Resistere al cambiamento, promuovendo leaders che siano sostanzialmente o ex-qualcosa o post-qualcosa e mai che sappiano rappresentare o dire qualcosa di nuovo.

Riguardo alla scelta del nuovo segretario del Pd, il campione intervistato preferisce Matteo Renzi con un dato di rilevazione pari a 53,6; nettamente staccato, al secondo posto, Enrico Letta con 25,4; quinto, Guglielmo Epifani, con un dato di rilevazione pari a 2. Riguardo alla misura di gradimento dei leader per il governo del paese, Matteo Renzi è sempre al primo posto con un dato di 64,1; al secondo posto, ancora Enrico Letta, ma stavolta con un dato molto prossimo pari a 62,6, seguono poi Emma Bonino, Angelino Alfano e via via tanti altri, assente stavolta Epifani.
Sempre nella medesima giornata, il Corriere della sera, nelle pagine riservate agli Esteri, pubblica la notizia che il 23 maggio prossimo, nel giorno del suo 150° anniversario di fondazione, “la Spd tedesca annuncerà l’intenzione di lasciare l’Internazionale socialista per fondare una nuova cosa che si chiamerà Alleanza progressista. Interessato il Pd italiano. D’accordo, anche se con qualche prudenza, i socialisti francesi. Coinvolti anche i laburisti inglesi”.
E quindi, quanto al processo in atto nel Pd, il dato di commento che a me sembra oggi più rilevante è ancora il tentativo del gruppo dirigente di resistere al cambiamento in atto, non solo nella società ma anche nella politica internazionale. Resistere al cambiamento, promuovendo leaders che siano sostanzialmente o ex-qualcosa o post-qualcosa e mai che sappiano rappresentare o dire qualcosa di nuovo o semplicemente di diverso rispetto alle linee di azione degli altri schieramenti di centrodestra. D’altronde, quando si ha a che fare solo con la gestione del potere, è facile che le questioni di tattica e strategia si orientino in funzione dell’apporto di semplici limature. Ricorderete senz’altro Bersani, durante la scorsa campagna elettorale: un po’ più di uguaglianza, un po’ più di lavoro e un po’ meno evasione!
Ancora nella stessa giornata, Matteo Renzi ha dichiarato a la Repubblica e ripetuto all’assemblea nazionale del partito, che occorrerebbe che il Pd avesse “il coraggio di elencare le priorità. Ne bastano due o tre: il lavoro, le riforme e i costi della politica”. Solite storie … almeno da Gaber ad oggi, passando per Nanni Moretti! Molto più interessante è invece a me sembrato il comportamento di sostanziale distacco assunto dal sindaco di Firenze non solo nei confronti delle vicende organizzative del partito, ma anche dei malumori, diffusi, che un tale comportamento ha suscitato tra i suoi sostenitori e fans. Il sindaco ha anche più volte precisato che, a suo giudizio, si potrebbe anche separare il ruolo di segretario del partito da quello di leader candidato al governo del paese; suscitando, quasi ovunque nel partito, condanna e riprovazione.
Appunto, nel partito. Tra tutti coloro che credono ancora oggi che sia il partito a determinare gli esiti delle elezioni. Nonostante, anche qui da noi, Berlusconi mostri da circa venti anni che non è proprio così che funzioni una moderna democrazia. Che il destino ci conservi Renzi, e per oggi penso che possa bastare.

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