
Al di là delle vesti istituzionali, dietro a ogni personaggio della politica c’è un uomo con i suoi pregi e i suoi difetti, i suoi limiti.
Ma se la responsabilità politica non è una responsabilità giuridica, a che titolo se ne occupano i giuristi, ed in particolare i costituzionalisti?
Anche i politici onesti, ben intenzionati, hanno il difetto di non spiegare adeguatamente i loro comportamenti, di non far presente in modo netto le difficoltà che si frappongono alla loro azione o, varie volte, l’impossibilità di conseguire certi risultati pur desiderati dai cittadini. Per fare un confronto, che dimostra l’erroneità del comportamento dei politici, si può parlare dei medici, i quali,se sono alle prese con una malattia assolutamente incurabile o comunque non guaribile , spiegano con chiarezza i limiti della loro azione terapeutica a pazienti e ai loro parenti.
Se i medici si comportassero come i politici, sarebbero oggetto di ben minor stima di quanto godano e non favorirebbero la formazione di una cultura sanitaria nel pubblico.
Ma si sa i politici piuttosto che preoccuparsi di dire la verità si preoccupano di ricercare il consenso e vincere le elezioni. Si potrebbe poi aggiungere che la vittoria elettorale è quanto mai appetibile e necessaria, poiché in seguito alla stessa non solo si possono acquisire posizioni di potere, utili per la realizzazione di programmi di governo, e per avere credito e stima pubblica: i vincitori hanno sempre un plusvalore.
Del resto , i generali che vincono una guerra sono più prestigiosi dei generali perdenti .
Nella vita comune,invece,il professionista che dimostri, in modo ampiamente argomentato, l’impossibilità di una soluzione o la mancanza di convenienza della stessa perché i costi siano superiori ai vantaggi, può convincere i clienti della validità del suo operato e può contrastare le pretese eccessive della controparte.
Ecco perché i politici sbagliano quando temono l’impopolarità, in caso di rappresentazione
di difficoltà o di limiti della loro azione e, ben si può ben vedere il danno che subiscono per il loro atteggiamento timoroso e rinunciatario.
E’ un viaggio che ci porta, prima ancora che nel campo della competenza in certi ruoli chiave, nel campo della dignità dei comportamenti umani e della corretta percezione, in chiave oggettiva, del proprio valore, che non sempre è pretendibile, nemmeno nei confronti di chi rappresenta un’Istituzione.
L’uomo giusto ,se esiste ancora,dovrebbe sempre ricordare a se stesso che può restituire dignità al ruolo ricoperto, ed evitare al contempo di chiudersi in un moto di arroganza autoreferenziale, tramite un atto semplice ma potentissimo e nobile, che va al di là del rapporto fiduciario con la maggioranza di turno: un atto chiamato dimissioni.
In alternativa, uno Stato che si rispetti dovrebbe chiedere scusa a chi ha pagato un costo troppo alto per scelte sbagliate. Anche se forse non chiedere scusa è solo l’estremo e goffo tentativo di sentirsi ancora degno della carica ricoperta.
Daniela Piesco

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