
È tornato il silenzio, ma è un silenzio che non sa ancora di pace. A Tel Aviv la notizia è arrivata prima dell’alba, come un eco che nessuno voleva credere: “intesa raggiunta”. Eppure, i giornali israeliani la trattano con la cautela di chi ha già visto la tregua trasformarsi in preludio di guerra. Il Jerusalem Post parla di “un passo tattico necessario ma non definitivo”, Yedioth Ahronoth di “sollievo temporaneo in un mare di sospetti”, mentre Haaretz sottolinea la stanchezza di un Paese che dopo due anni di combattimenti non ha più la forza di fingere che la vittoria sia ancora possibile nel senso classico del termine. Ciò che si è firmato ieri al Cairo è la fotografia cruda di un equilibrio instabile: da una parte Israele che restituisce parte di Gaza senza abbandonarla del tutto, mantenendo il controllo dei corridoi e della sicurezza perimetrale; dall’altra Hamas che accetta di liberare ostaggi in cambio di prigionieri, senza mai pronunciare la parola resa. Trump, che torna sulla scena come se non se ne fosse mai andato, incassa la gloria di un mediatore globale, con l’Egitto e il Qatar a fare da garanti di un equilibrio che sa più di tregua che di pace. Ma in Israele nessuno si illude: Netanyahu ha bisogno di presentarsi alla Knesset come l’uomo che ha riportato indietro gli ostaggi e non come il premier che ha ceduto terreno.
Nico Kir

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