Diciamolo così: meno male che c’è il turismo. Si veleggia verso i sessanta milioni di arrivi internazionali e verso un saldo positivo del settore turistico italiano che vale una manovra annuale. L’ordine è di due decine di miliardi di euro.
Meno male che ci sono Firenze e Venezia, Mantova e Urbino, Rimini e Viareggio, Isola Capo Rizzuto e Pescoluse per citare qualche posto qui e là. Il turismo forse ci salverà.
Ha ragione Matteo Marzotto, già presidente dell’Enit, uomo di relazioni ed esperienze internazionali in fatto di fashion e di fiere, quando dice che il valore del turismo italiano è molto di più del 10 per cento del Pil nazionale, come direbbero certe statistiche. Il valore della bellezza e il valore dell’attrazione di questo Paese che mette insieme Dolomiti e calette sarde, riviere da milioni di villeggianti e città che hanno fatto la storia dell’arte e dell’umanità, può raggiungere livelli davvero impensati. Si dice fino a un quinto dell’intera ricchezza nazionale. I conti sono difficili per tutto l’indotto sostanziale e virtuale. Finalmente lo stiamo riscoprendo.
Ha ragione il sindaco di Rimini Andrea Gnassi quando dice che le città e i comuni devono stare all’altezza della sfida dell’innovazione e della bellezza citando il progetto delle palestre a cielo aperto in riva al mare. In effetti, se fai una passeggiata a Rimini Marina Centro ogni giorno sole o nuvolo, vento e bonaccia, vedi certamente i bagni ma prima ancora vedi una successione di impianti sportivi e attrezzature, campi, reti, strutture da far invidia alle città che preparano i giochi olimpici. Una tradizione che si incontra anche all’estero e che ha una punta di diamante a Budapest, dove quasi ogni aiuola e ogni giardino ha una sua piccola palestra, un’area di attrezzi e di impianti per curare corpo e mente.
Ha ragione il sindaco di Firenze Dario Nardella a salvaguardare e promuovere insegne e locali della tradizione nel centro di Firenze contro l’invasione di catene internazionali che poco hanno a che spartire col Rinascimento. Siamo sulla strada dello sviluppo dove si nota chiaramente che l’Italia se la gioca bene con la Francia e la Spagna nella classifica dei richiami internazionali dei viaggi e delle permanenze.
Fare sistema sul turismo italiano significa fare passi da giganti sull’aumento del Pil perché più notti e più turisti sono un fattore che innesca molteplici altre ricadute territoriali e intersettoriali. Più turismo significa trasporti, alimentazione, commercio, fashion, spettacoli e divertimenti, incrementi in aree direttamente e indirettamente connesse al turismo. Ma bisogna fare sistema, che non deve essere solo uno slogan, ma una chiave di lettura e di azione, che vuol dire che i tanti attori devono raccordarsi e non litigare su una rotonda o un incrocio. Se c’è bisogno di una strada si deve trovare il punto di incontro e se vuoi fare una ciclabile sul lungomare devi sapere dove spostare le macchine. E poi ancora puoi mettere a posto il “sopra” che vedi delle nostre bellezze ma devi mettere a posto anche il “sotto”, e il sotto significa che devi fare tanti impianti fognari e di depurazione, e fare in maniera che più nulla finisca in mare di acque reflue. Bella sfida.
Quanti paesi, che hanno spiagge e bagni, non hanno ancora un impianto fognario come si deve? Ecco queste sono alcune sfide. Il turismo ci salverà se sapremo salvare il turismo dai ritardi e dalle incurie che anche nel recente passato hanno eroso e offuscato il nostro richiamo di bellezza; quando si pensava che bastassero un muro, una facciata di pietre, tre in costume e una bancarella formaggi e prosciutto per avere successo turistico.
Ci vogliono innovazione e saggezza, radici e visione, cuore e memoria. E soldi. Star bene in un posto vuol dire viverlo in tutti i sensi e farlo percepire. E noi italiani siamo stati bravi per anni e decenni a metterci pure il sesto e a volte pure il settimo senso.
Fabrizio Binacchi

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