L’intolleranza della tolleranza. Fra cultura della cancellazione e cancellazione della cultura.
Un tentativo assurdo e surreale di cancellare tracce del passato, considerate fino a ieri esemplari se non addirittura eroiche, oggi ritenute imbarazzanti, se non proprio riprovevoli. Tanto da essere considerate degne di demolizione. Parte dall’Usa e sbarca in Europa frettolosamente. Da colombo, Churcill Montanelli. Oggi considerati, da alcuni, razzisti schiavisti sessisti.
“In un anno tutta la cultura è passata dal tritacarne ideologico .Un passo falso e finisci ne rogo virtuale”, per dirla con Giulio Meotti.
Il fenomeno, ormai quasi polveroso, tanto se ne parla sfidando il tempo che passa, sta diventando insostenibile.
La strada intrapresa pare portare verso l’orrido. Conviene aggrapparsi ai bordi prima di precipitare. Attacchiamoci a sassi e massi interrati, radici di piante, ma facciamo di tutto per non precipitare.
Si è iniziato con l’abbattimento delle statue. Poi siamo arrivati al linguaggio.
Si sono inventati di tutto dando adito a enorme confusione fra esposizioni LBGT, deposizioni e abbattimenti di siti artistici fino alle finali di parole fra schwa e asterischi.
“La libertà di parola è minacciata, non solo dai populismi ma dallo stesso pensiero progressista. Giunge per molti versi sorprendente e inaspettato l’appello pubblicato da Harper’s Magazine e firmato da oltre 150 intellettuali, accademici e giornalisti, tra cui molti esponenti di spicco delll’intellighenzia liberal. Le pur giuste preoccupazioni su giustizia e di inclusione, scrivono gli estensori, rischiano di indebolire “il libero confronto e la tolleranza delle differenze in favore del conformismo ideologico. Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è alquanto acceso, sia per l’ esagerata ascesa dell’uso dei social come piazza mediatica e la polarizzazione della politica. E così, non a un confronto equilibrato e moderato, bensì a uno scontro tra contrapposte ortodossie, si sta oggi assistendo”.
La lettera ha sollevato reazioni non indifferenti. “Alcuni colleghi che stimo l’hanno firmato, altri no: personalmente ho trovato condivisibile l’appello, pur nella sua estrema genericità – spiega a Il Bo Live Mario Del Pero, docente di storia internazionale e di storia della politica estera statunitense presso il prestigioso Institut d’études politiques/SciencesPo di Parigi –. La preoccupazione che emerge è quella di fissare paletti per salvaguardare un confronto intellettuale aperto, rispetto a un’ossessione che credo si sia diffusa verso il linguaggio e che sembra ogni giorno ridurre e monitorare sempre più il perimetro del dicibile”.
Ecco, proprio di ossessione si tratta.
La casistica è numerosa e negli ultimi tempi si è vieppiù intensificata. Lo psicologo cognitivo e linguista di Harvard Steven Pinker, tra i firmatari della lettera, è stato sommerso dalle critiche per aver messo in dubbio le ragioni delle recenti proteste in America e per aver utilizzato le espressioni come “urban violence”, che rimanderebbero a concetti e visioni razziste.
“Qualche anno fa un docente all’università di Toronto è stato attaccato perché, nonostante le loro richieste, non ha accettato di rivolgersi ad alcuni studenti usando un pronome ‘neutro’ (‘ze’o ‘zir’) invece che maschile o femminile – continua Del Pero –. Io stesso negli Stati Uniti una volta ho ricevuto una lettera di protesta da parte di alcuni studenti e studentesse perché ho usato l’aggettivo sexy in riferimento alla tesi di dottorato di Condoleezza Rice, la prima donna afroamericana divenuta segretaria di Stato”.
