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Trump e Netanyahu, mai dire mai 

Benjamin Netanyahu è arrivato oggi a Washington per quella che si profila, forse, come la visita più delicata mai resa all’alleato americano. L’ultima volta in cui si era recato alla Casa Bianca, il premier israeliano aveva strappato al presidente Usa l’accordo per bombardare Teheran offrendogli una previsione precisa: l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei avrebbe innescato proteste interne capaci di portare alla caduta della Repubblica Islamica in poche settimane. Oggi, a distanza di cinque mesi, il vertice avviene in tutt’altro scenario.

di Alessia De Luca | 29 Luglio 2026

Benjamin Netanyahu è arrivato oggi a Washington per quella che si profila, forse, come la visita più delicata mai resa all’alleato americano. L’ultima volta in cui si era recato alla Casa Bianca, il premier israeliano aveva strappato al presidente Usa l’accordo per bombardare Teheran offrendogli una previsione precisa: l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei avrebbe innescato proteste interne capaci di portare alla caduta della Repubblica Islamica in poche settimane. Oggi, a distanza di cinque mesi, il vertice avviene in tutt’altro scenario. Trump ha appena annunciato di aver sospeso l’escalation contro Teheran: non tanto in vista di un’apertura diplomatica, ma perché, secondo un’inchiesta del New York Times, gli intercettori Patriot inizierebbero a scarseggiare. Con il passare delle settimane, infatti, non solo il regime iraniano non è imploso e ad un Khamenei se ne è sostituito un altro, ma il conflitto si è allargato ben oltre lo Stretto di Hormuz: nel Mar Rosso gli Houthi hanno dichiarato un embargo contro l’Arabia Saudita minacciando di fatto un’altra rotta cruciale per il petrolio e il gas. Intanto in Israele Netanyahu si è lasciato alle spalle sondaggi in calo per il Likud in vista del voto del prossimo 27 ottobre. Appena pochi giorni prima delleelezioni di Midterm in cui i Repubblicani non sembrano messi molto meglio. Ufficialmente, nell’agenda dell’incontro tra i due leader c’è l’Iran. Ma oltre a quel dossier avranno molto altro di cui discutere, misurando interessi sempre meno in sintonia tra di loro.

Una pausa necessaria, non voluta?

Il calcolo che ha fermato l’escalation americana in Iran non sarebbe diplomatico, ma logistico. Secondo il New York Times, la scorsa settimana i vertici del Pentagono hanno spiegato a Trump che il protrarsi del conflitto rischia di prosciugare le scorte di intercettori Patriot. Dall’inizio del conflitto, a fine febbraio, l’esercito americano ne avrebbe già impiegati oltre 1200, del costo di oltre 4 milioni di dollari ciascuno: un consumo che nessuno aveva previsto e a cui l’industria bellica Usa non riesce a far fronte. Il conto complessivo della guerra, del resto, è salito rapidamente: oltre 37 miliardi di dollari, ha dichiarato il segretario ‘alla Guerra’ Pete Hegseth che in un’audizione al Senato ne ha chiesti altri 67 per proseguire le operazioni. Teheran al contempo ha sospeso le proprie rappresaglie in parallelo, mentre Oman, Pakistan e Qatar lavorano a riaprire un canale diplomatico. Ma il conflitto, nel frattempo, si è già allargato. Nel Mar Rosso gli Houthi hanno dichiarato un embargo marittimo contro l’Arabia Saudita, colpendo mercantili sauditi al largo di Al Shuqaiq: un fronte periferico che si apre proprio mentre quello centrale rallenterebbe per esaurimento di mezzi, non di volontà.

Interessi sempre più divergenti?

