
“Non li vogliamo”: lo ha detto, chiaro e tondo, Donald Trump in un video messaggio su Truth annunciando un divieto di ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di 12 paesi. Il nuovo ‘Travel Ban’ che ripristina e amplia le restrizioni già approvate nel corso del primo mandato, colpisce principalmente i paesi africani e asiatici e, ha spiegato Trump, “è necessario per rafforzare la sicurezza nazionale e combattere il terrorismo”. I paesi interessati sono Afghanistan, Myanmar, Ciad, Repubblica del Congo, Guinea Equatoriale, Eritrea, Haiti, Iran, Libia, Somalia, Sudan e Yemen, mentre altri sette saranno soggetti a restrizioni di viaggio parziali, con programmi di visto sospesi, ma senza un divieto assoluto. Si tratta di Burundi, Cuba, Laos, Sierra Leone, Togo, Turkmenistan e Venezuela. L’ordinanza, che entrerà in vigore formalmente il 9 giugno, si inserisce in un giro di vite sulle politiche migratorie introdotto dall’attuale amministrazione, tra cui il blocco delle richieste di asilo al confine meridionale e la revoca dello status di protezione temporanea per cittadini immigrati. Stabilisce che il nuovo divieto di viaggio non si applica alle persone con visto che si trovano già negli Stati Uniti, e prevede alcune altre eccezioni. Ad esempio, gli afghani idonei al programma di visti per immigrati speciali , riservato a coloro che hanno aiutato il governo statunitense durante la guerra in Afghanistan, sono esentati dal divieto. E anche i calciatori e gli atleti che parteciperanno ai Mondiali del 2026 negli Stati Uniti, e alle Olimpiadi di Los Angeles del 2028 non saranno soggetti a restrizioni.

Chi è messo al bando e chi no?
Anche se molti osservatori concordano sul fatto che le restrizioni interessino principalmente i paesi a basso reddito il presidente ha addotto una serie di giustificazioni per i divieti, dalla sicurezza nazionale al timore che i visitatori superino la durata effettiva del visto. In particolare, la Casa Bianca ha accusato l’Iran e Cuba di essere “sponsor del terrorismo”, che in Libia esiste una “presenza terroristica storica” e definito la Somalia “un rifugio sicuro per i terroristi”. Nel suo discorso, Trump ha affermato inoltre di aver agito in seguito al recente attacco di Boulder, in Colorado, in cui sono stati presi di mira manifestanti in marcia per la liberazione degli ostaggi israeliani detenuti da Hamas. L’attacco “ha evidenziato i pericoli che comporta l’ingresso di stranieri non adeguatamente controllati” ha dichiarato Trump, aggiungendo che “l’elenco è soggetto a revisioni in base ai miglioramenti apportati” e che allo stesso modo, “nuovi paesi potrebbero essere aggiunti man mano che emergono minacce in tutto il mondo”. Tuttavia l’Egitto, paese d’origine del sospetto attentatore Mohamed Sabry Soliman, ma anche importante alleato Usa in Medio Oriente, non è tra quelli colpiti dal provvedimento. Intanto, un tribunale statunitense ha sospeso temporaneamente il procedimento di espulsione nei confronti della famiglia dell’attentatore per cui la Casa Bianca aveva dichiarato di avere emesso “dei biglietti di sola andata” fuori dal paese. Gli avvocati della difesa hanno accusato il governo federale di aver preso di mira ingiustamente la moglie di Soliman e i loro cinque figli, ignari dei piani dell’uomo e disponibili a collaborare con gli investigatori.
Versione più solida, destinata a durare?
L’ordinanza appare una versione ‘riveduta e corretta’ del Travel ban di otto anni fa. Quando poco dopo il suo insediamento nel 2017 Trump cercò di vietare per la prima volta l’ingresso ai cittadini provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana, il divieto provocò caos e confusione immediati: centinaia di viaggiatori furono trattenuti negli aeroporti di tutto il paese. L’ordinanza allora fu subito contestata nei tribunali da giudici che sostennero che il decreto fosse incostituzionale perché discriminava i viaggiatori in base alla loro religione. L’amministrazione fu costretta a modificare più volte il testo di quello che la stampa aveva ribattezzato ‘Muslim Ban’ e ci volle quasi un anno prima che entrasse effettivamente in vigore. Stavolta, anche se le contestazioni giudiziarie sono più che probabili, le restrizioni potrebbero restare in vigore. Secondo esperti legali, infatti, non prendendo più di mira solo paesi a maggioranza musulmana e chiamando in causa l’instabilità politica nei paesi d’origine e l’alto tasso di violazioni dei termini di permanenza fissati dai visti, il divieto offrirebbe basi legali più solide. Non solo: a differenza della versione precedente, che aveva una validità di 90-120 giorni, il bando attuale prevede una revisione periodica e non ha una data di scadenza.
Harvard sempre nel mirino?
Non solo i visti turistici sono entrati nel mirino dell’amministrazione Trump che ieri ha approvato un altro provvedimento che sospende l’ingresso dei cittadini stranieri che desiderano studiare o partecipare a programmi di scambio presso l’Università di Harvard. Nella nota emessa dalla Casa Bianca si precisa inoltre che il dipartimento di Stato dovrà “valutare la revoca” dei visti accademici o di scambio già approvati per gli attuali studenti dell’ateneo. Le misure, che dovrebbero durare sei mesi salvo proroghe, costituiscono solo l’ultimo colpo di scena nell’ambito del braccio di ferro tra il presidente e la prestigiosa università della Ivy League: già a fine maggio l’amministrazione Usa aveva vietato ad Harvard di iscrivere studenti e ricercatori stranieri, ma l’ordinanza era poi stata bloccata da un tribunale. La misura costituisce l’ultima manovra di una significativa escalation, volta a fare pressione sulle università di élite, considerate ‘woke’ e propugnatrici di un’ideologia progressista, e punta a colpire una fonte di finanziamento cruciale per il più ricco tra i college degli Stati Uniti, erettosi a baluardo della resistenza a Trump. “Si tratta dell’ennesima ritorsione illegale intrapresa dall’Amministrazione in violazione dei diritti di Harvard sanciti dal Primo Emendamento”, ha dichiarato un portavoce di Harvard, aggiungendo che l’università continuerà a “proteggere i suoi studenti internazionali”.
Il commento
Di Matthew Wilson, Senior Associate Research Fellow ISPI
“L’amministrazione Trump ha introdotto un divieto di viaggio negli Usa chiaramente adeguato agli ostacoli legali che avevano intralciato quello della sua prima amministrazione. Questo è più elaborato, meno palesemente diretto ai paesi musulmani e più esplicitamente legato a specifiche tematiche relative alla sicurezza. È quindi molto più probabile che superi l’esame giudiziario. Se avrà o meno un impatto sostanziale sulla sicurezza nazionale americana è, ovviamente, tutta un’altra questione”.
Alessia De Luca

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