Solo per questa strada di vera semplificazione forse potremmo giungere a quell’alleggerimento burocratico e fiscale, senza del quale il nostro declino è destinato a non avere inversioni di tendenza.
“Merito”, “meritocrazia”, “valutazione”, “semplificazione”, “flessibilità”, “alleggerimento fiscale”, “riforme”, “modernizzazione”, “trasparenza”: queste sono tra le parole più chiaramente emergenti nel glossario della politica e della grande stampa degli ultimi anni.
Il loro significato è spesso oscuro. Sia perché sembra, a volte, che certi valori sia stati scoperti solo di recente, non sussistendo prima alcuna attenzione per essi, come se i nostri politicanti di oggi volessero far apparire che fino ad ora la società civile e politica fosse retta da principi contrari a quelli sintetizzati con le dette parole. Ma soprattutto perché, il più delle volte, o non si capisce il contenuto che dovrebbe essere sotteso alle parole o fa sorridere semplicemente la vista di chi le pronuncia.
Merito e meritocrazia dovrebbero rinviare molto semplicemente ad un sistema che premi i migliori e, non dico sanzioni, ma quantomeno non valorizzi i peggiori. Come poi sia possibile attuare un simile valore è del tutto oscuro.
A parte il fatto che quei valori sembrano del tutto inattuati nella selezione di quella stessa classe dirigente (anche politica) che poi dovrebbe farsene carico a fronte dei governati, il punto è che non si comprende, ad esempio, nei vari settori della pubblica amministrazione, chi e secondo quali parametri dovrebbe porre in essere la valutazione. Nel settore privato la cosa appare chiara, essendo il mercato a fare la selezione. Ma nelle amministrazioni pubbliche la valutazione sta producendo solo montagne di burocrazia, che, nella migliore delle ipotesi, non riesce certo a premiare i migliori perché non si comprende in cosa consisterebbe l’essere appunto “migliori”, e, nella peggiore delle ipotesi, serve solo a maturare meschine vendette personali. Così, più che avere a che fare con processi rivolti al miglioramento dei servizi, sembra di essere solo di fronte a meccanismi infernali che hanno come vero ed unico obiettivo quello di ridurre stipendi già assai magri.
Semplificazione e flessibilità sarebbero “beni” preziosi ed auspicabili, ma nessuno sa di cosa si tratti veramente e comunque sembrano parole del tutto estranee alla nostra cultura. Ogni centro d’imputazione di interessi pubblici in questo Paese produce norme inesauribili. Al punto che ormai le azioni amministrative e i rapporti tra i privati ed il pubblico sono imbrigliati in una ragnatela normativa tale da impedire o rendere assai difficoltoso ogni movimento.
Un governo che volesse veramente perseguire l’attuazione di certi valori non dovrebbe produrre nuove leggi e riforme, ma fare un solo annuncio: niente più leggi, ma solo l’abrograzione di gran parte di quelle esistenti!
Questo sarebbe un serio programma di governo, l’unica riforma urgente di cui abbiamo bisogno. E solo per questa strada di vera semplificazione forse potremmo giungere a quell’alleggerimento burocratico e fiscale, senza del quale il nostro declino è destinato a non avere inversioni di tendenza. Insomma, se le strade di Roma sono a pezzi, bisogna ripararle. In altri termini, noi non abbiamo bisogno di nuovi sistemi normativi, ma solo di far funzionare quelli esistenti!
Il punto è che per fare ciò un governo dovrebbe uscire dalla logica della mera amministrazione (peraltro claudicante) dell’esistente e dovrebbe partire da un’idea sulle cose. Insomma dovrebbe tornare alla politica, cosa che oggi appare del tutto assente, sia nei suoi protagonisti sia nella grande stampa che sempre più viene meno al suo fondamentale ruolo di stimolo.
Ma nessun governo può farcela senza spinte che vengono dal basso. Il popolo italiano è angosciato e probabilmente colmo di rabbia, cosa che emerge con limpida evidenza dalla scarsa partecipazione alle ultime elezioni, fenomeno che rappresenta un campanello di allarme scioccamente sottovalutato. Ma questo è un atteggiamento sterile, che esige una svolta di presenza di ciascuno.
Fino a quel momento temo che saremo costretti a subire questa perenne recita dei nostri politicanti, protagonisti di una scena che i media allestiscono. Una scena nella quale si canta sempre e solo la stessa canzone: parole, parole, parole….

Già, che fine ha fatto il ministero per la semplificazione?