
Chi è ebreo sa che l’antisemitismo non è una parentesi. È una frequenza di fondo. Non urla sempre, a volte sussurra. Entra nella vita come un’abitudine non scelta. Insegna presto a leggere la stanza, a sentire il peso delle parole, a distinguere chi ti guarda davvero da chi guarda l’idea che ha di te. È una seconda pelle. Non te la togli. Ci convivi. La tieni pulita, la proteggi, ci parli sotto voce per non farla sanguinare.
Fa male l’ostilità aperta, quella è facile da nominare. Ma brucia anche l’altra faccia, più elegante e più fragile. Chi dice di difenderti e in realtà difende se stesso. Chi lotta contro l’odio e ti usa come specchio buono per sentirsi a posto. È un abbraccio che tiene a distanza, una protezione che fa di te un oggetto. Ti guardano come simbolo, ti parlano addosso, non ti chiedono come stai.
La ferita non è solo pubblica, è intima. Non è solo storia, è identità. Si riapre quando diventi tema invece che voce, quando resti l’altro anche se sei nel mezzo, quando la tua memoria viene spiegata da chi non l’ha abitata. Per questo chi capisce davvero non fa lezioni. Ascolta. Lascia spazio ai silenzi che valgono più delle dichiarazioni. Riconosce la persona prima del concetto. Non ti issa come bandiera. Cammina accanto.
C’è un estremismo che non sembra tale. È il parlare troppo. È la militanza che si nutre di te e non ti vede. Non è un amico sicuro chi ha sempre un discorso pronto. L’amico di solito ha una domanda semplice. Dove sei. Come va. Che cosa ti serve adesso. Il resto è rumore nobile. Fa scena, non fa compagnia.
Tremila anni di storia cambiano lo sguardo e la postura mentale. Cambiano il rapporto con la luce e con il buio. Diventi più attento, più ironico, più prudente, più resistente. Non confondi la pace con la pausa, né la sicurezza con l’applauso. Ti siedi un passo di lato e osservi. Non per diffidenza sterile, ma per sopravvivenza imparata. Così si attraversano i secoli senza perdere il nome.
Diffidenza non è chiusura, è cura. Riservatezza non è freddezza, è pudore. Memoria non è ossessione, è radice. Se questo entra nel cuore di chi ti sta accanto, il quadro cambia. Non serve la retorica contro l’odio, serve la pratica dell’umano. Un ascolto che non fruga, una vicinanza che non arruola. Una promessa piccola e seria. Non parlerò di te senza te. Non userò il tuo dolore per dire chi sono io.
Forse è tutto qui. L’antisemitismo è negazione di complessità. Lo si contrasta restituendo complessità alla vita. Meno slogan, più sedia accanto. Meno spiegazioni sugli ebrei, più conversazioni con gli ebrei. E il coraggio di stare nel mezzo, dove non ci sono luci comode. Dopo tremila anni si riconosce da dove nasce il buio. A volte nasce proprio da chi dice di portare la luce.
Ve la so spiegare solo così.
Piero Terracina

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