Il protocollo è quello di sempre: impeccabile, sontuoso, inossidabile. Ma le espressioni assai accigliate ed i ringraziamenti di circostanza tradiscono un cerimoniale di benvenuto storicamente sfarzoso, gioioso e -per tradizione- festoso.
Si insedia il tredicesimo Presidente della Repubblica e il tono è quello della tragedia, non della festa!
Sergio Mattarella, per insipienza politica, ha dovuto tornare sui suoi passi, sui propri desiderata, sulla volontà di onorare lo spirito dei padri costituenti, in ossequio alla deontologia istituzionale secondo cui -come ben delineata dal Prof. Sabino Cassese- “le cariche pubbliche non si sollecitano e non si rifiutano”.
Si chiude un dossier (forse mai realmente aperto) destinato a segnare la storia politica del Bel Paese.
Si riparte dalle macerie! Da un Governo indebolito anche nelle figure apicali (tradite da malcelate ambizioni) e da un Parlamento ripiegato su se stesso, vittima di una inedita stagione partitocratica senza partiti, assediata dai tanti generali ma acefala di autentici leader.
E si riparte da un Presidente trascinato sul campo contro la propria volontà e profondamente scosso da una politica prigioniera di se stessa.
I ghigni si sprecano in quei tre minuti di gravi parole pubbliche: nessun sorriso (neppure di benvenuto), saluti di circostanza, riti stanchi e congedi repentini. Il cerimoniale non ammette deroghe ma gli umori segnano indelebilmente la scena: inizia un settennato nel segno di un’imminente termine e molti -in men che non si dica- dovranno fare i conti con le proprie profonde contraddizioni.
Daniele Marchetti

Tutto condivisibile; peraltro a conferma che “con i riti si governano i popoli” (Confucio).
Bravo, Marchetti! Ha colto lo sgomento di buona parte degli italiani per l’inettitudine, che confina con l’incoscienza, della classe politica nazionale, oltre che l’atarassia del neo rieletto Presidente. Peccato quel refuso all’inizio della penultima riga.