
Passate le feste pasquali a Mar-a-Lago, sul tavolo resta aperto il dossier iraniano. Donald Trump non ci ha dato pausa neanche durante le feste, continuando come un fiume in piena a straparlare su temi che ormai mostrano una palese inattendibilità. A giugno compirà 80 anni. I segni di cedimento si vedono. Oltre tutto, con il suo atteggiamento da guardiano intergalattico, sta obbligando un’economia già in difficoltà, quella americana, a un ulteriore isolazionismo, dai risultati incerti e potenzialmente pericolosi per Washington. Le minacce all’Iran non vanno lette solo come pressione su Teheran, ma come tentativo di riportare gli Stati Uniti al centro del sistema globale occidentale, ricostruendo un blocco compatto attorno a un nemico comune.
È una logica nota, ma totalmente fuori tempo. Funzionava quando l’Occidente era disposto a muoversi in modo coordinato e automatico, oggi non è più così.
Washington forza il ritorno a una catena di comando verticale. L’Europa prende atto e si sfila. Non rompe, ma non segue. Mantiene distanza politica e operativa, evita l’escalation e non si allinea a una strategia percepita come instabile.
Il dato centrale è questo. L’Europa preferisce pagare il prezzo economico piuttosto che quello strategico. L’aumento del petrolio sta già colpendo industria, produzione e consumi. È un impatto diretto, eppure viene accettato. Meglio assorbire un danno concreto che legarsi a una linea che appare imprevedibile e difficilmente controllabile.
Questo segna un passaggio chiaro. L’Occidente non si compatta più per riflesso. La leadership americana non viene più seguita automaticamente, soprattutto quando appare discontinua e guidata da un Presidente percepito come instabile.
Il risultato è opposto a quello cercato. Il tentativo di ricompattare l’Occidente attraverso la pressione sull’Iran mette in evidenza la distanza tra Stati Uniti ed Europa. Non rafforza l’alleanza, ne mostra i limiti e la naturale riformulazione.
Le minacce all’Iran diventano così uno strumento interno. Il responso è già visibile. Gli Stati Uniti cercano di tornare al centro, l’Europa accetta un costo economico rilevante pur di non rientrare in uno schema che considera oggi più rischioso che utile.
Piero Terracina

Lascia un commento