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Unione Europea: dov’ è l’ uscita?

In Inghilterra si vota e il popolo, ci piaccia o no, decide. E’ questa la lezione che viene dall’altra sponda della Manica. Facciamocene una ragione e iniziamo a ragionare seriamente su quale dev’essere il destino di questa Unione Europea.

di Roberto Riviello | 27 Giugno 2016

A ben guardare, il voto dei britannici che ha appena santificato l’ Exit rassomiglia a quelle separazioni  inaspettate di certi mariti o certe mogli che all’ improvviso, una mattina, dopo anni di matrimonio che all’ altro coniuge sembrava filare liscio, escono di casa con la valigia in mano, salutano oppure no, e se ne vanno per la loro strada. A quelli che restano  prende lo sgomento, la rabbia, persino il panico, e allora si gettano sulla prima poltrona a domandarsi che diavolo sia successo alla moglie o al marito, se magari sia impazzita/o o se, peggio ancora, abbia trovato un altro compagno/a.

A leggere i giornali filo-europeisti in questi giorni,  ma anche i commenti sui social, si capisce che predomina un senso di abbandono e di sconforto generale, per cui  si denunciano le “menzogne” della propaganda anti UE che avrebbero annebbiato le menti inglesi, si intravedono scenari cupi di imminenti crisi economiche in tutti i Paesi del continente, addirittura si paventa la fine dei programmi di scambio Erasmus come se le università inglesi siano tutte sul punto di chiudere i battenti agli studenti stranieri.

Come le mogli e i mariti abbandonati e schoccati, giriamo per le stanze della nostra casa (europea) che di colpo ci sembra vuota senza l’ Inghilterra, piangiamo e inveiamo; ma ancora non riusciamo a fare un’ analisi seria, razionale del perché e del percome. Al massimo  produciamo interpretazioni sociologiche del voto che dividono l’ elettorato inglese in fasce d’età ed arrivano alla conclusione che la colpa della Brexit è tutta dei vecchietti over 60, visto che i giovincelli tra i 18 e i 25 erano totalmente a favore del Remain e gli altri  abbastanza. Probabilmente qualcuno, anche se non lo scrive, lo pensa già che in futuro bisognerebbe togliere il voto ai nonni, che sono buoni soltanto quando abbiamo bisogno della loro pensione per arrivare a fine mese o per farci regalare il motorino e la macchina nuova, ma se poi vanno a votare combinano  dei gran casini, come hanno fatto in Inghilterra.

E così siamo quasi arrivati sul punto di teorizzare una nuova forma di suffragio anagrafico, per cui in futuro voteranno soltanto i nativi digitali, ovvero quelli che a 10 anni avevano già lo smartphone e chattavano sui social; si voterà con un “I like” via Internet, mica si andrà a perdere tempo ai seggi, e chi non è connesso, non possiede un I pad, ancora legge il quotidiano e guarda il Tg della sera, beh, cavoli suoi: i vecchi saranno out e non ci romperanno più le balle.

Purtroppo il futuro non è ancora arrivato, nonostante che il nostro  Marinetti lo avesse annunciato già nel 1909 su le Figaro. Soprattutto nella old England sono rimasti ancora aggrappati coi denti a quella tradizionale idea di democrazia liberale che, guarda caso, nacque proprio lì, intorno alla metà del XVII secolo, quando gli inglesi abbatterono la monarchia assolutistica degli Stuart e instaurarono il primo regime monarchico-parlamentare della storia europea, basato sulla divisione dei poteri e sulla Bill of Rights.

Ma sì, certo, questa della democrazia inglese è davvero una storia antiquata, soprattutto se la collochiamo nel contesto dell’ Unione Europea, un’ istituzione dove il Parlamento eletto dai popoli conta più o meno come  un’ assemblea di condominio e le decisioni importanti  (le famose Direttive) vengono prese da gruppi ristretti di alti burocrati e funzionari che fanno parte di un’ oligarchia  tutta di matrice nordica e germanica.

In Inghilterra, invece, ancora si vota e il popolo, ci piaccia o no, decide. E’ questa la lezione che viene dall’altra sponda della Manica. Facciamocene una ragione e, di conseguenza, anziché piangerci addoso, iniziamo a ragionare seriamente su che cos’è veramente questa Unione Europea e quale dev’essere il suo destino. Perché se un giorno toccasse anche a noi italiani il privilegio di  votare e dire la nostra, potrebbero arrivare esiti che non ci saremmo aspettati. Che direbbero dell’ UE, tanto per fare un esempio,  quei pescatori  che per anni  hanno dovuto misurare in millimetri la larghezzza delle vongole prima di poterle vendere nei porti? Ovviamente i pescatori napoletani e siciliani sono quasi tutti vecchi analfabeti, non navigano su Internet, navigano ancora sul Mediterraneo e non hanno mai fatto l’ Erasmus a Parigi o a Berlino: cosa ci capiscono loro dell’ Europa?

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, casini, condominio, crisi, democrazia, democrazia liberale, erasmus, europa, futuro, giornali, parigi, parlamento, pensione, regime, scambio, stranieri, studenti, unione europea

Info Roberto Riviello

Insegnante, si è laureato in Filosofia nell’Università di Firenze nel 1978, risiede nel Valdarno fiorentino. Commenta la politica italiana su Pensalibero.it e scrive racconti per radio poi diventati sceneggiati e testi teatrali messi in scena come regista. Ha al suo attivo anche un film sulla vita di un grande poeta toscano poi finito in manicomio. Trascorre il suo tempo libero passeggiando in campagna. È appassionato di storia, arte e cucina.

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