
Il best seller “The Art of the Deal”, redatto da Donald Trump in collaborazione con il ghostwriter Tony Schwartz, suggerisce di iniziare qualsiasi trattativa con propositi ambiziosi, persino inaccettabili, anche se si è disposti a cedere qualcosa, con l’obiettivo di ottenere il massimo risultato possibile. Questo stile sembra aver guidato i primi tre mesi dell’amministrazione Trump 2.0, insediata il 20 gennaio scorso. Nelle ultime settimane, tuttavia, l’inquilino della Casa Bianca è stato costretto a rimodulare alcune sue posizioni o a fare – del tutto o in parte – marcia indietro su determinati dossier. Ultimo in ordine di tempo, il caso di Jerome Powell, capo della Federal Reserve (FED), che Trump aveva minacciato di silurare, per poi tornare sui suoi passi tranquillizzando i mercati (già scossi dal clima d’incertezza dovuto ai dazi). Altro esempio, nelle ultime ore, le dichiarazioni di apertura verso la Cina del segretario al Tesoro Scott Bessent, che ha fatto sapere di aspettarsi una de-escalation nella guerra commerciale con Pechino in un “futuro assai prossimo”. Anche il fatto di essere flessibili ed imprevedibili è parte della “Art of the deal”, ma quelli in atto sembrano piuttosto chiari segnali della necessità di scendere a compromessi, almeno in determinati contesti.

Powell non si tocca?
Il presidente degli Stati Uniti aveva ripetutamente criticato Powell in varie occasioni, soprattutto per non essersi mosso più rapidamente per abbassare i tassi di interesse. Powell, presidente del Consiglio dei governatori dal 2018, è stato nominato dallo stesso Trump e poi confermato per un secondo mandato da Joe Biden nel 2022. “Vorrei vederlo un po’ più attivo riguardo alla sua idea di abbassare i tassi di interesse. Questo è il momento perfetto per farlo. Se non lo fa, è la fine? No, non lo è. Non ho intenzione di licenziarlo”, ha dichiarato Trump alla stampa in riferimento a Powell. La smentita sulla rimozione del capo della banca centrale è stata salutata positivamente dai mercati: nella giornata di martedì, l’indice S&P 500 ha chiuso in rialzo di oltre il 2,5%, mentre il Nasdaq ha chiuso in rialzo di oltre il 2,7%, per poi muoversi positivamente anche nella giornata di mercoledì. L’eventuale cacciata di Powell, cosa mai successa a un capo della FED nel pieno del suo mandato, avrebbe aggiunto ulteriori tensioni a un contesto già scosso dalle politiche commerciali di Trump, al netto dell’annunciata sospensione dei dazi reciproci imposti nel ‘Liberation Day’, il 2 aprile scorso.
USA-Cina: lavorare insieme?
Ad allentare ulteriormente il nervosismo a Wall Street e sulle altre piazze sono arrivate le dichiarazioni di Bessent, titolare del Tesoro, che si sta ritagliando sempre più il ruolo di ‘mitigatore’ degli eccessi trumpiani. Secondo quanto riporta la Cnbc, in un incontro a porte chiuse l’esponente dell’amministrazione repubblicana ha dichiarato che si aspetta “una de-escalation” nella guerra commerciale con la Cina. “Nessuno pensa che lo status quo sia sostenibile”, con le tariffe ai livelli attuali, ha affermato Bessent. Il segretario al Tesoro ha esortato la Cina a smettere di fare affidamento sulle esportazioni e ad aumentare i consumi, affermando che ciò contribuirebbe ad allentare le tensioni commerciali. “Se vogliono riequilibrare, facciamolo insieme“, ha aggiunto Bessent. L’apertura verso la Cina, rilanciata poi anche dallo stesso Trump, è stata tuttavia smorzata da Pechino. In risposta a una domanda riguardante un articolo del Wall Street Journal, secondo cui la Casa Bianca starebbe valutando di ridurre i dazi verso la Cina dall’attuale 145% a una percentuale compresa tra il 50 e il 65%, il portavoce del ministro degli Esteri cinese Guo Jiakun ha attaccato l’atteggiamento “unilaterale e aggressivo” degli USA. “Se gli Stati Uniti cercano davvero di risolvere i problemi attraverso il dialogo e la negoziazione, dovrebbero abbandonare il loro approccio di massima pressione, smettere di fare minacce e di ricorrere alla coercizione e avviare un dialogo con la Cina sulla base di uguaglianza e rispetto reciproco”, ha affermato.
Scendere a patti?
L’atteggiamento possibilista di Bessent – che il Telegraph britannico già ha incoronato come “L’uomo che ha salvato l’economia mondiale, per ora” – sembra riecheggiare un certo tipo di approccio verso la Cina adottato anche nell’era Biden: competere quando possibile, cooperare quando necessario. In generale, al netto della guerra tariffaria in sé, lo scenario a tre mesi dall’insediamento vede Trump puntare sempre in alto, usare toni aggressivi e slogan potenti, senza timore di cadere in contraddizione, per poi fare i conti con la realtà e ‘aggiustare il tiro’ tramite il suo gabinetto (o su pressione del medesimo). Il presidente, spiega l’emittente CNN, sperava che i primi 100 giorni del suo secondo mandato avrebbero portato con sé una serie di accordi lampo, simile a quelli descritti “nel testo fondamentale del trumpismo”, ossia il libro di Trump sulle trattative. Ma il Tycoon newyorchese si è ritrovato a dover ammorbidire i toni sulla sua guerra commerciale con la Cina, a mettere in pausa i dazi reciproci e a perdere la pazienza per la guerra in Ucraina, dopo aver promesso per mesi che sarebbe finita in 24 ore. Le trattative da presidente, conclude un’analisi firmata da Elisabeth Buchwald e Kevin Liptak, si stanno “rivelando più complesse”, dal momento che “la posta in gioco non sono grattacieli e casinò, ma intere economie, la credibilità dei leader e la sovranità nazionale”.
Il commento
Di Gianluca Pastori, ISPI Senior Associate Research Fellow
“Le battute d’arresto e le retromarce dell’amministrazione Trump riflettono i limiti di un’agenda politica costruita, sinora, più sugli slogan che sui fatti reali. Allo stesso tempo, mettono in evidenza come il sistema dei ‘pesi e contrappesi’ che sta alla base del sistema istituzionale statunitense continui a funzionare in maniera – tutto sommato – efficace. Per un Presidente dalle ambizioni ‘decisioniste’ si tratta di uno smacco pesante, che il tentativo di presentare alcuni di questi passi indietro come prove del successo della sua strategia non riesce davvero a mascherare. Tuttavia, sembra improbabile che Trump decida di rinunciare al suo atteggiamento antagonistico. Più probabilmente, la retorica della ‘guerra contro il deep state’ e i ‘nemici del paese’ finirà per trovare alimento nelle contraddizioni della politica concreta; uno sviluppo che, d’altra parte, appare in linea con un personaggio che deve il successo politico anche alla capacità di veicolare all’elettorato robuste dosi di contro-verità”.
Istituto Ispi

Lascia un commento