Sembra di assistere a una svolta “epocale”. E non si creda che dipenda dal fatto che i processi siano più difficilmente governabili, dati i numeri delle popolazioni, che si dice comunemente, siano in costante aumento. E’ evidente che non è affatto così o almeno non per ogni situazione di governabilità, vera o presunta, come a esempio su tutti mostra il dato europeo in costante diminuzione; e la previsione che nel 2050 il continente sia abitato da circa il 5% della popolazione mondiale che sarà. E quindi la ragione è un’altra, se piuttosto i governi dei paesi da un po’ di tempo a questa parte, per l’amministrazione della “cosa” pubblica, continuano a fare leva sullo strumento del referendum.
Senz’alcuna possibilità di equivoco, il referendum rappresenta infatti uno strumento di democrazia “diretta” e non “rappresentativa”; un modello viceversa, quest’ultimo, emerso dagli esiti delle rivoluzioni moderne, inglese e francese, in disprezzo dell’antico sistema feudale di gestione del potere.
Altro elemento di valutazione negativa, che sembra via via maggiormente emergere, è il fatto che, nonostante gli esiti delle consultazioni, dal voto non sempre si traggono le naturali e logiche conseguenze “politiche”. Ultimo esempio, qui in argomento senz’altro il più significativo, Orban e il referendum sul tema dell’immigrazione in Ungheria. All’esito del voto, per lui “negativo”, il premier ungherese ha dichiarato: “Pronti a modificare la Costituzione”.
Angelo Giubileo

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