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Trump, l’Iran e la tregua che non c’è 

L’Iran smentisce Donald Trump sull’esistenza di negoziati in corso per il cessate il fuoco e riprende i bombardamenti contro i paesi del Golfo. Solo poche ore prima, l’annuncio a sorpresa di Trump – la sospensione per altri cinque giorni dell’annunciata campagna di attacchi alle centrali elettriche iraniane e la definizione di negoziati “produttivi” – aveva alimentato speranze per una possibile tregua nei combattimenti. Anche i mercati, estremamente nervosi per l’aumento dei prezzi dell’energia, avevano dato segnali positivi. L’ottimismo, però, è svanito rapidamente. L’incertezza sulle prospettive di de-escalation ha preso il sopravvento man mano che i bombardamenti tra Teheran, Tel Aviv, Gerusalemme e le capitali arabe della regione riprendevano di intensità.

di Alessia De Luca | 25 Marzo 2026

L’Iran smentisce Donald Trump sull’esistenza di negoziati in corso per il cessate il fuoco e riprende i bombardamenti contro i paesi del Golfo. Solo poche ore prima, l’annuncio a sorpresa di Trump – la sospensione per altri cinque giorni dell’annunciata campagna di attacchi alle centrali elettriche iraniane e la definizione di negoziati “produttivi” – aveva alimentato speranze per una possibile tregua nei combattimenti. Anche i mercati, estremamente nervosi per l’aumento dei prezzi dell’energia, avevano dato segnali positivi. L’ottimismo, però, è svanito rapidamente. L’incertezza sulle prospettive di de-escalation ha preso il sopravvento man mano che i bombardamenti tra Teheran, Tel Aviv, Gerusalemme e le capitali arabe della regione riprendevano di intensità. E così, poche ore dopo il brusco calo, le quotazioni di gas e petrolio hanno ripreso ad aumentare. Intanto, le informazioni su eventuali negoziati sono ancora molto parziali e incerte. Sul fronte diplomatico, le informazioni restano frammentarie. L’Oman ha escluso un proprio ruolo come possibile mediatore, mentre emerge l’ipotesi di un coinvolgimento del Pakistan. Ma tutte le fonti convergono su un punto: eventuali contatti sono ancora preliminari e lontani da un esito concreto.

Negoziare, ma con chi? 

La stessa possibilità di negoziare è resa più complessa dal vuoto di leadership creato dai bombardamenti statunitensi e israeliani, che hanno decimato i vertici iraniani, tra cui la Guida Suprema Ali Khamenei e figure chiave come Ali Larijani. Il nuovo leader, Mojtaba Khamenei, non è mai apparso pubblicamente e mantiene una linea altrettanto ostile verso Washington. Trump ha parlato di contatti con un “rispettato” esponente iraniano, senza fornire dettagli. Secondo il Jerusalem Post, si tratterebbe del presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, che però ha smentito apertamente, accusando l’ex presidente americano di “diffondere informazioni false per influenzare i mercati energetici” e di tentare di costruire “una via d’uscita dignitosa” dal conflitto. Resta sul tavolo l’ipotesi di un incontro multilaterale, forse in Turchia o Pakistan, con Islamabad che si è detta disponibile a ospitarlo. Ma, al momento, più che un negoziato strutturato si intravede un tentativo ancora informe di riaprire un canale. Intanto Teheran ha nominato Baqer Zolqadr, ex generale dei Guardiani della rivoluzione nel ruolo di capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, che era di Larijiani.

Libano del Sud a rischio annessione? 

Ad aggiungere incertezza a una de-escalation che non sembra potersi concretizzare nell’immediato c’è l’intensificazione dell’offensiva israeliana nel Libano meridionale. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz ha affermato che l’esercito “prenderà il controllo” delle regioni meridionali fino al fiume Litani, che dista circa 30 km dal confine con Israele. “Tutti e cinque i ponti sul Litani utilizzati da Hezbollah per il passaggio di terroristi e armi sono stati fatti saltare in aria, e le Forze di Difesa Israeliane (IDF) controlleranno i restanti ponti e la zona di sicurezza fino al Litani” ha dichiarato Katz, aggiungendo che centinaia di migliaia di residenti sfollati a causa della guerra “non torneranno finché non sarà garantita la sicurezza per i residenti del nord” di Israele. Nel fine settimana, le forze israeliane hanno attaccato il ponte di Qasmiyeh, un valico strategico che collega il sud del Libano al resto del Paese, in quello che il presidente libanese Joseph Aoun ha definito un “preludio all’invasione di terra”. Molti libanesi temono che Israele stia tentando di separare il Libano meridionale dal resto del paese in vista di un’annessione. Timori alimentati dalle dichiarazioni del ministro di estrema destra Bezalel Smotrich, secondo cui “il Litani deve essere il nostro nuovo confine con lo Stato libanese, proprio come la ‘Linea Gialla’ a Gaza e come la zona cuscinetto e la cima del monte Hermon in Siria”.

Chi fermerà Israele? 

In questo contesto, un eventuale negoziato si aprirebbe in un clima di estrema difficoltà. La fiducia iraniana è ai minimi dopo gli attacchi americani condotti mentre erano in corso colloqui tra le parti, elemento che rende improbabile un ritorno al tavolo senza garanzie solide. Parallelamente, è prevedibile che il governo israeliano non sia particolarmente soddisfatto di questa prospettiva e che faccia di tutto per impedire che tale scenario si realizzi. Nonostante l’impatto interno del conflitto – sirene, scuole chiuse, voli cancellati – secondo l’Israel Democracy Institute il sostegno dell’opinione pubblica israeliana alla guerra supera il 90%. Questo consenso rafforza la linea del governo Netanyahu, che vede nella distruzione del cosiddetto “asse iraniano” non solo un obiettivo strategico, ma anche una leva politica interna. “Per Benjamin Netanyahu, la strada per i seggi elettorali passa per Washington e Teheran”, ha dichiarato un ministro vicino a Netanyahu al quotidiano Ha’aretz. Distruggere la Repubblica Islamica sarebbe anche la mossa su cui il premier punta, secondo il britannico Guardian, per riabilitare la sua immagine dopo il fallimento della sicurezza del 7 ottobre, e per riscrivere la propria eredità politica. In questa prospettiva, la guerra non è soltanto un conflitto regionale, ma diventa parte di un calcolo più ampio, in cui sicurezza, consenso e sopravvivenza politica si intrecciano. E che rende ogni ipotesi di negoziato più lontana che mai.

Il commento  

di Ugo Tramballi, ISPI Senior Advisor

“È difficile prevedere che Medio Oriente vedremo alla fine di tutto questo. Che l’Iran continui ad essere governato dagli estremisti della teocrazia, dallo stesso regime ma con uomini nuovi o addirittura da un sistema diverso, è tutto il Golfo di regni ed emirati con le loro ricchezze energetiche, che sarà diverso. Non solo l’Iran”. 

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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