
Ogni generazione ha avuto i suoi miti, le sue mode e le sue rivoluzioni. La nostra ha avuto il cellulare. Anzi, forse è stato il cellulare ad avere noi. Prima, per fare amicizia, dovevi uscire. Una cosa abbastanza complicata a pensarci bene: dovevi vestirti, andare in un bar, in una piazza, in un locale e parlare con qualcuno. Guardarlo perfino negli occhi. Se poi ti andava male, pazienza: tornavi a casa. Oggi no.
Oggi l’amicizia la chiediamo sui social. Guardiamo una fotografia, leggiamo due righe di presentazione, magari controlliamo dove è stato in vacanza e con chi. Se ci piace clicchiamo. Amici. Una volta per diventare amici ci voleva del tempo. Adesso bastano tre secondi e una connessione. E poi ci sono le fotografie: la macchina presa in prestito giusto il tempo di una foto da mettere sul profilo, il ristorante costoso anche se abbiamo ordinato soltanto un caffè, il tramonto fotografato da quaranta angolazioni diverse, il sorriso perfetto. Nessuno si arrabbia se l’originale non corrisponde alla realtà.
Forse perché ormai sappiamo tutti che la realtà è un’altra cosa. Ogni tanto mi chiedo se siamo diventati più falsi oppure semplicemente più bravi a raccontarci. Non lo so e sinceramente non sono sicuro che faccia una grande differenza. Era meglio prima? È meglio adesso? Boh. Ogni generazione pensa di avere trovato il modo giusto di stare al mondo. Poi arriva quella dopo e cambia tutto. Quello che mi colpisce però è il rapporto che abbiamo con il cellulare. Non è più un oggetto: è una presenza.
È sul comodino quando dormiamo, sul tavolo mentre mangiamo, in tasca mentre camminiamo. Se non lo sentiamo per qualche minuto lo cerchiamo. Se lo dimentichiamo a casa torniamo indietro. Sembra quasi che ci abbiano tolto un organo. Un tempo avevamo il cuore, i polmoni, il cervello. Adesso abbiamo anche il cellulare. Quando ho iniziato a scrivere questo articolo volevo parlare di cultura. Avevo un’idea precisa: volevo fare un ragionamento serio sul cambiamento del mondo. Poi mi sono perso.
Mi succede spesso. Non so più in che epoca siamo, non so più dove finisca il mondo vero e dove inizi quello digitale e qualche volta non so nemmeno io dove mi trovo. Così per concentrarmi apro internet. Questa è bella: per trovare concentrazione vado nel posto dove c’è più distrazione. E stranamente funziona. Entro nella rete e mi sembra di essere libero. La libertà infatti non è soltanto andare al galoppo su un prato sconfinato con il vento in faccia e il rumore degli zoccoli del cavallo che si perde nell’erba.
La libertà può essere anche stare seduti sul divano con un cellulare in mano e attraversare il mondo. Posso vedere una strada di New York, un villaggio in Nepal, un concerto a Londra, una persona che cucina in una casa dall’altra parte del pianeta. Posso essere ovunque senza muovermi. E questa cosa diciamolo è meravigliosa. Il problema è che poi il cellulare comincia a decidere dove portarmi: un video dopo l’altro, una notizia dopo l’altra, una fotografia dopo l’altra. E quando penso di aver scelto io forse qualcuno aveva già scelto per me. Ma non voglio fare il moralista. Anche perché sto scrivendo queste parole con un dispositivo che mi permette di fare esattamente tutte le cose che sto criticando.
È questo il bello. O il problema. Non possiamo più stare fuori dal mondo digitale. Ci siamo dentro fino al collo. Il cellulare sa dove siamo, cosa cerchiamo, cosa compriamo, cosa ci piace. Sa perfino quando siamo annoiati. E quando siamo annoiati ci offre qualcosa. Sempre. Non lascia mai un buco. Forse è questa la cosa che mi inquieta di più. Una volta la noia faceva parte della vita. Aspettavi l’autobus e non succedeva niente. Aspettavi qualcuno e non succedeva niente. Guardavi fuori dal finestrino e non succedeva niente. E proprio in quel niente qualche volta pensavi. Adesso il niente dura tre secondi. Poi prendiamo il telefono.
E il niente è finito. Abbiamo inventato uno strumento per comunicare con tutti e forse abbiamo dimenticato come si sta con qualcuno. Però non è colpa del cellulare. Il cellulare fa quello che gli chiediamo. Siamo noi che gli abbiamo dato un posto enorme nella nostra vita. È diventato un amico. Un amico strano però: uno che non dorme mai, non si offende, non si stanca di noi e soprattutto non ci lascia mai soli. Ci inganna certo.
Lo sappiamo. Sappiamo che un “mi piace” non è affetto, che una fotografia non è un ricordo, che cento amici sullo schermo non sono cento persone accanto a noi. Lo sappiamo benissimo. Eppure continuiamo. Perché forse abbiamo bisogno anche di questo. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci faccia compagnia quando non c’è nessuno.
E allora il cellulare rimane lì: sul tavolo, in tasca, sul comodino. Come un piccolo animale domestico che ogni tanto vibra per ricordarci che esiste. E noi lo prendiamo. Sempre. Forse un giorno ci accorgeremo che non era lui ad avere bisogno di noi. Eravamo noi ad avere bisogno di lui. E questa più che una rivoluzione tecnologica potrebbe essere la vera storia del nostro tempo: una storia che non so come finirà. Per ora ho finito di scrivere. Adesso posso finalmente rilassarmi.
Prendo il cellulare.
Angelo Santoro

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