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UN’IRRISOLTA QUESTIONE MERIDIONALE

Banca del Mezzogiorno: riflettiamo per inferenze, partendo dall’einaudiano “conoscere” . di Angelo De Mattia

di Angelo De Mattia | 29 Novembre 2009

Giovedì il ministro Tremonti ha raccomandato caldamente alla Camera l’approvazione dell’emendamento alla legge finanziaria che prevede la costituzione della Banca del Mezzogiorno.

Il caso ha voluto che , mentre veniva rivolta questa raccomandazione – insieme con i non possumus sul taglio di Irap e Ires e su di una serie di altre proposte in materia di stimolo fiscale, senza danni per i conti pubblici – a poca distanza da Montecitorio, nella sede della Banca d’Italia, a via Nazionale, si teneva un convegno sul Mezzogiorno, alla presenza del Capo dello Stato, i cui risultati si segnalano per l’eccezionale messe di analisi e di dati,ma anche per le proposte che ne sono scaturite, che si muovono ancora nell’ ambito proprio della ricerca. Si è trattato di un ulteriore, importante passo in linea con l’impulso dato agli studi sul Mezzogiorno, più di mezzo secolo fa, dall’allora Governatore, Donato Menichella, che era anche un insigne meridionalista.

E’ stato, comunque, facile mettere a raffronto la mole dei problemi presentati nel convegno, la portata dell’irrisolta questione meridionale, ma anche le più specifiche tematiche di breve periodo o di carattere pragmatico affrontate, con l’illusoria funzione taumaturgica che si vorrebbe attribuire alla costituenda azienda di credito, il cui progetto non risulta inquadrato in una organica analisi del credito nel Mezzogiorno e del rapporto con i problemi finanziari delle imprese e delle famiglie.

Il divario è apparso enorme. Basterebbe, di per sé, a legittimare una pausa di riflessione sull’iniziativa programmata dal Governo o, quanto meno, a ridimensionarne drasticamente il significato e le finalità. Sarebbe bene che i parlamentari, prima di decidere sul voto all’emendamento, riflettessero ancora e valutassero – se del caso, anche criticamente – la messe di documentazione scaturita dal convegno della Banca centrale.

Non è nello stile dell’Istituto di via Nazionale affrontare direttamente, soprattutto in un’occasione di studio che, come quella di giovedì, ha visto la partecipazione di numerosi intellettuali e di specifici esperti, temi in discussione in Parlamento, in specie se su di essi pende una decisione, tormentata, relativamente al voto da esprimere.

E, dunque, né la relazione introduttiva del Governatore, Mario Draghi, né i rapporti dei diversi ricercatori hanno preso in esame direttamente il tema dell’istituzione della Banca del Mezzogiorno. Sta, quindi, a chi ha seguito il convegno o ne ha comunque letto i materiali formarsi un’idea che abbia proprio a supporto le rigorose ricerche svolte, il parlare dei numeri, la logicità delle argomentazioni. Un riflettere per inferenze, partendo dall’einaudiano “ conoscere”, al quale Draghi ha fatto riferimento.

E, allora, in questo quadro, si deve avere presente che, come il Governatore ha sottolineato, nascono nel Sud tante nuove banche quante ne nascono nel resto d’Italia, tenuto conto dei pesi economici relativi. Che i dati mostrano che non ci sono marcate divergenze nell’andamento del credito bancario tra il Centro Nord e il Mezzogiorno. Che i prestiti alle imprese e il costo del credito, pur partendo da livelli diversi, hanno avuto dinamiche simili nelle due aree.

Che il divario – ecco un aspetto cruciale – tra Centro Nord e Mezzogiorno nelle condizioni di accesso al credito e nel costo dei finanziamenti é in larga misura dovuto alle diversità strutturali delle economie reali e alla maggiore debolezza nel Sud delle istituzioni che tutelano il rispetto dei contratti. Se si deve, ora, passare dal ricordato “ conoscere” al “deliberare”, si può veramente, sulla base di questi dati incontestabili, concludere che la via da seguire è quella della creazione di un nuovo istituto di credito che darà un potente contributo alla soluzione dei problemi finanziari del Sud? Non c’è, in questo ragionamento, un evidente “ non sequitur “? Non si traduce il progetto della nuova banca, questo sì, nel metaforico ricorso all’aspirina, che non si sa neppure se sia stata ben preparata, in presenza dei problemi dell’economia meridionale che chiamano in ballo il rischio ambientale, con gli scarti allarmanti rispetto al centro Nord nell’istruzione, nella giustizia civile, nei servizi pubblici, nell’assistenza sociale e, prima ancora, con la grave situazione della sicurezza e della legalità?

