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Turismo da rifare. L’anno della svolta

di Fabrizio Binacchi | 10 Febbraio 2013

Oltre ai benemeriti tour operator ora bisognerebbe pensare ad una classe di tour creator, di brand discoverers. Scoprire per missione quello che di fase in fase è il turismo richiesto nei sei mesi successivi.

soggiornobelvedereviesteIn Europa ci vedono ancora come il giardino o il parco divertimenti del continente. Mare e spaghetti, monumenti e parchi a tema, e poi tanti tanti musei. Insomma tutti gli ingredienti per consolidare il primato del turismo. Eh, sarebbe bello. Non è così. L’anno appena passato ha messo in luce che il nostro turismo lè quasi tutto da rifare , come direbbero dalle parti di Castellina in Chianti. E che non bastano due pietre e una pensione, tutto compreso, a richiamare vacanzieri e turisti. Il mondo globalizzato, la rete, l’abbattimento dei muri e le nuove tariffe d’assalto hanno cambiato la geografia del richiamo turistico. E hanno cambiato anche il modo di viaggiare e di fare soggiorni. E noi come al solito, ci siamo trovati impreparati. Anche se lo sappiamo e ce lo diciamo, purtroppo solo tra noi, da quasi dieci anni, siamo arrivati alla fase dei nodi che rimangono attaccati al pettine. E sono nodi intricati. E sono nodi che non si sciolgono con il restyling di questo o di quell’ente, di questo o di quella campagna. C’è prima di tutto un nodo strutturale che riguarda molte città monumentali e le località delle riviera, da quella romagnola a quella versiliese, da quella marchigiana a quella ligure o del cilento: gli alberghi non sono in gran parte più adatti. Solo nel riminese per effetto della crisi stanno per passare di mano decine di proprietà di alberghi, stanno arrivano le catene internazionali, stanno arrivando i grandi gruppi. Un cambiamento epocale. Mentre fino a qualche anno fa una famiglia o un gruppo locale ce la faceva a tirare avanti con due o tre hotel, magari razionalizzando i costi e i servizi, adesso è “diventato proibitivo”. Anche il romagnolo, e non sarebbe da lui, ha alzato le braccia. Hanno provato a mettere insieme i pacchetti, mare, piadina, biciletta e giostre, hanno provato a mettere insieme la notte col giorno, le discoteche con i seminari, hanno provato a mettere insieme famiglie e trasgressione, ma alla fine il ciclone del nuovo turismo globale spazza via anche le più felici intuizioni. Felici ma tardive. Turismo da rifare, dunque, se non vogliamo perdere un altro dieci per cento di mercato com’è successo negli ultimi anni. Turismo da rifare se non vogliamo rimanere ancorati ad una immagine di cartoline già a colori ma ingiallite dal tempo, tipo nostalgia canaglia. Che fa inumidire forse gli occhi ma che sicuramente non porta baiocchi. Bisogna sul nuovo turismo tirarsi su le maniche come si faceva nel dopoguerra inventando da Grado a Bellaria, da Viareggio a Laigueglia una forma di turismo popolare e collettiva. Che ora non c’è  più. Ora il turismo è a obiettivo e selezionato. Non incanti più con una stanza sontuosa o con un percorso natura. Incanti e richiami, attrai e contagi solo se riscontri perfettamente l’obiettivo di quel gruppo di quella classe che viene dalle tue parti. Un esempio possibile? Fosse facile. Una escursione e una emozione, una risposta al benessere e una risposta alla curiosità ma declinate con formule che non sono più quelle della biclettata che finisce col panino o con il mare che finisce poi all’Aida. Già visto. Per questo oltre ai benemeriti organizzatori tour operator ora bisognerebbe pensare ad una classe di tour creator, di brand discoverers. Scoprire per missione quello che di fase in fase è il turismo richiesto nei sei mesi successivi. Perché qui sta l’altra novità: il consumo si è accorciato, le tendenze si prolungano molto meno di una volta. Nel 90 azzeccavi una ricetta e ti andava bene per 7 o 10 anni, adesso azzecchi una ricetta ti va bene per 7 o 10 mesi, poi ci devi ripensare. Potrebbe essere pure l’occasione buona per trovare e formare nuove professioni del turismo, e farci ricordare che dopo i bagnini e i “felliniani cascamorti” per le tedesche ci saranno i brand discoverers and emotions operator.  Siamo sempre lì: solo con le emozioni si inventa il futuro.

Pubblicato in : CornerBlog

Info Fabrizio Binacchi

Fabrizio Binacchi, giornalista economico @Tg1, poi in giro per l’Italia a dirigere redazioni e sedi regionali. Ha realizzato e curato varie trasmissioni su @RaiUno e @RaiTre. Ha condotto Linea Verde finendo in acqua e su Striscia, Paperissima, Blob, facendo passare quel poco di popolarità dai palazzi della politica ai supermercati. Insegna in vari master, ha scritto tre libri e ha vissuto in sette città ma solo in due si trova a casa: Bologna e Firenze.

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