awomen (ovvero Amen al femminile)

“La libertà di parola è minacciata, non solo dai populismi ma dallo stesso pensiero progressista. Giunge per molti versi sorprendente e inaspettato l’appello pubblicato da Harper’s Magazine e firmato da oltre 150 intellettuali.

di Carla Ceretelli | 9 Dicembre 2021

L’intolleranza della tolleranza. Fra cultura della cancellazione e cancellazione della cultura.

Un tentativo assurdo e surreale di cancellare tracce del passato, considerate fino a ieri esemplari se non addirittura eroiche,  oggi ritenute imbarazzanti, se non proprio riprovevoli. Tanto da  essere considerate degne di demolizione. Parte dall’Usa e sbarca in Europa frettolosamente. Da colombo, Churcill Montanelli. Oggi considerati,  da alcuni, razzisti schiavisti sessisti.

“In un anno tutta la cultura è passata dal tritacarne ideologico .Un passo falso e finisci ne rogo virtuale”, per dirla con Giulio Meotti.

Il fenomeno, ormai quasi polveroso, tanto se ne parla  sfidando  il tempo che passa,   sta diventando insostenibile.

La strada intrapresa pare portare verso l’orrido. Conviene aggrapparsi ai bordi prima di precipitare.  Attacchiamoci a sassi  e massi interrati, radici  di piante, ma facciamo di tutto per non precipitare.

Si è iniziato con l’abbattimento delle statue. Poi siamo arrivati al linguaggio.

Si sono inventati di tutto  dando adito a  enorme confusione fra  esposizioni LBGT, deposizioni  e abbattimenti di siti  artistici fino alle  finali di parole fra  schwa e asterischi.

“La libertà di parola è minacciata, non solo dai populismi ma dallo stesso pensiero progressista. Giunge per molti versi sorprendente e inaspettato l’appello pubblicato da Harper’s Magazine e firmato da oltre 150 intellettuali, accademici e giornalisti, tra cui molti esponenti di spicco delll’intellighenzia liberal. Le pur giuste preoccupazioni su giustizia e di inclusione, scrivono gli estensori, rischiano di indebolire “il libero confronto e la tolleranza delle differenze in favore del conformismo ideologico. Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è alquanto  acceso, sia per   l’ esagerata ascesa  dell’uso dei social come piazza mediatica e la polarizzazione della politica. E così, non a un confronto  equilibrato e moderato, bensì a uno scontro tra contrapposte ortodossie, si sta oggi assistendo”.

La lettera  ha  sollevato reazioni non indifferenti. “Alcuni colleghi che stimo l’hanno firmato, altri no: personalmente ho trovato condivisibile l’appello, pur nella sua estrema genericità  – spiega a Il Bo Live Mario Del Pero, docente di storia internazionale e di storia della politica estera statunitense presso il prestigioso Institut d’études politiques/SciencesPo di Parigi –. La preoccupazione che emerge è quella di fissare paletti per salvaguardare un confronto intellettuale aperto, rispetto a un’ossessione che credo si sia diffusa verso il linguaggio e che sembra ogni giorno ridurre e monitorare sempre più il perimetro del dicibile”.

Ecco, proprio di ossessione si tratta.

La casistica è numerosa e negli ultimi tempi si è vieppiù  intensificata. Lo psicologo cognitivo e linguista di Harvard Steven Pinker, tra i firmatari della lettera, è stato sommerso dalle critiche per aver messo in dubbio le ragioni delle recenti proteste in America e per aver utilizzato le espressioni come “urban violence”, che rimanderebbero a concetti e visioni razziste.  

“Qualche anno fa un docente all’università di Toronto è stato attaccato perché, nonostante le loro richieste, non ha accettato di rivolgersi ad alcuni studenti usando un pronome ‘neutro’ (‘ze’o ‘zir’) invece che maschile o femminile – continua Del Pero –. Io stesso negli Stati Uniti una volta ho ricevuto una lettera di protesta da parte di alcuni studenti e studentesse perché ho usato l’aggettivo sexy in riferimento alla tesi di dottorato di Condoleezza Rice, la prima donna afroamericana divenuta segretaria di Stato”.

Naturalmente le democrazie sono per definizione progetti incompiuti, e,   insieme alla  trasformazione dei diritti c’è necessariamente, talvolta forzatamente,  anche quella del linguaggio .  “Una volta c’era persino un “Journal of Negro Studies”:  oggi il termine ha acquisito  una chiara valenza dispregiativa ed è  inaccettabile. È giusto fare attenzione, soprattutto da parte di noi educatori e insegnanti, ma c’è il rischio che il progressivo restringimento di quello che si può e non si può dire alla fine nuoccia sia alla libertà intellettuale che all’insegnamento”.

