
L’emergenza pandemia ci costringe a molti cambiamenti di vita. Ad esempio, molti orari sono da cambiare nella vita privata come in quel resto di vita sociale o, diciamo, pubblica che ci è o ci sarà consentito di vivere data la grave situazione che stiamo affrontando. Si prospettano settimane da scenari di emergenza.
Diciamoci a cuore aperto (nel senso figurato ovviamente) una triste verità. Gli orari di spostamento collettivo potevano e dovevano essere cambiati anche prima della pandemia per evitare gli intasamenti da traffico che provocano smog. La qualità della vita singola dipende molto dall’organizzazione della vita collettiva e sociale.
Se una cosa comincia per dieci milioni di persone alle 8 del mattino è inevitabile che 30 milioni di persone siano mobilitate tra le 7 e 30 e le 8 e 30. Cambiare la cadenza degli impegni nelle 24 ore era ed è una esigenza da prima dell’emergenza pandemica. Adesso c’è un motivo di salute stringente in più.
Scaglionare gli orari della vita collettiva tra scuole e lavoro sarebbe stato un progetto importante già negli anni di apertura del Millennio quando il cambio di Secolo e il cambio di Millennio ci avevano predisposto a studiare, prevedere, sperimentare nuovi sistemi di lavoro e di vita: dal telelavoro alla mobilità delle idee e dei progetti diminuendo la mobilità pendolare quotidiana delle persone e delle automobili. Siamo troppi ancora troppi in poche ore della giornate tutti nello stesso posto: in treno come in autostrada, davanti alle scuole come davanti ai cancelli delle fabbriche o degli uffici. O meglio adesso con l’obbligo/consiglio del lavoro agile da casa per chi può esercitarlo da casa gli ammassamenti sono diminuiti ma rimangono i problemi di concentrazione di persone per fare le stesse cose nello stesso arco di tempo, come ad esempio prendere un bus, una metro, un treno. Da qui l’esigenza di una svolta degli orari della nostra vita.
Chi l’ha detto che dovevamo entrare a scuola tra le 8 e le 8 e 30 tutti e ovunque, ci sarà una differenza tra Bolzano e Agrigento? Chi l’ha detto che dobbiamo entrare in ufficio tutti tra le 7 e 50 e le 8 e 40 ci sarà un differenza tra Siena e Lecce, tra Merano e Lanciano? Tra chi progetta vestiti e chi smaltisce cartelle esattoriali, tra chi mette timbri su permessi e chi inventa applicazioni da smart? Chi l’ha detto he tutti i negozi di tutti gli articoli possibili devono essere aperti tutti dalle 9 alle 20 o alle 21, o con pausa chiusura 12.30 15.00? A pandemia finita o allentata ci potranno essere sperimentazioni e applicazioni per aderire meglio alle nuove esigenze di flessibilità ed elasticità del vivere quotidiano in solitaria e in comunità.
Ci possono essere diversificazioni di orari per merce e per zona chi l’ha detto che comprare un quaderno è la stessa cosa che comprare un etto di prosciutto? Ci sono i beni di prima necessità e i beni e le merci che possono essere comprate anche dopo le 16 e 30. Così hai pure tempo di pensare se è davvero utile o indispensabile.
Non c’è dubbio che la massificazione degli orari di lavoro di scuola e di tempo libero è un portato degli anni Sessanta e Settanta, di quando siamo passati dal boom economico alla crisi petrolifera e alla successiva rinascita sociale. Poi sono arrivati i nuovi riti dall’estero e da chissà quali innovazioni antropologiche ed ecco la moda dell’aperitivo che in Italia e in Occidente ha sconvolto e rivoltato le abitudini e le scadenze di milioni e milioni di persone, giovani giovanissime, e non più giovani. L’aperitivo tra le 17.30 e le 20 ha fatto da spartiacque delle semivecchie attitudini e abitudini giornaliere milanesi e romane, veneziane e napoletane, e di tante altre località, comprese naturalmente quelle di vacanza dove l’aperitivo può cominciare alle 11 del mattino e finire quasi dopo cena.
Adesso, e per questo mese di novembre, con bar e ristoranti chiusi dalle 18, con problemi seri per gli imprenditori del settore, potremmo come consumatori provare nuove forme adeguate di consumo. Per chi può anticipare la colazione alle 6 e 30 (il mattino ah l’oro in bocca), fare il pranzo attorno alle 11 e consumare una cenetta compatibile con i nuovi orari tra le 17 e le 18. Ricordo che a Berna, capitale della Confederazione Svizzera, anche prima della pandemia l’abitudine era di pranzare attorno alle 11.30 12.30 e cenare alle 17.30 18.30. Questione appunto di abitudini.
I nuovi orari dovrebbero essere una scelta anche per tante amministrazioni pubbliche e uffici pubblici, ma anche per tanti uffici privati e servizi alla persona o alla collettività: bisognerebbe uscire dallo schema vecchio 8-12, 14-18 e pensare che dati i tempi e le nuove necessità il mondo gira dalle 6 alle 22 barra 23 e compatibilmente con le limitazioni e restrizioni, e dispiegare lungo tutto questo lasso di tempo servizi, prestazioni, esigenze, erogazioni e via dicendo.
Tenendo conto inoltre che la settimana è fatta di sette giorni e lasciando stare la domenica che ha già i suoi riti e i propri impegni, direi che la giornata del sabato potrebbe essere considerata come un tempo di estensione per necessità di atenei, uffici pubblici, centri assistenza e altre attività di servizio per la popolazione. Insomma allargare lo sguardo sul nuovo significa allungare e allargare l’arco orario delle possibilità di fruizione di servizi e interscambio di beni e merci.
La modernità passa attraverso piccole rivoluzioni e grandi intuizioni.
Fabrizio Binacchi

Lascia un commento