Naturalmente le democrazie sono per definizione progetti incompiuti, e, insieme alla trasformazione dei diritti c’è necessariamente, talvolta forzatamente, anche quella del linguaggio . “Una volta c’era persino un “Journal of Negro Studies”: oggi il termine ha acquisito una chiara valenza dispregiativa ed è inaccettabile. È giusto fare attenzione, soprattutto da parte di noi educatori e insegnanti, ma c’è il rischio che il progressivo restringimento di quello che si può e non si può dire alla fine nuoccia sia alla libertà intellettuale che all’insegnamento”.
Belli i tempi in cui si poteva cantare con grande emozione Angeli Negri di Fausto Leali.
Altare, Vergine bianca, Angelo negro, povero negro, nel Signore io credo….
Tutto non “consigliato” o sconsigliato. Ce lo chiede/va l’Europa che ha subito sonoramente rinculato. Facendo finta di non averlo mai detto né pensato. Insomma che non voleva dire quello che ha detto, ma altro. Insomma, con altra significatio.
Ma l’esplosione e l’alzata di scudi di una maggioranza qualificata di religiosi, fedeli, agnostici laici e atei, ha immediatamente zittito chi ha avuto questa malsana idea.
Le nostre tradizioni non si toccano. Con tutto il rispetto delle culture altre, la nostra deve essere la prima ad essere rispettata e nessuno deve venire a casa nostra a metterla in discussione.
Come risposta discutibile ad un’istanza reale, la cancel culture avrebbe un senso, dato che non esiste una cultura “neutrale”, neppure la nostra, che non abbia delle negatività. Trattasi di razzismo, schiavismo, maschilismo, che in tutte le loro forme palesi o subdole, purtroppo sono ancora presenti in Occidente. Benché in misura abbastanza ridotta, e sotanto nella mente di alcuni. Pochi in verità. Ma vanno giustamente stigmatizzati. Le ingiustizie erette a sistema e codificate in leggi inique vanno modificate.
“La cultura occidentale non è il regno di Dio realizzato e quindi non va difesa in modo ideologico e “conservatore”.
Ma davvero la soluzione della “cancel culture” è migliore del male che vuole combattere? O non è piuttosto un male che cerca di combattere un male, col risultato di peggiorare ancor più la situazione?
Quello che preoccupa della “cancel culture” è il progetto intollerante di cui è portatrice. Usando il titolo del libro di Don Carson, il suo avvento sarebbe il trionfo dell’intolleranza della nuova tolleranza (Chieti, Edizioni GBU 2016), la tirannia del “politicamente corretto”, l’imposizione di un pensiero unico e violento. Presentandosi in nome della tolleranza, la “cancel culture” non tollera ciò che non si confà alla sua ideologia mascherata di tolleranza, ma che è veramente intollerante. La tesi del libro di Carson è che “si deve distinguere la vecchia tolleranza dalla nuova. La vecchia tolleranza accettava (almeno in via di principio) l’esistenza di visioni diverse in un quadro di laicità, era pronta a discuterle e a contrastarle, ma anche a tollerarle, nel caso in cui fossero “diverse”, anche emotivamente “offensive” per qualcuno. La nuova tolleranza non è interessata alla verità e non è veramente pluralista. Finge di essere pluralista, ma è monista. Finge di essere critica, ma è integrista. In nome del rispetto, tende ad imporre un pensiero unico: il proprio. Vuole sostituire un pensiero dominante con un pensiero unico. Vuole cancellarne uno per imporne un altro”.
“La cultura cristiana sa identificare le istanze critiche della “cancel culture” non erigendosi a difensore d’ufficio, in modo assolutistico, della cultura occidentale. La nostra cultura ha bisogno di un costante lavoro di riforma e la “cancel culture” è una voce che ci può dire a cosa siamo assuefatti, anche se non dovremmo esserlo. Premesso questo, la soluzione proposta, come la tirannia del “corretto” e il silenziamento delle voci “scorrette”, non è migliore del male da curare. La “cancel culture” è malata dello stesso male, anche se in forme diverse, che vorrebbe curare e superare”.
Carla Ceretelli

Lascia un commento