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TUTTA L’ASSEMBLEA DEL PD MINUTO PER MINUTO

L’Assemblea costituente del Partito democratico che si è svolta nei locali della nuova Fiera di Roma ha appena ascoltato le ultime parole della relazione del suo segretario, e le reazioni non si fanno certo attendere. In platea ai sorrisi di alcuni si alternano i mugugni di altri, e le facce scure di certi “big” non lasciano presagire niente di buono. Ma il dado è tratto, e il palco attende i suoi protagonisti.

di Redazione Pensalibero.it | 23 Giugno 2008

L’Assemblea costituente del Partito democratico che si è svolta nei locali della nuova Fiera di Roma ha appena ascoltato le ultime parole della relazione del suo segretario, e le reazioni non si fanno certo attendere. In platea ai sorrisi di alcuni si alternano i mugugni di altri, e le facce scure di certi "big" non lasciano presagire niente di buono. Ma il dado è tratto, e il palco attende i suoi protagonisti.
Irrompe Parisi -Veltroni finisce il suo intervento, e subito la discussione prende quota con la relazione di Arturo Parisi, che anche stavolta non risparmia certo critiche al segretario. "La relazione di Veltroni è una comprensibile difesa di quello che è stato fatto. Purtroppo, però, l’unico giudizio sul nostro operato e sulla dirigenza resta quello degli elettori a livello nazionale, a Roma e nella Sicilia". Una prima stoccata per ribadire, come era prevedibile attendersi da un ulivista-prodiano della prima ora, che la teoria di Veltroni di un Pd visto come "l’Ulivo che si è fatto partito", non lo trova d’accordo: "Allora vuol dire che si è fatto male…"
Poi la critica arriva a toccare l’assemblea in corso, che non avendo il numero legale "non può votare la Direzione nazionale". La platea ascolta con imbarazzato silenzio, visto che Anna Finocchiaro aveva appena annunciato che sarebbe stata votata la direzione prima della fine della giornata, composta da 120 persone, di cui venti nominate direttamente dallo stesso Veltroni.
C’è dunque chi punta il dito contro l’immagine che ne traspare, quella di una direzione "precotta", oltre che lontanissima dal dibattito interno, come sempre Parisi sottolinea dal palco: "La direzione del partito è il suo Dna, e noi la stiamo facendo nascere da un equilibrio di correnti". Da qui il motivo per cui "si fa fatica a definire democratica questa assemblea".

Arriva Franceschini -Dopo le bordate di Parisi prende la parola Dario Franceschini, vicesegretario del partito, a quel punto con il compito di calmare le acque, soprattutto in vista del voto per eleggere i membri della Direzione. "Non solleviamo questioni formali inutili che nascondono invece altre questioni sostanziali…", inizia subito Franceschini, che deve subire immediata la reazione di Parisi: "Non ti permettere di fare queste insinuazioni…", urla da sotto il palco, sostenuto da Mario Barbi, che prima torna sulla mancanza del numero legale, e poi accusa: "La verità è che non ci hanno permesso di presentare una nostra lista…". Passata la buriana, gli interventi degli altri delegati in ogni caso non migliora di molto il clima creatosi in platea.

Incalza Santagata -Tra gli interventi quello di Giulio Santagata, che ricorda come "Legittimare le primarie attraverso delle quote che restano rigide per sempre all’interno del partito non va bene. Serve una sterzata di democrazia interna a partire dall’elezione della direzione nazionale". La lingua batte dove il dente duole. E Santagata riprende: "Dopo le primarie si può costruire un partito con una classe dirigente legittimata da questo movimento per poi arrivare, rapidamente, a un congresso".

