
Così capita che frasi di grande significato passino quasi inascoltate o forse solo dimenticate in un libretto che, si crede, di conoscere a memoria…o quasi.
Mi è accaduto questo nella eccellente Traviata che il 58° Festival Puccini ha ospitato sul palcoscenico del suo Gran Teatro Giacomo Puccini.
Rapito dalla suggestione del dialogo tra Giorgio Germont, egregiamente interpretato dal baritono Stefano Antonucci, e Violetta, una interessante Silvia Della Benedetta, sono rimasto colpito dalla frase che ella pronuncia di fronte alla richiesta di rinunciare ad Alfredo per consentire alla sorella dell’amato di convolare a nozze con uno “schifiltoso” fidanzato che, assieme alla sua famiglia, anch’essa con la puzza sotto il naso, non gradisce la presenza di “traviate” (anche se ex) in famiglia.
“Così alla misera – dice tristemente Violetta quasi a se stessa più che all’acido vecchio – ch’è un dì caduta, di più risorgere speranza è muta! Se pur beneficio le indulga Iddio, l’uomo implacabile per lei sarà…”
Sì, più che ogni altra ben più famosa romanza, questa è davvero l’anima profonda dell’opera e lì, nel crudele e doloroso valore di quelle parole, sta l’animo del suo compositore, un Giuseppe Verdi che, ben oltre la cultura del suo tempo, sa cogliere l’ingiustizia dell’ipocrisia e del perbenismo di una società corrotta ma bigotta com’era quella che ben conosceva e dalla quale, pur nel suo ruolo, cercava di evitare relazioni eccessive.
Un’opera, Traviata, che parla davvero al cuore del pubblico grazie al magico connubio del libretto di Francesco Maria Piave, tratto dal dramma di Alexandre Dumas La dame aux camèlies, e della musica di un ispirato Giuseppe Verdi che, quarantenne, nell’arco di tre anni, è in grado di produrre una trilogia come Rigoletto, Trovatore e, per l’appunto, Traviata.
Un’ottima produzione quella che il Teatro Verdi di Pisa, il Teatro del Giglio di Lucca e il Teatro Godoni di Livorno, in collaborazione con Maggio Formazione, ha proposto al Festival Pucciniano come anteprima dei festeggiamenti per il 200° della nascita previsti per il 2013.
Essenziali e “quasi” perfette le scene di Poppi Ranchetti (pochissime modifiche avrebbero forse meglio fatto intendere il passaggio dalla casa parigina di Violetta a quella di campagna e magari, un ritratto di lei appeso nella stanza avrebbe aiutato il povero Alfredo, nella overture iniziale, a sembrare meno “sperso”), aiutate da ottime luci di Valerio Alfieri. Non servono gigantismi alla Ronconi o alla Zeffirelli (pur apprezzabili nella loro capacità seduttiva quasi cinematografica) per allestire una bella opera nella veste “tradizionale”: anche pochi elementi, se realizzati con gusto, possono egregiamente ambientare la storia regalando il piacere di viverla nella sua giusta dimensione.
Belli, nella loro raffinata essenzialità, i costumi della Fondazione Cerratelli che hanno saputo “dipingere” adeguatamente le emozioni intense e serrate che si sono succedute nei tre atti dell’opera e dando sia ai personaggi principali che al coro e al balletto quella “tridimensionalità” così importante sul palcoscenico per valorizzare ogni elemento in scena.
Ottima la regia di Paolo Travisi che ha lavorato bene con ognuno dei protagonisti per renderli davvero partecipi del loro ruolo e quindi capaci di renderlo non solo attraverso le perfomances canore ma anche con quelle attoriali, così importanti in opere come queste dove ogni sfumatura è sostanza e dove, troppo facilmente, si scivola nel banale e nello sciatto. Unico punto dolente, l’ingombrante e troppo statico coro che ha “invaso” la scena impedendo di dar vita a movimenti credibili e, a nostro avviso, necessari nell’economia dell’opera essendo essi stessi, in più casi, protagonisti della vicenda. Sembrava che, in quella quantità, Travisi non sapesse come usarli e così, tenuti troppo fermi, davano l’impressione di “affogare” la scena e loro stessi.
Gradevole la coreografia di Walter Matteini che forse ha in parte risentito dell’affollamento di cui abbiamo parlato che ha sottratto spazio ai movimenti dei suoi ballerini, la Imperfect Dancers, che hanno saputo comunque dare una buona prova delle loro possibilità.
Più che buona la direzione del M° Fabrizio Maria Carminati: partito, forse, con la bacchetta un po’ troppo “pesante” per questa musica di Verdi, ha saputo ritrovare subito ritmo e tempi giusti conducendo l’Orchestra del Festival e i cantanti ad un meritatissimo successo fatto di applausi a scena aperta e ad un lungo plauso corale al termine dell’opera. Dirigere questo Verdi è un difficilissimo gioco di equilibri: troppo famosa l’opera, troppe edizioni in capo a questi quasi 160 anni per prenderla sotto gamba! Ma Carminati è troppo esperto e troppo attento per cadere nella trappola della direzione di routine; cerca e trova le nuance giuste, affina la sensibilità degli orchestrali perché ogni strumento possa “cantare” quella struggente storia nel modo migliore e guida i cantanti nei passaggi più difficili portandoli fuori dalle secche dell’ovvio e del banale.
E parlando del cast, un “bravo” con molti punti esclamativi va certamente a Stefano Antonucci: sobrio e appassionato, ottima voce e altrettanto ottima interpretazione scenica, fa del suo Giorgio Germont un personaggio di grande spessore e di ottima presenza.
Brava anche Silvia Dalla Benedetta che, ad esclusione di alcuni passaggi meno felici, ha saputo dare di Violetta Valéry una eccellente interpretazione, regalandoci belle emozioni ricompensate, in ogni passaggio, da calorosi applausi di un pubblico che, più delle sere precedenti, ha saputo dimostrare di essere capace di appassionarsi e condividere questa passione.
Decisamente meno piacevole Massimiliano Pisapia che, solo a tratti, è sembrato essere vocalmente davvero nel ruolo: serata “no” o personaggio a lui meno affine, questo suo Alfredo non ci ha convinto lasciandoci un po’ di amaro in bocca per le belle pagine che Verdi a lui ha affidato e che il tenore torinese non ha adeguatamente onorato.
Un plauso collettivo agli altri personaggi che hanno affiancato questo terzetto: Sandra Buongrazio, Flora Bervoix; Emanuela Grassi, Annina; Eduardo Hurtado, Gastone; Italo Proferisce, il Barone Douphol; Salvatore Grigoli, il Marchese d’Obigny; Juan José Navarro, il Dottor Grenvil e tutti gli altri.
Per chi volesse vedere o rivedere Traviata, il 4 agosto ci sarà lo stesso cast per i personaggi principali, mentre l’11 e il 18 agosto avremo Mimma Briganti come Violetta, Antonella Carpenito come Flora Bervoix, Laura Rotili come Annina.
In attesa di Boheme, la cui prima è prevista per il 9 agosto, per gli amanti della musica di Puccini sono previste repliche di Tosca (3,16,25 agosto) e Madama Butterfly (10,17 agosto).

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