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Una sberla salutare con un progetto senza coraggio e una sfida decisiva davanti

di Paolo Marini | 27 Maggio 2012

L”Ufo’, questo nuovo, questo strano e incomprensibile Movimento 5 Stelle, potrebbe avvantaggiarsi della malcelata difesa d’ufficio del recinto partitocratico. 

I vecchi equilibri sono già saltati e che ciò che manca è solo la generale sanzione, il tagliando dei nuovi. Farebbero bene a rassegnarsi coloro che pensano di fermare con un secchio la piena che sta montando. Primeggia, tra costoro, Giorgio Napolitano il quale, più che assolvere ad un ruolo costituzionalmente super partes e politicamente irresponsabile, si pone piuttosto quale punto di chiusura dell’ancien regime ed entra a gamba tesa in un dibattito e ad un livello che non gli competono. Ma l”Ufo’, questo nuovo, questo strano e incomprensibile Movimento 5 Stelle, potrebbe avvantaggiarsi della malcelata difesa d’ufficio del recinto partitocratico. Il suo exploit alle ultime amministrative è un dato di fatto e la conquista di Parma – che personalmente ho salutato con favore – è il primo banco di prova, la chiave di ingresso nel sistema istituzionale, di piena legittimazione dinanzi al Paese. Eppure non è tutto, non è soltanto suo il merito di questi risultati: ci hanno messo del loro il fallimento del PdL e della Lega quali forze di Governo, l’anemia e l’afasia congenite del Pd, l’inattrattivo menù del Terzo Polo, il dilagare della politica come fattore criminogeno e di malcostume, lo scempio di valori ideali (le virtù civiche e il criterio del buon governo) e materiali (le finanze e i patrimoni dell’Italia).

Esaurito, nondimeno, il momento emotivo e di inevitabile umana simpatia per l’irrompere della novità, andiamo un po’ a vedere che cosa dice l’Ufo. Piuttosto che perdere tempo a demonizzarlo ovvero ad osannarlo, non è più utile cercare di comprenderlo?

In testa al suo programma è l’analisi dell’organizzazione attuale dello Stato, definita “burocratica, sovradimensionata, costosa, inefficiente”. Prosegue: “Il Parlamento non rappresenta più i cittadini che non possono scegliere il candidato, ma solo il simbolo del partito. La Costituzione non è applicata. I partiti si sono sostituiti alla volontà popolare e sottratti al suo controllo e giudizio.” Ma al di là della vieta abolizione delle province, del condivisibile accorpamento dei Comuni sotto i 5 mila abitanti, della discutibile idea dei referendum sia abrogativi che propositivi senza quorum, non si va. Sono tutte cose che impongono di rimettere mano alla Costituzione e che perciò fanno sorgere la domanda: perché limitarsi a questo? Oltretutto sulle Province tutti hanno sparato e sono buoni a sparare, senonché il fronte vero – dato che il federalismo può ben sopravvivere, anzi avvantaggiarsi della fine della Lega – è quello dello Stato e delle Regioni, della discussione sul modello statuale e sul rapporto cittadini-Stato. Qui le ambizioni del Movimento 5 Stelle sono striminzite in partenza, al di là dell’evidente crisi che investe, oltre che il sistema politico, anche quello istituzionale.

Ad un livello sottostante si pongono poi idee da sottoscrivere subito (es., riduzione a due mandati per i parlamentari e per qualunque altra carica pubblica; eliminazione di ogni privilegio particolare per i parlamentari, tra questi il diritto alla pensione dopo due anni e mezzo; approvazione di ogni legge subordinata alla effettiva copertura finanziaria; divieto di cumulo delle cariche per i parlamentari e fors’anche la obbligatorietà della discussione parlamentare e del voto nominale per le leggi di iniziativa popolare) accanto a vere e proprie perle di demagogia e paternalismo di cui non è difficile smascherare l’assenza di un fondamento razionale (insegnamento della Costituzione ed esame obbligatorio per ogni rappresentante pubblico, leggi rese pubbliche on line almeno tre mesi prima delle loro approvazione per ricevere i commenti dei cittadini); tra queste figura per forza simbolica e carica suggestiva la non eleggibilità a cariche pubbliche per i cittadini condannati, che suscita istintivamente alcune domande: condannati per qualunque reato? Condannati in primo grado o con sentenza definitiva? O si pensa che si tratti di questioni di lana caprina? O si presume che con certe misure si possa  definitivamente archiviare il problema della cattiva politica e del peso insostenibile che essa impone sul Paese?