Supporta Realacci –
Non tutti però condividono questa atmosfera critica che ha seguito la relazione del segretario Veltroni, giudicata da Ermete Realacci "ampia ed equilibrata, che riconosce le ragioni della sconfitta elettorale, ma crea le condizioni per lavorare sul futuro, ripartendo dall’ispirazione di base del Partito democratico: quella di essere un grande partito riformista che vuole affrontare e risolvere i problemi del paese e sappia dare speranza e fiducia nel futuro. Ho particolarmente apprezzato, in quest’ottica -prosegue Realacci- il passaggio della relazione di Veltroni in cui stigmatizza chi sa solo giudicare gli italiani, ma non è più capace di saperli ascoltare. Da qui dobbiamo ripartire, saper ascoltare e, aggiungo aver simpatia per l’Italia e gli italiani".

Commenta Rutelli -Positivo anche il commento di Francesco Rutelli, secondo il quale "Veltroni mi pare abbia detto cose che accolgono in parte le preoccupazioni da me esposte. Noi dobbiamo ampliare, come ha detto Walter, il campo delle forze riformiste e del centrosinistra, e non tornare nelle caselle del XXmo secolo". La sua riflessione si sofferma in particolare sul tema spinoso della collocazione europea: "Dobbiamo creare qualcosa di profondamente nuovo e unire in Europa socialisti, liberali e democratici, sapendo che il Pd in Italia è già arrivato a questo e quindi dobbiamo allargare il campo a livello europeo e internazionale".

Carica Letta -Chi invece non accetta l’aria di guerriglia che si respira nella sala, e lo dice apertamente, è Enrico Letta, che invita anche a mantenere il giusto punto di osservazione rispetto alla personalità del presidente del Consiglio. "Basta con questo clima da resa dei conti -chiarisce-; e soprattutto non mitizziamo Berlusconi, perché non è Superman". Letta non nasconde "il momento complicato del Pd", ma il suo obiettivo è quello di scacciare le paure che attanagliano il partito, "la paura degli ex Ds di perdere la loro storia" e "la paura degli ex Margherita di essere fagocitati", visto che "non è tornando indietro che supereremo questo momento, ma solo andando avanti e mescolandoci con coraggio". Letta poi procede nella sua analisi politica. La sconfitta di aprile? "Non è figlia delle elezioni, ma di ciò che è stato fatto da noi tutti negli ultimi 2-3 anni. Siamo tutti responsabili della sconfitta. Ma non mitizziamo Berlusconi. Le elezioni non le ha vinte lui, ma le abbiamo perse noi. Come poteva vincere il centrosinistra dopo aver autoaffondato la propria coalizione? Berlusconi- incalza- non ha inventato nulla, ha tenuto il passo e ha vinto grazie ai nostri errori". Ecco perché conclude il suo ragionamento, è arrivato il momento di dire basta "con questo clima da resa dei conti. Andiamo avanti col partito e con un’opposizione seria, fatta sui contenuti".

Rammenta Bersani –Seduto in platea, Bersani ascolta e dice la sua, schietto come consuetudine, partendo dal capitolo-presidenza, dopo la lettera fatta recapitare da Romano a Walter Veltroni, nella quale si ribadivano ancora una volta le scelte fatte dal professore: "Io non sono la Bindi -è l’esordio (lapalissiano…) di Bersani-; ma neanche a me è piaciuto che non siamo riusciti a dare a Cesare quel che è di Cesare, Prodi ha contribuito ad interrompere un ventennio berlusconiano, e dobbiamo riconoscere che c’è un ragionamento storico e politico che deve essere fatto, in quanto solo Prodi poteva tenere assieme il centrosinistra in quelle condizioni. Quindi sistemiamo una volta per tutte questa vicenda, perché alla fine Prodi chiede questo e non altro, e personalmente credo che abbia ragione. Giusto quindi che la presidenza rimanga vuota, sarebbe inelegante prendere altre decisioni". Il ministro-ombra passa quindi al tema-correnti "Credo ai club ed alle associazioni e ben vengano, se c’è però una palestra comune, non solo una casa comune. Perché senza la corazzata le caccia torpediniere non servono a niente".

