
Il 2024 si presenta con diversi punti di domanda sul proscenio mondiale. Il primo riguarda gli Stati Uniti con una campagna elettorale in essere che potrebbe vedere la vittoria ed il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Questo vorrebbe dire il prevalere di una politica estera più isolazionistica di quella di Biden e l’Ucraina rimarrebbe completamente in eredità all’Europa. Di Europe, però, ce n’è più di una: c’è la Gran Bretagna che adotta piani e strategie collaterali agli Stati Uniti in difformità all’UE. Poi abbiamo l’Unione europea che tutto è fuorché unita, basti guardare l’assenza dei tre fattori veramente unificanti come la difesa, la politica estera e l’unione finanziaria. Poi c’è l’Europa legata al Cremlino, quella legata ai numeri dei vari Patti UE in cui ci sono bande di Paesi armati gli uni contro gli altri, senza dimenticare la discreta presenza ben mimetizzata di alcuni Paradisi fiscali.
Il secondo riguarda la Cina che, pur essendo alleata della Russia, ne ha ormai preso il posto come seconda grande potenza ed è in lotta per strappare il primato agli USA. Con la Cina c’è il problema dell’isola di Taiwan che è sottoposta, ormai da mesi, ad una pressione militare continua da parte di Pechino che riporta in primo piano la strabica politica estera americana che, da una parte riconosce l’unica Cina di Pechino e, dall’altra, appoggia quella di Taipei nel frattempo però ha quasi obbligato il più grande gruppo di semiconduttori e microchip di Taiwan e del mondo ad aprire una fabbrica con 40 miliardi di dollari di investimento attraverso la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, Limited TSMC di proprietà del magnate Morris Chang imprenditore taiwanese-statunitense. Lo stesso, anche se in proporzioni minori, ha fatto la Germania con un investimento di 10 miliardi di euro con cui diventerà il Paese che avrà, ancor di più, in mano le chiavi dell’UE.
Il terzo riguarda il Medio Oriente dove, sempre alle porte dell’Europa, è iniziata una nuova logorante guerra in cui Israele ne è lo snodo centrale. Contro lo stato ebraico ci sono l’Iran, soprattutto, che finanzia in soldi ed armamenti gli hezbollah in Libano e varie altre compagnie di terroristi che come nello Yemen stanno già rendendo rischioso ed evitabile il Canale di Suez con tutto quello che ne deriva sul piano economico e finanziario per il mondo.
Il quarto riguarda le Filippine ed il problema del Mar Cinese dove Cina e Giappone si stanno accusando reciprocamente da alcuni mesi di incursioni marittime illegali dopo il braccio di ferro che ha visto impegnate le rispettive guardie costiere nelle acque attorno alle contese isole Diaoyu-Senkaku nel mar Cinese orientale. Come già accaduto in passato, la geopolitica sta conducendo il Giappone ad interventi robusti nelle relazioni internazionali. A questo riguardo chi ha spezzato gli equilibri del continente asiatico è stata la Cina, infatti l’espansionismo cinese sulle isole del Giappone Senkaku ha costretto Tokyo a modificare quasi completamente il sistema di sicurezza per difendere il pluridecennale equilibrio nipponico americano.
Il quinto riguarda il mai risolto conflitto fra India e Pakistan due nazioni con arsenale atomico dove la storia post-coloniale britannica ha scatenato fra loro, negli anni, ben quattro conflitti due hanno riguardato il Kashmir, uno il Bangladesh e l’ultimo il Kargil. Nuova Delhi vorrebbe avere il controllo del “suo mare” ovvero l’Oceano Indiano con grandi traffici internazionali. L’Oceano Indiano è, però, un mare sostanzialmente statunitense con basi in Kuwait, Gibuti, Bahrein, Oman e Singapore. In tal modo gli USA controllano l’accesso ai principali stretti dell’Oceano Indiano, da Malacca a Hormuz e a Bab el-Mandeb. Quest’ultimo è lo stretto che congiunge il Mar Rosso con il Golfo di Aden e quindi con l’Oceano Indiano il tutto sotto il super controllo dell’imponente base militare di Diego Garcia, territorio britannico d’oltremare situata al centro della regione. Oltre che della rivalità geopolitica tra Cina e India, il secondo cerchio della strategia indiana è quindi anche il teatro principale della rivalità strategica sino-americana.
Il sesto riguarda l’Iran che con l’accordo tra l’Iran e il ‘G5+1’ ha avuto ambigue conseguenze, infatti se dovesse divenire definitivo, Teheran parteciperebbe al processo di ridefinizione degli assetti geopolitici dell’intera area. Difficile, a quel punto, escludere l’Iran dalla discussione sugli altri dossier aperti, dalla crisi siriana all’Iraq sino al Golfo. Per questo i paesi della regione che hanno impostato la loro dottrina di sicurezza e la loro politica estera sul “nemico Iran” si mostrano ostili nei confronti dell’intesa e assai critici verso il governo Usa che l’ha sostenuta.
Il settimo riguarda la Corea del Nord che, probabilmente, possiede anche armi nucleari.
Raffaele Romano

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