Soprattutto perché, dalle ricerche viene fuori un dato assai sorprendente per chi non segua da vicino la materia e cioé che è quasi del tutto cessato il fenomeno delle banche del Sud come serbatoi di raccolta del risparmio per il Centro Nord; addirittura, le aziende di credito esterne all’area impiegano in essa risorse superiori a quelle colà raccolte e, semmai, é dalle banche meridionali che il risparmio defluisce, sia pure per una quota limitata, fuori dall’area.

Si potrebbe obiettare che il progetto in questione non ambisce alla palingenesi e che costituisce solo un contributo al sistema bancario meridionale. Già posta così la questione, lo stridìo con il responso delle elaborazioni e con i dati si ridimensiona. Diventa, dunque, uno dei tanti progetti? Ma, se è così, se la costituzione di questo istituto di credito che viene agitata, come una decisione fondamentale, dal 2005, acquista una sua realistica configurazione, allora c’è veramente bisogno di un provvedimento legislativo, addirittura cogliendo il veicolo veloce della finanziaria? O non sarebbe più corretto lasciare alla normazione primaria ciò che richiede di necessità il suo intervento – in particolare, la progettata fiscalità di vantaggio a favore delle obbligazioni che possono essere emesse per la destinazione di fondi alle iniziative del Mezzogiorno – e attivare l’iter normale previsto per le costituzioni della specie, cioè la sottoposizione dell’istanza all’Organo di vigilanza competente a valutare il piano industriale e ad esaminare se esistano le condizioni per la sana e prudente gestione? Insomma, uscito dalla straordinarietà – se di ciò dovesse trattarsi – e atterrato nell’ordinarietà, il progetto dovrebbe percorrere l’iter normale, senza alcuna corsia preferenziale scelta per il fatto che è il “pubblico” a porsi come promotore dell’iniziativa.

Sarebbe una prova significativa dell’osservanza di una normativa di carattere generale alla quale anche il potere pubblico, non ritenendosi extraterritoriale, si sottopone. Ciò è tanto più importante quanto più il profilo dell’ipotizzato ente creditizio si presenta come abbastanza singolare, trattandosi di un soggetto di secondo grado, non una vera e propria banca commerciale, né una vera e propria banca d’investimento o merchant bank, ma un po’ dell’una e un po’ delle altre, un ibrido, un ircocervo, per l’equilibrio del quale, fra provvista e impieghi, dovrebbe essere precondizione una rigorosissima analisi tecnica.

La storia insegna. In queste settimane sono state partitamente ricordate, in specie su Mf – Milano Finanza, passate fallimentari esperienze similari ( che hanno riguardato prevalentemente istituti di secondo livello ) così come è stato richiamato che è dagli anni cinquanta che non si costituisce più una banca con un provvedimento legislativo. La via amministrativa, se si conviene su di un inquadramento realistico del progetto, è, dunque, doverosa. Altro sarebbe, se, invece, si volesse continuare a insistere sulla portata taumaturgica. Ciò, tuttavia, avrebbe due pesanti effetti negativi: distoglierebbe l’attenzione, già non elevata, dai veri problemi dell’economia e della società meridionale e illuderebbe sui benefici che l’istituto potrà arrecare.

Ma potrebbe avere anche la conseguenza di allentare l’azione che diffusamente dovrebbe essere svolta – ognuno per la propria parte – perché migliori la capacità anche dei banchieri dell’area di selezionare il merito di credito, di sostenere i progetti validi, al di là delle garanzie reali, di non trascurare i problemi dello sviluppo del territorio.

Fare scendere il progetto della Banca del Mezzogiorno dall’empireo in cui lo si è voluto collocare e sottoporlo, poi, a tutti i prescritti “test” amministrativi sarebbe un modo anche per far sì che intorno ad esso vi siano minori discussioni e critiche e che l’iniziativa possa suscitare aggregazioni, pur con riserve e beneficio d’inventario, in aggiunta alle manifestazioni di interesse già registratesi. Ma, poi, questa vicenda dovrebbe essere l’occasione per riprendere l’iniziativa, da troppo tempo languente, per risolvere i problemi veri del Sud, quelli strutturali e, in parte, secolari, messi a fuoco con acribia, nella loro evoluzione, nel convegno di Palazzo Koch.

Angelo De Mattia ( da Terza Repubblica giornale on line di Società Aperta )

Pubblicato in : Primo piano

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