Sostiene D’Alema -A proposito di correnti, lupus in fabula, non potevano mancare le parole di D’Alema, concilianti e in linea con quelle del segretario: "Veltroni ha affrontato il problema delle correnti in modo sereno ed equilibrato. Il suo appello a un confronto delle idee e non alla cristallizzazione dei gruppi di potere va interamente raccolto", anche perché "un partito che raccoglie il voto di un terzo degli italiani è per sua natura pluralista, è naturale che sia così. Il Pdl contiene addirittura dei partiti, altro che correnti", punzecchia D’Alema, che poi riprende: "Spero che questo pluralismo si sviluppi come ricchezza". Ipse dixit.

Precisa Bindi -Evocata da Bersani, arriva il turno d Rosy Bindi, che come annunciato evita di presentare una propria mozione, e recupera le riflessioni di D’Alema in merito al partito "aperto e plurale", per evitare correnti e "organizzazioni parallele": "Il primo luogo di dibattito e di confronto deve essere il partito, e non organizzazioni parallele a cui affidare il compito di elaborare le grandi sfide su cui ci stiamo misurando. Dobbiamo stare nel Pd con le nostre storie, le correnti sono una scorciatoia, e per evitare le scorciatoie la strada maestra deve essere plurale, in cui ci sia spazio per tutti". Poi l’ex ministro dell’Unione si concede un passaggio riguardante Romano Prodi: "Interpreto il lungo applauso di oggi alla richiesta a Romano Prodi di Veltroni di rimanere presidente del Pd come l’affermazione che il Partito democratico è il completamento dell’Ulivo e non la sua sconfessione, un elemento identitario su cui siamo chiamati a misurarci. La vocazione maggioritaria del partito non è la rinuncia a costruire un nuovo centrosinistra -conclude- perché da solo il Pd non potrà vincere le elezioni, e questa impostazione servirà a far maturare anche le forze della sinistra radicale in una cultura di governo". Un’apertura importante, dopo quelle fatte nella stessa direzione nei giorni scorsi da Veltroni.

Sorprende Marini -Così come importanti, per non dire spiazzanti soprattutto per gli ex del suo partito, erano apparse appena prima le parole di Franco Marini, che all’interno di un appassionato e a tratti anche ruvido intervento annunciava il suo "sì" alla federazione con il Pse. "Sì, l’ho detto, avete capito bene e lo ripeto: possiamo stare assieme, la federazione si può fare, perché so che il Pd ha bisogno di idee forti su cui lavorare e che non muoiano nella nebbia delle elucubrazioni. In politica alla fine si deve scegliere e serve intelligenza e capacità di mediazione decisiva". E alla fine, rivolgendosi direttamente al segretario del partito, sull’argomento Marini aggiunge: "Caro Walter, non abbiamo chiuso un problema serio, quello della collocazione internazionale. A voi non piace, ma a me esalta il "caminetto". E’ stata una riunione di cinque ore in cui abbiamo ragionato in modo serio. Abbiamo fatto una scelta storica con il Pd e quindi dobbiamo trovare un punto di compromesso perché i nostri due elettorati la sentono questa cosa". Marini sottolinea che in Europa molto è cambiato e c’è da costruire. "Dobbiamo lavorare per fare una forza nuova, ma sarebbe una sconfitta, un fallimento se dopo aver fatto la campagna elettorale insieme ci dividessimo nel Parlamento europeo". Ecco perché torna alle conclusioni raggiunte al caminetto: "Quella sera parlammo di una forma federata, ora sì, si può costruire".

Conclude Veltroni -Inevitabile (come ogni potenziale lieto fine impone), la chiusura del segretario del partito, che dopo una lunga e complicata giornata, e le numerosi nube addensatesi, può portare a casa un risultato tutto sommato per lui positivo: "Nella discussione di oggi abbiamo registrato un altissimo grado di convergenza. Forse anche al di là delle aspettative. Ripercorrendo gli interventi che si sono succeduti durante la giornata si è potuta verificare una grande sintonia rispetto al progetto, che si sta portando avanti, del Partito democratico".

S’è fatta sera, la nuova Fiera chiude i battenti, la direzione è fatta. Le prime voci: Prodi resta dentro, Parisi resta fuori.

(resoconto assemblea naz. pd da “Aprile”)

Pubblicato in : Primo piano

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