
Arriva il momento, per ogni giocatore d’azzardo, in cui il tavolo smette di bluffare e si scoprono le carte. Per Donald Trump quel momento è arrivato con una sentenza. Niente scandali, niente inchieste infinite, niente nemici esterni da additare. Solo l’applicazione pedissequa della legge. E contro la legge, persino chi si crede invincibile finisce per farci un frontale.
La decisione della Corte Suprema che ha smontato i dazi imposti da Trump non è un dettaglio tecnico, né una cavillosità giuridica. È una bocciatura politica piena, sonora, definitiva, mettiamo subito in chiaro la faccenda. È la certificazione di un fallimento che va ben oltre il commercio internazionale. È la prova che l’uomo che si vantava di “fare accordi migliori di chiunque altro” ha provato a governare come se il mondo fosse una partita a Risiko, ignorando le regole finché gli facevano comodo.
Trump aveva costruito i dazi come un totem, usando peraltro una teatralità mediatica di pessimo gusto e poca sostanza strategica. Uno strumento buono per tutto: punire gli alleati, intimidire i rivali, fare cassa, parlare alla pancia dell’elettorato. Il problema è che, a furia di usare la pancia, ha smesso di usare la testa, ammesso che ne abbia una. E quando la politica diventa un’autocelebrazione, il confine tra decisione e capriccio sparisce.
La Corte Suprema, composta in gran parte da giudici conservatori, molti dei quali scelti proprio da lui, non ha avuto esitazioni. Gli ha detto quello che nessuno nel suo entourage ha mai avuto il coraggio di dirgli in faccia: non puoi fare tutto. Non sei il Congresso. Non sei la legge. Non sei il Paese. Sei un presidente, e il tuo potere ha dei limiti.
L’aspetto più grave e, nell’insieme, patetico è che Trump non è stato fermato dai propri avversari politici, ma dal sistema che aveva contribuito a plasmare. Non da giudici ostili, ma da una struttura istituzionale che ha deciso, per una volta, di funzionare. E questo lo ha fatto deragliare, operativamente ed emotivamente.
La reazione è stata rivelatrice. Nessuna autocritica, nessuna presa d’atto. Solo rabbia, accuse, sproloqui continui, senza senso, al punto che chiunque abbia ascoltato la successiva conferenza stampa ha faticato a comprenderne la logica espositiva. Un presidente che si scopre improvvisamente impotente e reagisce come fanno quelli che non accettano di aver perso: alza la voce, cerca scorciatoie, promette vendette future. È il linguaggio di chi non governa più, ma recita se stesso.
Sul piano interno il danno è enorme, non giriamoci intorno: la strategia economica di Trump si reggeva su un’idea semplice e sbagliata, che bastasse alzare muri doganali per rendere grande un’economia complessa come quella americana. Ora quei muri crollano e sotto restano imprese disorientate, importatori che chiedono rimborsi, Stati federali che fanno i conti con un caos normativo senza precedenti. Il mito dell’uomo forte che “sistema tutto” evapora nel momento stesso in cui deve spiegare come rimediare ai disastri creati.
Sul piano internazionale il colpo è forse ancora più profondo. Trump voleva imporre paura e imprevedibilità come metodo diplomatico. Ha ottenuto l’effetto opposto. Ha reso gli Stati Uniti un partner inaffidabile, guidato da impulsi più che da strategie. Oggi gli alleati tirano un sospiro di sollievo, ma nessuno dimentica quanto sia fragile un sistema che dipende dall’umore di un solo uomo.
Purtroppo l’aspetto più grave è quello che non si misura in dollari o percentuali. Trump ha mostrato, ancora una volta, di non concepire il limite come parte della democrazia, ma come un affronto personale. Per lui ogni freno è un tradimento, ogni controllo un complotto. È la mentalità di chi confonde il consenso con il possesso e il potere con il diritto.
Questa sentenza non chiude una stagione. La illumina. Mostra che il trumpismo non è stato un progetto politico coerente, ma una lunga improvvisazione, sostenuta da slogan e arroganza. Finché ha funzionato, Trump ha spinto. Quando non ha funzionato più, ammesso che lo abbia mai fatto, è stato considerato un interlocutore inaffidabile e messo diplomaticamente da parte.
Purtroppo per lui e la sua amministrazione il fallimento non sta nei dazi cancellati. Sta nell’illusione di poter governare un Paese e un mondo complesso come se fosse un casinò personale. Sta nell’idea che la forza possa sostituire la legge. Sta nella convinzione che basti urlare per avere ragione.
Alla fine resta una verità semplice e vecchia come la storia, quasi banale. Le democrazie non muoiono solo per colpi di Stato. A volte rischiano di morire per eccesso di ego. Questa volta, almeno per ora, hanno retto. E Trump ha perso. Non contro i suoi nemici, ma contro se stesso.
Piero Terracina

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