
A Washington si sono trovati faccia a faccia due modi opposti di esercitare il potere. Xi Jinping, despota alla guida di una dittatura a partito unico, è apparso per quello che politicamente è: freddo, pragmatico, smaliziato, preparato a giocare una partita lunga. Donald Trump è arrivato invece prigioniero della propria narrazione, obbligato a trasformare ogni incontro in un trionfo mentre la realtà continua ostinatamente a presentargli il conto. La differenza si vede già nel modo in cui i due affrontano il tempo. Xi ragiona in anni. Trump ormai ragiona in settimane. Le midterm si avvicinano, i sondaggi diventano meno indulgenti e la distanza tra il racconto trionfale della Casa Bianca e ciò che percepisce una parte crescente dell’elettorato americano comincia a diventare difficile da coprire con slogan, attacchi ai media e accuse di complotto. Xi questo problema non ce l’ha. Non deve vincere elezioni, conquistare una maggioranza o inseguire ogni giorno il consenso di un’opinione pubblica libera. Governa un sistema autoritario che gli consente di aspettare, dosare le concessioni e trasformare il tempo in uno strumento politico. Può trattare per mesi, rinviare, congelare, riaprire un dossier quando gli conviene e lasciar consumare l’avversario.
Trump, invece, ha fretta. E la fretta in politica estera è quasi sempre una pessima consigliera.
Dopo due anni segnati da annunci roboanti, promesse definitive e una lunga serie di disastri sia sul fronte domestico sia su quello internazionale, Trump ha bisogno di qualcosa da esibire. Non di un processo, non di una trattativa aperta, non di un risultato parziale. Gli serve una vittoria da mostrare, possibilmente immediata, possibilmente televisiva, possibilmente accompagnata dalla solita dichiarazione secondo cui nessun presidente prima di lui sarebbe mai riuscito a ottenere qualcosa di simile.
Il problema è che Xi non sembra minimamente interessato a prestarsi allo spettacolo.
La tregua commerciale è stata prorogata, ma non siamo davanti a una resa cinese. Su Taiwan non è cambiato nulla. Sull’intelligenza artificiale e sulla tecnologia resta aperta una competizione feroce. Sul commercio, sui semiconduttori e sulle catene di approvvigionamento le distanze restano profonde. E sui grandi dossier internazionali, dall’Ucraina all’Iran, la Cina continua a muoversi secondo i propri interessi, non secondo quelli di Washington.
Insomma, il grande colpo che Trump avrebbe bisogno di vendere agli americani ancora non si vede.
Ed è qui che il confronto diventa davvero impietoso. Xi governa uno Stato repressivo, controllato e privo delle libertà politiche occidentali, ma sa perfettamente cosa vuole e quanto può aspettare per ottenerlo. Trump continua invece a muoversi come se la geopolitica fosse una gigantesca trattativa immobiliare: ultimatum, minacce, annunci, strette di mano, superlativi e vittorie proclamate prima ancora di essere ottenute. Per anni questo metodo ha funzionato sul piano mediatico. Bastava occupare la scena, alzare il tono, inventare una data, promettere una soluzione definitiva e spostare l’attenzione sul prossimo bersaglio. Ma la politica internazionale non è una conferenza stampa e gli altri leader non sono comparse del suo spettacolo. Putin non si è piegato. L’Ucraina non è stata risolta in ventiquattr’ore. L’Iran è diventato un altro fronte di crisi. La Cina non ha arretrato. E Xi è arrivato negli Stati Uniti senza alcuna necessità di concedere a Trump quella vittoria simbolica di cui il presidente americano avrebbe disperatamente bisogno. Anzi, il vertice ha mostrato qualcosa di più profondo: i limiti di una politica fondata quasi interamente sulla personalizzazione del potere. Trump continua a credere che la sua presenza al tavolo possa sostituire la strategia, che una telefonata possa risolvere una guerra e che un rapporto personale con un leader straniero possa cancellare interessi nazionali costruiti in decenni.
Xi ragiona esattamente al contrario. Non gli interessa essere simpatico a Trump. Non gli interessa che il vertice venga presentato come storico. Non gli interessa vincere la giornata. Gli interessa che, alla fine del percorso, la Cina abbia guadagnato qualcosa.
Ed è una differenza enorme. Xi può permettersi di perdere una settimana, un mese, persino un anno. Trump guarda il calendario e vede le midterm avvicinarsi, il consenso restringersi e il bisogno crescente di dimostrare che dietro due anni di annunci esiste finalmente qualche risultato concreto.
Pechino gioca a scacchi con il tempo; Trump, ormai, gioca contro il tempo.
Piero Terracina

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