Mille voti e cinque a Milano, mille e quattro a Bologna e Grosseto, mille e sei a Napoli come a Caserta, mille e due a Cosenza, mille e tre a Melfi. E’ quasi un abbonamento numerico quello del partito socialista, presente in una decina di comuni sulle migliaia per cui si votava. I socialisti del 2016 prendono gli stessi voti delle prime elezioni comunali cui si presentarono ingenui e titubanti sul finire di due secoli fa. La media è di 2.350 voti per comune, dalla Capitale ai paesoni. Media, un consigliere per 9 eletti ed un sindaco. Salvano la situazione in termini assoluti i migliori risultati, i 4.587 voti di Città di Castello ed i 7.589 della lista di Aldo Forbice a Roma che calati nelle diverse realtà costituiscono però realtà diversissime, rispettivamente il 22% e lo 0,65% dell’elettorato. Le medie percentuali del Partito socialista infatti nelle sue tante denominazioni lungo lo stivale, da Psi a Socialisti riformisti, da Socialisti a Caserta\Bologna, da Alternativa a Una Rosa, oltre le varie Liste vive, variano moltissimo, dallo 0 virgola a più del 20%; circa una media del 5,6% per comune, in caduta di un punto rispetto alla media del 6,54% del 2011. In questo contesto la conferma del sindaco castellano Luciano Bacchetta che raccoglie personalmente quasi 12mila preferenze e la collegata vittoria de i socialisti, cresciuti dal 21,23 al 21,53%, hanno il sapore del trionfo. E’ dunque un anno zero che mal comprende i dibattiti clandestini di partito tra Bobo, Nencini e Biscardini. L’insignificanza elettorale di questo anno zero dei socialisti non corrisponde però a quella che resta una presenza molto vitale nella politica, soprattutto intellettuale. Moltissimi neanche se ne sono accorti, ma il Psi è al governo con un ministro. Il migliore candidato elettorale, a livello nazionale, ed il principale rappresentante parlamentare del centrodestra, hanno un background socialista. L’evoluzione dei postcomunisti e dei postdemocristiani è finita nel litigio sul migliore capitalismo liberalsociale che in tempi non sospetti era il milieu di Craxi. Al netto dell’esaltazione della forza bruta, delle manette e della repressione, l’unico pensiero politico vivo è quello dell’indipendenza nazionale, del merito e dell’aiuto per i bisogni. Praticamente, il programma dei socialisti anni ’80. Man mano che il tempo oscura gli anni della scomparsa della scuola politica e culturale socialista, si sente il venir meno di intelligenza, profondità e capacità di analisi nella classe politica. I partiti sopravvissuti grazie al travestitismo politico si sono retti e si reggono sulla falsificazione della storia e della realtà, eredità velenosa per chiunque oggi si avvicini alla res publica. Il disastro della scena politica capitolina, ben descritta nella sua divisione tra postfascisti borgatari e postcomunisti borghesucci, è illuminante a riguardo. Al contrario, nella contesa milanese, Parisi, l’ultimo dei mohicani socialisti, ha dimostrato cosa sia lo spessore politico anche di fronte a forze opposte preponderanti economiche e governative, ma prive di qualità. L’anno zero socialista è un’opportunità, a patto di smetterla di inseguire chi ha bisogno di essere guidato. A patto di smetterla di considerare socialisti, i sequestratori del simbolo e delle icone. C’è moltissimo socialismo (all’italiana) nelle professioni, nelle università, nel sindacato, nelle imprese. C’è perché è il meglio di quello che è rimasto delle intelligenze. Prima che scompaiano o se ne vadano, i socialisti (tutti coloro che sanno richiamare il socialista che è in loro) possono richiamarle alla luce, ricominciando dallo zero assoluto. Non importa come si chiameranno, basta che insegnino ai giovani che il socialismo (all’italiana) fu il contrario di quello che viene definito socialismo nel mondo. Per fortuna.+
Un socialista, per fortuna
Man mano che il tempo oscura gli anni della scomparsa della scuola politica e culturale socialista, si sente il venir meno di intelligenza, profondità e capacità di analisi nella classe politica.

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