Che il clima tra Trump e Netanyahu non sarebbe dei migliori è testimoniato dai bruschi scambi di opinione avuti dai due leader nelle ultime settimane e confermati dai loro entourage. Il primo dossier di attrito è la Cisgiordania, dove le violenze dei coloni sono fuori controllo al punto da spingere circa 600 ex alti ufficiali delle Forze di difesa israeliane (Idf), Mossad e Shin Bet a scrivere direttamente a Trump. Nella lettera aperta si legge che “l’escalation di violenza in Cisgiordania mette in pericolo la sicurezza di Israele, gli interessi degli Stati Uniti e la stabilità regionale”. Netanyahu, dal canto suo, ha risposto accelerando la legalizzazione di colonie e insediamenti in tutto il territorio in direzione opposta a quanto auspicato dagli alleati arabi di Washington che hanno indicato la progressiva annessione della Cisgiordania come un motivo di rottura insormontabile. Il secondo dossier è il Libano dove il nodo è lo stesso da mesi: Hezbollah rifiuta ogni ipotesi di disarmo, mentre Israele condiziona il proprio ritiro dalle ‘zone pilota’ nel sud alla garanzia che il gruppo sciita non torni a occupare quelle aree. Il terzo dossier è quello più esplosivo: l’accordo nucleare civile firmato il 22 luglio tra Washington e Riad. Anche se il giorno successivo all’annuncio Trump ha aggiunto, a sorpresa, che l’accordo vale solo se l’Arabia Saudita aderirà agli Accordi di Abramo riconoscendo Israele, quest’ultima – che da sempre lega ogni riconoscimento dello Stato ebraico a un percorso credibile verso uno Stato palestinese – non ha ancora risposto pubblicamente.

Un calendario che incombe?

Il 27 ottobre si vota per la Knesset. Pochi giorni dopo, per il Congresso americano. È anche alla luce di questi due appuntamenti che va letto l’incontro di oggi. Per mesi la guerra contro l’Iran ha offerto a Netanyahu un’ancora politica. Ora che Washington frena per carenza di munizioni, il premier vede indebolirsi quell’appiglio, mentre la sua coalizione – tenuta insieme da chi chiede mano libera su Cisgiordania e Gaza, oltre alla guerra a oltranza contro Teheran – reclama risultati. Il premier avrebbe lavorato settimane per ottenere l’invito di oggi, con un obiettivo dichiarato: che Trump non conceda nulla all’Iran prima del voto. Trump, dall’altra parte, guarda alle elezioni di metà mandato (midterm) con urgenze diverse: un’amministrazione che si presenta al voto trascinandosi dietro una guerra aperta e tensioni sui prezzi del carburante per il blocco a Hormuz lo espongono a un’opinione pubblica sempre più scettica sui costi del conflitto. Da qui l’apertura informale, a un ritorno al dialogo: un’intesa anche parziale sarebbe uno strumento elettorale potente. L’imprevedibilità del presidente americano lascia però spazio ad un’altra ipotesi: quella che Trump, più che accontentarsi di una pausa tecnica, possa scegliere di rilanciare con un’operazione risolutiva che gli assicuri una vittoria netta da rivendicare in campagna elettorale, piuttosto che una tregua che rischia di essere vista come mezza sconfitta. Ed è su questa possibilità che Netanyahu potrebbe scommettere nell’incontro di oggi: convincere Trump a tentare, un’ultima volta, il tutto per tutto.

Il commento

Di Valeria Talbot, Head Osservatorio Medio Oriente e Nord Africa ISPI

“Questa volta Benjamin Netanyahu si reca a Washington in una posizione di maggiore debolezza politica e diplomatica rispetto al passato. Il pantano iraniano ha infatti messo a dura prova il rapporto privilegiato con Donald Trump, facendo emergere una crescente sfiducia reciproca tra i due leader. Se il presidente americano appare sempre meno disposto ad assecondare le richieste del primo ministro israeliano, si assottiglia la capacità di Netanyahu di influenzarne le scelte nei dossier mediorientali. Tutto ciò mentre negli Stati Uniti si riduce il sostegno nei confronti del premier israeliano, sia nell’opinione pubblica sia nella cerchia più vicina a Trump”.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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