Belli i tempi in cui si poteva cantare con grande emozione Angeli Negri di Fausto Leali.

Altare, Vergine bianca, Angelo negro, povero negro,  nel Signore io credo….

Tutto non “consigliato” o sconsigliato. Ce lo chiede/va l’Europa  che ha subito sonoramente  rinculato. Facendo finta di non averlo mai detto né pensato. Insomma che non voleva dire quello che ha detto,  ma altro. Insomma, con altra significatio.

Ma l’esplosione e l’alzata di scudi di una maggioranza qualificata di religiosi, fedeli,  agnostici laici e atei, ha   immediatamente zittito chi ha avuto questa malsana idea.

Le nostre tradizioni non si toccano. Con tutto il rispetto delle culture altre,  la nostra deve essere la prima ad essere rispettata e nessuno deve venire a  casa nostra a metterla in discussione.

Come risposta discutibile ad un’istanza reale, la cancel culture avrebbe un senso, dato che non  esiste una cultura “neutrale”, neppure  la nostra,  che non abbia delle negatività.  Trattasi di  razzismo, schiavismo,  maschilismo,  che in tutte le loro forme palesi o subdole,    purtroppo sono ancora presenti  in Occidente. Benché in misura abbastanza ridotta, e  sotanto  nella mente  di alcuni. Pochi in verità.  Ma vanno giustamente stigmatizzati. Le ingiustizie erette a sistema e codificate in leggi inique vanno modificate.

“La cultura occidentale non è il regno di Dio realizzato e quindi non va difesa in modo ideologico e “conservatore”.

 Ma  davvero la soluzione della “cancel culture” è migliore del male che vuole combattere? O non è piuttosto un male che cerca di combattere un male, col risultato di peggiorare ancor più la situazione?

Quello che preoccupa della “cancel culture” è il progetto intollerante di cui è portatrice. Usando il titolo del libro di Don Carson, il suo avvento sarebbe il trionfo dell’intolleranza della nuova tolleranza (Chieti, Edizioni GBU 2016), la tirannia del “politicamente corretto”, l’imposizione di un pensiero unico e violento. Presentandosi in nome della tolleranza, la “cancel culture” non tollera ciò che non si confà alla sua ideologia mascherata di tolleranza, ma che è veramente intollerante. La tesi del libro di Carson è che “si deve distinguere la vecchia tolleranza dalla nuova. La vecchia tolleranza accettava (almeno in via di principio) l’esistenza di visioni diverse in un quadro di laicità, era pronta a discuterle e a contrastarle, ma anche a tollerarle, nel caso in cui fossero “diverse”, anche emotivamente “offensive” per qualcuno. La nuova tolleranza non è interessata alla verità e non è veramente pluralista. Finge di essere pluralista, ma è monista. Finge di essere critica, ma è integrista. In nome del rispetto, tende ad imporre un pensiero unico: il proprio. Vuole sostituire un pensiero dominante con un pensiero unico. Vuole cancellarne uno per imporne un altro”.

“La cultura cristiana sa identificare  le istanze critiche della “cancel culture” non erigendosi a difensore d’ufficio,   in modo assolutistico,  della cultura occidentale. La nostra cultura ha bisogno di un costante lavoro di riforma e la “cancel culture” è una voce che ci può dire a cosa siamo assuefatti, anche se non dovremmo esserlo. Premesso questo,  la soluzione proposta, come la tirannia del “corretto” e il silenziamento delle voci “scorrette”,  non è migliore del male da curare. La “cancel culture” è malata dello stesso male, anche se in forme diverse, che vorrebbe curare e superare”.

Carla Ceretelli

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, europa, freno, harvard, Laici, laicità, lavoro, parigi, razzismo, soluzione, stati uniti, studenti, usa

Info Carla Ceretelli

Nata a Sesto fiorentino, risiede da sempre a Firenze, attualmente nella Piazza di Santa Croce. Laureata in in Pedagogia qualche decennio fa, non ha mai amato l’insegnamento e ha scelto di affiancare il marito farmacista nella conduzione della Farmacia Logge del grano, nella Via de’ Neri, per oltre 25 anni. Impegnata in politica attiva sul territorio è stata Consigliere del Quartiere Uno Centro Storico dal 99 al 2009. Da qualche anno si è affrancata dal lavoro e si dedica a varie occupazioni nel sociale, nel volontariato e canta nel coro “Accademia del Diletto” di Giorgiana Corsini. Ha sempre amato scrivere e avrebbe voluto fare la giornalista ma da giovane non ne ha avuto l’opportunità e forse neppure il coraggio. Ma ha sempre scribacchiato in modo non professionale. E, per la serie non è mai troppo tardi, collabora ora molto volentieri con Pensalibero.

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