Il refrain prosegue nelle pagine successive del programma. Ci sono, per esempio, proposte migliorative del sistema attuale che potrebbero essere portate ad esiti più radicali: un solo canale televisivo pubblico, senza pubblicità, informativo e culturale, indipendente dai partiti (perché non abolire il servizio pubblico?); vietare la nomina di persone condannate in via definitiva come amministratori in aziende aventi come azionista lo Stato o quotate in Borsa (perché non abolire l’azionariato di Stato?); l’abolizione dell’ordine dei giornalisti (e perché non di tutti gli ordini professionali?).

Colpisce, in testa alla parte dedicata all’economia, l’introduzione della class action (sob!) e se l’esordio è anomalo, la ricetta grillina promette poco di buono: riduzione del debito pubblico con forti interventi sui costi dello Stato con il taglio degli sprechi e con l’introduzione di nuove tecnologie per consentire al cittadino l’accesso alle informazioni e ai servizi senza bisogno di intermediari (perché non propugnare semplicemente la fine del sistema delle partecipazioni statali e rinunciare a formulare ipotesi di dismissione del patrimonio e di alcune funzioni pubbliche?), seguita da un crescendo di sciocchezze che però assicurano una grande suggestione e il consenso popolare: dall’abolizione della legge Biagi alla introduzione di un tetto per gli stipendi del management delle aziende quotate in Borsa, dalla abolizione delle stock option alla abolizione dei monopoli di fatto, dall’impedimento dello smantellamento delle industrie alimentari e manifatturiere con un prevalente mercato interno alla scarica finale fatta di favorire le produzioni locali (aridanga con la filiera corta, porta di ingresso della insopportabile vulgata antidustriale e antiscientifica), sostenere le società no profit, sussidio di disoccupazione garantito e disincentivi alle aziende che generano un danno sociale. Si noti che la gran parte di queste voci nega, abolisce, vieta; è una rinuncia all’affermazione di soluzioni aperte, è un diniego al concetto stesso di proposta, che resta in politica lo sforzo più difficile, più impegnativo. Segno possibile di una difficoltà, di una incertezza o incompiutezza di fondo? Ritrosia congenita ovvero omaggio al conformismo nel sottrarsi al criterio della valorizzazione della responsabilità e della libertà dell’individuo, all’idea del mercato che non soffra ingerenze da parte dello Stato (e quindi della politica), all’idea di una società matura nella quale vaste e variegate siano le opzioni a disposizione dei consociati? Non è già vecchio molto di ciò che qui è puntualmente riportato? Fa proprio paura l’idea che si possa fare a meno di qualcuno che sta sopra di noi e impone decisioni ed opzioni? Ma si dica, vivaddio, chi diavolo stabilisce quando e come una azienda genera un “danno sociale”? E perché impedire ad una azienda privata di remunerare come crede il proprio management, non è cosa che riguarda esclusivamente i suoi azionisti? E ci sia spiegato, di grazia, come si fa ad impedire lo smantellamento delle industrie alimentari e manifatturiere con un prevalente mercato interno? Che vuol dire, come si misura questo ‘prevalente mercato interno’? E poi che si fa, si mettono i cavalli di frisia contro le orde dei ‘barbari’ che immettono i loro prodotti a basso costo nel circuito del commercio mondiale? Oppure fermiamo alle frontiere i nostri imprenditori che legittimamente scelgono di investire in Paesi stranieri e delocalizzare le loro attività?

Questa è la ricetta di un indesiderabile rinvigorimento del dirigismo in campo economico e del protezionismo nel commercio mondiale e non ce n’è davvero bisogno. Infine colpisce l’assenza di un qualunque riferimento ad una revisione dell’ordinamento fiscale, elemento che orienta e qualifica in profondità il rapporto cittadini-Stato.

