Ringrazio Antonio Carioti perché sul Corriere della Sera di martedì, in un pezzo titolato “Quando Nenni chiedeva i quattrini al blocco dell’est”, è riuscito, quasi con nonchalance, e citando la nuova edizione di un libro di Antonio Selvatici “Chi spiava i terroristi”, a informarci che, rovistando negli archivi di Praga, ha trovato tracce di rapporti tra i servizi segreti cecoslovacche e l’On Vincenzo Balzamo protrattisi dal 1964 al 1981.
Ricordo che l’On. Balzamo fu prima per alcuni anni stretto collaboratore di Giacomo Mancini, e poi amministratore del PSI di Bettino Craxi; i due segretari che con diverse intonazioni e intensità, misero nel mirino della politica socialista il superamento del bipolarismo imperfetto che ha caratterizzato la democrazia repubblicana per mezzo secolo.
La notizia è inquietante e obbliga a porsi interrogativi brutali ma assolutamente leciti e legittimi. Ad esempio: se la battaglia nella sinistra italiana riapertasi nel 1956 dopo i fatti d’Ungheria, e conclusasi con mani pulite, non sia stata una partita giocata dai dirigenti del PCI con carte truccate, con due, anzi tre mazzi: quello legale, quello degli ingenti e illegali contributi in denaro da parte del blocco sovietico, quella del ricorso improprio ai magistrati “organici” o compiacenti che si giovavano probabilmente (lo apprendiamo ora) di informazioni spiate ai nemici socialisti attraverso “i compagni” dei servizi segreti dell’Est.
Se con la scissione dei Carristi del 1964, guarda caso, non sia stato depositato nelle file del nuovo Partito Socialista qualche giovane discreto, ambizioso e con un avvenire sicuro, anzi assicurato dal denaro del Comintern.
Se sia proprio casuale che, ucciso Moro dalle BR e fallita l’unità nazionale politicamente costruita sulla marginalità dei socialisti, Berlinguer abbia scelto di impostare l’alternativa degli onesti che politicamente apparve a prima vista assurda e segno di fallimento e d’impotenza, ma che perseguita per un decennio, anche dopo la sua morte, condusse a mani pulite e all’esenzione del PCI e degli uomini di Fini da ogni responsabilità.
Se non sia la doppia o tripla moralità, cioè l’immoralità della dottrina comunista, anche nella via italiana, ad impedire alla terza generazione di adottare una qualche politica comprensibile che scaturisca da un veritiero e sano esame critico della propria storia. Talché per ironia, i sopravvissuti alla sparizione del PCI per inspiegabili ragioni morali non sanno oggi come districarsi dal moralismo di Di Pietro e compagnia. Per ora bastino questi pochi interrogativi.
Anche se resto persuaso che dovremo tornare sulla questione non solo per approfondire, ma soprattutto per evitare che venga minimizzato o più probabilmente, silenziato.
Gianstefano Dilani www.leragioni.it

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