
Nel mentre siamo nella “seconda ondata” della pandemia, si è in attesa, che rischia di divenire quasi miracolistica, per il “Piano nazionale di ripresa e di resilienza”, che dovrà illustrare all’Unione europea i progetti dell’Italia per l’utilizzo dei circa 209 miliardi di euro del Recovery Fund ad essa assegnati (paesi cosiddetti “frugali” permettendo!), in particolare per il nostro Mezzogiorno, per colmare l’atavico gap in infrastrutture materiali e immateriali.
Infatti, nell’attuale scenario socio-economico, segnato dalla diffusione delle povertà, dalla scomparsa del lavoro e della produzione, dalla drammatica perdita del potere d’acquisto aggravato dalla pandemia, il Sud rappresenta una crisi nella crisi.
Certo, il Meridione, a livello di sistema, non è riuscito ad accorciare il divario con le aree sviluppate del Nord Italia e dell’Europa. La mancanza addirittura di acqua in tante province meridionali ed i rifiuti in molte altre realtà del Sud sono la scandalosa, empirica, prova dell’esistenza di una questione meridionale ben lontana dall’essere risolta.
Ma c’è di più. Il problema del Mezzogiorno d’Italia si propone oggi a livello europeo, giacché l’integrazione economica e l’allargamento ad Est dei confini dell’Unione sollevano. La questione meridionale, dunque, continua purtroppo ad essere viva: ma senza equivocare sul reale significato che, da Giustino Fortunato in poi, essa ha avuto, assimilandola invece ad un rivendicazionismo straccione e scomposto, con una revisione storiografica ingiustificata e strumentale che porta ad esaltare quella tradizione politica meridionale che, da Masaniello arriva sino al comandante Achille Lauro, identifica con il Sud la nostra peggiore tradizione politica, quella plebea, populista e paternalista.
Invece una nuova battaglia per il Mezzogiorno dovrà, necessariamente, sfidare le logiche di una politica fatta di pessima pubblica amministrazione, sprechi e clientele, corruttele e intrecci con la criminalità organizzata, ritardi nella realizzazione di opere infrastrutturali strategiche, un sistema creditizio autoreferenziale e non al servizio delle imprese e dei cittadini.
Un rigoroso meridionalismo, quindi, la cui cultura è diversa e distinta dal vecchio “sudismo”, sostanzialmente fondato su nostalgie borboniche, sovente di stampo sanfedista e reazionario. Una forza politica ispirata alla grande cultura di meridionalisti autentici e attuali come Gaetano Salvemini, Francesco Saverio Nitti, Pasquale Saraceno, Rodolfo Morandi, Guido Dorso e Francesco Compagna, che hanno sempre interpretato il tema del Mezzogiorno in chiave nazionale ed europea e mai di cesura localistica.
E a ben vedere la scommessa per rilanciare l’impegno per il Sud è proprio quella di élites politiche che segnino una profonda discontinuità con un passato fatto di patronage elettorali e clientele, di subalternità carrieristica al centralismo dei partiti romanocentrici e che faccia del rigore e della competenza le stelle polari per una seria battaglia per l’autonomia politica in primo luogo del Meridione, propedeutica all’auto-governo, che, come scrisse Guido Dorso ne “La rivoluzione meridionale” del 1924: “deve nascere nello spirito dei cittadini, è funzione critica di distacco da ogni forma di autorità che non sia l’autorità della libertà, è contrapposizione a tutte le forme di violenza, è insomma armonia di libere coscienze che tutelano i loro interessi legittimamente conquistati”.
Maurizio Ballistreri

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