La collaborazione tra Bersani e Monti dopo i danni del berlusconismo
Difendere lo Stato e le Istituzioni, ricostruendo obbiettivi, regole e strumenti dell’azione pubblica. Questo l’unico naturale terreno dell’alleanza tra sinistra e centro.

Più esattamente, il primo ha annunciato la sua intenzione di ricercare un’intesa con il centro, e il secondo non si è sottratto all’invito. In quanto a Vendola, fa la faccia feroce, ma non sino al punto da porre ultimatum allo stesso Bersani.
Il solito gioco delle parti, peraltro totalmente inutile. Ma tant’è. Per ora siamo, dunque, alla “disponibilità a prendere in esame la possibilità di lavorare insieme”. In sé e per sé è poco. Data la situazione è il massimo che si potesse avere, nel corso di una campagna elettorale in cui ogni coalizione appare impegnata a dichiarare, se non altro per ragioni di firma, la propria vocazione maggioritaria. Nell’orizzonte delle elezioni, e guardando alla fase successiva, è una cosa buona e non solo per Monti, ma anche per Bersani. Elettoralmente parlando, la polemica tra Monti e Pd/Sel – oltretutto stucchevole e pretestuosa – ha chiaramente nuociuto ad entrambi gli schieramenti, perché ha contribuito a trasformare il confronto in una specie di “tutti contro Monti” (e vale anche l’inverso) i cui beneficiari non potevano che essere Berlusconi e Grillo (con qualche briciola per Ingroia), e ancora, perché ha posto al centro del dibattito il passato prossimo, evitando così di discutere le radici e le responsabilità della crisi e, soprattutto, le politiche suscettibili di superarla (per le conseguenze sul voto, vedi sopra).
Del resto, le punture di spillo tra il Segretario e il Professore, così come le intemerate del Governatore apparivano, come erano, una pura e semplice sceneggiata. Che, da una parte, non sminuiva l’efficacia della polemica contro l’“inciucio” e dall’altra lasciava supporre che il successivo annunciato accordo obbedisse a ragioni di pura e semplice necessità. Ora, è possibile che l’invito di Bersani e l’apertura di Monti rimangano allo stato di dichiarazione d’intenzioni, che la campagna continui ad essere monopolizzata dalle cialtronerie di Berlusconi e, più realisticamente da Grillo “utilizzatore finale”di una disperazione di cui tutti appaiono colpevoli. Come è anche possibile continuare a sentire Monti che polemizza sulla Cgil e sul 1921 (?!), e per converso Vendola e lo stesso Pd che si esercitano sul Rotary e sui loden, per denunciare poi “quelli che si presentano allo scopo di non farci vincere” (?!?!). Un andazzo che rischia di portarci al disastro. Ma è anche possibile che lo spazio che ci separa dal 24-25 febbraio sia utilizzato per scoprire un tantino di più le nostre reciproche carte. E soprattutto per capire e farci capire la natura della posta in giuoco.
In questo Berlusconi, dovrebbe esserci d’aiuto: perché tutte, dico tutte le sue proposte – dall’Imu ai condoni, dalle “tasse al Nord” alla richiesta di nuovi straordinari poteri per governare senza controlli, dalla guerra all’Europa a quella ai partiti – hanno un unico filo conduttore: l’irresistibile pulsione alla distruzione dello Stato, l’ostilità totale verso l’idea stessa di una collettività organizzata e solidale, basata su regole e costruita dalla politica. Un processo di sfascio e di delegittimazione che sta portando, insieme stato e società, ad una situazione di paralisi agitata, e di cui gli scandali recenti non sono che il fedele riflesso. Facile, e anche divertente, prendersela con le spese personali dei consiglieri regionali, con i lecca lecca a carico del contribuente, facile e anche giusto, salvo che, così facendo, rischiamo di perdere il senso della prospettiva. Che non è quello della prevaricazione della politica (o dei politici) su di una società civile ideale, ma piuttosto l’esatto contrario, quello della subalternità della politica alla società civile così come è.
Così gli avventurosi banchieri del Monte dei Paschi si sono dedicati al risiko delle acquisizioni e dei derivati, eludendo i controlli nella passività, magari venata di ammirazione, dei politici locali; così, a Roma come a Parma, le speculazioni insensate e il mangia-mangia elevato a principio costituente sono fiorite all’ombra di strutture esterne all’amministrazione comunale e non soggette al controllo dello Stato e del mercato, così, a Pompei, come a Roma, all’Aquila come altrove, le gestioni straordinarie (un uomo solo al comando) sono naufragate nella inefficienza insaporita dalla corruzione generalizzata. In questo quadro, le recenti esternazioni di Berlusconi non sono improvvisazioni. Rappresentano piuttosto l’essenza del berlusconismo di ieri e di oggi, come teoria e come prassi, come comportamento individuale e modello di comportamento collettivo. Difendere lo Stato e le Istituzioni, ricostruendo obbiettivi, regole e strumenti dell’azione pubblica. Questo l’unico naturale terreno dell’alleanza tra sinistra e centro. E questo anche il terreno su cui la sinistra di governo può essere più credibile ed efficace dell’attuale Presidente del Consiglio. Non foss’altro perché questa generale ricostruzione presuppone il coinvolgimento attivo dei cittadini.

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