
Gli effetti negativi della crisi ricadono specialmente sui giovani, con un -52,8% degli occupati con meno di 30 anni.
E’ sempre più emergenza lavoro. Una crisi che penalizza soprattutto le piccole imprese, costrette a tagliare sui posti di lavoro, ed in particolare i giovani, che neppure il sistema scolastico prepara adeguatamente. Si punta però ancora tutto sulla qualità. Si ricerca personale specializzato per migliorare e incrementare i servizi offerti. Difficile mantenere l’ottimismo e la fiducia. La prospettiva per il 2013 rimane, verosimilmente, una stagnazione con cui lottare per favorire crescita, sviluppo ed occupazione per uscire dalla crisi. Questo quanto emerge da un’indagine svolta dal Censis per conto della CNA su un campione di 450 imprese con meno di 50 addetti.
Negli ultimi tre anni quasi il 40% delle imprese ha ridotto il proprio organico e più di un quarto ha fatto ricorso alla cassa integrazione, ancora attiva nell’11,6% delle aziende.
Colpite, in maggior misura, le piccole e piccolissime imprese, in modo particolare tra quelle del Sud e Centro Italia. Gli effetti negativi della crisi ricadono specialmente sui giovani, con un -52,8% degli occupati con meno di 30 anni. Si registra, inoltre, un calo dell’occupazione a tempo indeterminato (-29,1%) e dei contratti flessibili (-6,5%).
Per superare la crisi le aziende riducono gli stipendi; reputano, però, centrale soprattutto il mantenere alta la qualità artigiana delle produzioni e dei servizi e, solo in seconda battuta, migliorare la gestione finanziaria e ricercare nuovi mercati. Le imprese, tuttavia, avvertono carenze in termini di competenze e chiedono aggiornamenti. Il “saper far bene” non è sufficiente, pertanto le aziende hanno ricercato nuove figure, a medio alta professionalità.
La ricerca di tale personale, però, è diventata un’impresa nell’impresa. L’indagine Censis, infatti, ci dice che: il 76,3% delle aziende che negli ultimi cinque anni ha ricercato personale, ha riscontrato difficoltà. Sono le piccolissime imprese a lamentare difficoltà maggiori (79,7% per quelle con meno di 5 addetti); mentre per le grandi l’impresa appare più facile (solamente il 39,8% di quelle con 20-49 addetti lamenta problemi). Tra i principali ostacoli, il 42,6% lamenta la carenza di competenze tecniche dei candidati; il 25,1% il fatto che i profili richiesti sono sempre più difficili da trovare sul mercato, e il 15,3% le elevate aspettative retributive dei candidati, che l’impresa non è in grado di soddisfare.
In più neanche la scuola è in grado di formare professionalmente i giovani. Troppa teoria, poca esperienza pratica e, soprattutto, pochi tirocini e tanti corsi formativi infinitesimali che contribuiscono solamente a cumulare montagne di carte di documenti, attestati di partecipazione e certificazioni che poco rispecchiano le reali capacità dei singoli individui.
Quasi l’80% degli artigiani interpellati giudica il sistema formativo italiano poco adeguato (52,4%) o del tutto inadeguato (24,2%) nel soddisfare le esigenze di competenze che hanno le imprese, soprattutto quelle più vitali, che vivono una fase di crescita. Ad essere carente è la qualità della formazione, troppo generica e teorica (56,2%), e il dialogo con il mondo delle imprese, giudicato assente (40,1%). Si lamenta inoltre il poco tempo dedicato alla formazione pratica (39,7%) e la carenza di occasioni di tirocinio (27,7%). Ma per il 23,2% la scuola è inadeguata, perché non in grado di trasmettere valori centrali anche nel mondo del lavoro.
Giudicato positivamente l’apprendistato che, per il 36,1% è un valido strumento di ingresso nel campo dell’occupazione aziendale: è l’unico mezzo a cui si appigliano giovani ed imprese per riprendere, rispettivamente, la strada dell’accesso al mondo del lavoro e della ripresa economica, produttiva. Si percepisce una notevole concorrenza, per i lavori più generici e meno remunerati, della manodopera straniera che, in alcuni casi, genera tensione all’interno dell’azienda. Viceversa l’attuale crisi ha generato un maggiore spirito di collaborazione tra datori di lavoro ed impiegati nell’interesse comune.
Concludendo, dopo un quadro negativo e pessimistico, l’indagine Censis lascia intravedere un filo di ottimismo. Il 38% delle imprese vede un 2013 all’insegna della ripresa (20,1%), del consolidamento (11,6%) e della crescita (6,5%). Tuttavia, l’allarme stagnazione resta alto e regna nel 40,2% dei casi.

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