
Vuole essere un film politico? Un attacco alle nostre leggi che non consentono la maternità surrogata? Riesce solo ad essere un film non riuscito.
Ma c’era proprio bisogno di mettere in concorso il film più brutto presentato a Venezia 74 quando fra gli altri italiani, finiti nelle varie rassegne collaterali, ce ne erano di molto più validi e degni?
“Una famiglia” è quella che Maria vorrebbe ma non avrà mai anche se Vincenzo quando lei prova a ribellarsi le dice “…se te ne vuoi andare, quella è la porta”
Un brutto palazzone con vista sul raccordo anulare e un mercato, chiaro simbolo di mercificazione del corpo di Maria, una brutta periferia, una brutta casa in cui un lui (Vincent, padrone e dominatore) e una lei (Maria, vittima consapevole), fanno sesso, potrebbe sembrare amore ma non è, per mettere al mondo dei figli da vendere a ricchi compratori : coppie sterili, coppie gay, coppie che non vogliono sottoporsi all’inseminazione artificiale.
Non ci dice niente del loro passato Salvatore Riso, ma già dalle prime scene in metropolitana si intuisce in Maria una stanchezza della situazione accettata fino a quel momento, una sorta di ribellione latente
A quanto pare basta dire “questo film è stato ispirato da storie vere” per ottenere dal Ministero delle Attività Culturali il riconoscimento (e quindi il finanziamento) quale film di interesse culturale
Vuole solo evidenziare il problema della maternità a tutti i costi e la mancanza di leggi adeguate in Italia? Forse, ma lo fa quasi di fretta, con superficialità. C’è un mercato nero di compravendita di bambini in Italia e non importava certo farci questo film per portarci a conoscenza della cosa risaputa da tempo ma il regista sembra voler affrontare con un certo coraggio il baratro dell’iniquità che porta a violare le leggi in nome del dio quattrino , il ricorrere alla mercificazione della nascita ma fallisce il suo intento, grazie a dialoghi improponibili, personaggi di contorno appena accennati (la ragazza del puscher che finisce tra le braccia di Vincent e sarà destinata a sostituire Maria,) personaggi ridotti a macchietta (la ricca coppia gay che rifiuta il neonato perché malato).
Per non parlare del parto in una stanza chiusa a chiave dall’esterno. Accanto alla madre giustamente spossata , tutti gli strumenti necessari per partorire…oops dimenticavo in ogni cassetta dei medicinali delle nostre case c’è il set completo, dal forcipe alle forbicine per un parto tranquillo quando si è soli in casa.
Certo tutti personaggi che troviamo prima o poi nella cronaca, dal dottore compiacente e complice alla procacciatrice di clienti danarosi e desiderosi di un figlio, ma troppi argomenti vuole mettere in ballo Riso, peccando, necessariamente, di superficialità nell’affrontarli.
Mercificazione continua nel film. Maria viene esposta all’approvazione della coppia acquirente come se si fosse a una fiera del bestiame. Quando finalmente Maria stanca di essere seminata come un campo sempre più povero sembra risvegliarsi e ribellarsi, si fa mettere la spirale, ecco la scena veramente inguardabile nella sua furia violenta, Vincent le strappa la spirale e il film scade ancora di più nel disturbante , fino al finale con cassonetti in mezzo ai quali Vincent lascia il piccolo che la coppia gay ha rifiutato e che Maria recupererà dopo una ricerca febbrile.
Tematica che poteva essere interessante ma non bastano dei sapienti movimenti di macchina (che peraltro sa manovrare molto bene per fare un bel film.
Maria Rita Monaco

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