Si possono ripetere analoghe osservazioni su molte delle idee espresse in fatto di trasporti, salute e istruzione. Qui mi limito a segnalare – anche per marcare la non pregiudizialità del mio discorso – alcune tra le molte proposte che non cito e che come minimo mi lasciano perplesso (anche  semplicemente perché pongono problemi di non agevole e immediata risposta), che mi trovo a condividere: l’introduzione dell’8 per mille per la ricerca medico-scientifica (che, pur rebus sic stantibus, sarebbe comunque un passo in avanti) e l’abolizione del valore legale dei titoli di studio (giustamente non solo delle lauree, come nel dibatitto recente, ma di tutti i titoli di studio), una riforma che ha sempre avuto così pochi effettivi sostenitori dal momento che priva di senso, in quanto tale, il famoso ‘pezzo di carta’, la più sentita istituzione italiana.

Sul programma si inserisce e si innesta ora, dopo le elezioni amministrative, la successione dei primi passi del Movimento 5 Stelle nelle istituzioni, con una prova che cresce di interesse nella misura in cui i singoli esponenti dimostreranno di volere e di sapere percorrere questi passi in autonomia, affrancandosi dalla curatela, dalle eccessive attenzioni del ‘padre-fondatore’ Beppe Grillo. La vicenda di Pizzarotti a Parma sarà in questo senso emblematica.

Perché, alla fine, il nocciolo della questione è per molti versi qui: i ‘padri-fondatori’ sono importanti in politica, perché danno il là, accendono la miccia di nuovi e inarrestabili processi. Ma pretendono, quale contropartita, il controllo degli sviluppi e delle scelte delle loro creature. Il Movimento 5 Stelle nasce come pacchetto di uno che si concede ai molti, con un rapporto che ricorda dappresso i contratti di franchising. E allora, sapranno i Pizzarotti di turno scegliere e comportarsi in modo da superare l’angusta parte dei franchisee? Fino a che erano confinati nel recinto (virtuale, si, ma pur sempre recinto) del Movimento, la scelta di legarsi mani e piedi ad un programma e a regole scritte da altri, imposte dall’alto e a cui probabilmente non avrebbero potuto e/o potevano offrire contributi decisivi, era legittima – ancorché non condivisibile. Il passaggio alla rappresentanza istituzionale cambia però, inevitabilmente, i termini del rapporto. Un Sindaco deve rispondere ai cittadini, e solo ai cittadini, delle proprie scelte. Da qui origina la sfida di iniziare ciascuno, responsabilmente, una storia non scontata e un tragitto personale. E con esso di compiere atti di governo non necessariamente coerenti con la bibbia del fondatore. Se dunque il codice identitario e genetico del Movimento 5 stelle attinge per lo più il proprio alfabeto da pulsioni collettiviste e demagogiche, si dischiude – con l’avvento di un protagonismo gradualmente diffuso – l’opportunità di misurare questo retaggio con problemi quotidiani e concreti, sciogliendolo nella urgenza di esempi di buon governo.

Pubblicato in : Primo piano

Info Paolo Marini

Nato a Siena nel 1965, vive a Firenze da oltre quarant’anni. Laureato in giurisprudenza nel 1991, dopo una intensa militanza politica nel Partito Liberale (1984-1993) ha scelto di impegnarsi al di fuori del sistema dei partiti. Appassionato di arte, letteratura, storia, filosofia e diritto, ha pubblicato “Dal patto al conflitto” (1999) – critica radicale alla concertazione e ai suoi riti – e due volumi di poesia – “Pomi Acerbi” (1997) e “All’oro” (2011) -, oltre a numerosi articoli per varie testate, cartacee e on line. Avvocato civilista e del lavoro e consulente di imprese, ha al proprio attivo anche pubblicazioni – libri, articoli, note di commento, check list – soprattutto in materia di diritto e procedura civile, protezione dei dati personali e responsabilità amministrativa di enti e persone giuridiche.

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