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I giorni dei trattori. In piazza e davanti ai Palazzi del potere e dello spettacolo. In strada e in campagna vicino alle tangenziali per arrivare in città e mostrare malcontento, a volte disperazione, e un cicinin di speranza. Trattori e trattative, vincenti e scontenti. Noi italiani , che viviamo in una terra a vocazione agricola per eccellenza, sappiamo bene quale e quanta è l’importanza, anche iconica, del trattore. Strumento e simbolo di modernità nella meccanizzazione agricola ma anche simbolo di sacrificio e dedizione alla terra, al campo, alla zolla. Nasco in campagna. Nasco giornalista agricolo, e me ne vanto. Prima ancora di fare il praticante in un giornale generalista mi occupavo di agricoltura e agricoltori per vari giornali di settore, da “Terra e Vita” a “l’Agricoltore Bresciano”, dall’”Allevatore” all’”Informatore zootecnico e veterinario”, primi primissimi Anni Ottanta. Ho seguito tutta la battaglia del latte e ricordo una gran cronaca di protesta e di manifestazioni al Brennero con blocco di strade e manifesti giganti per gridare i diritti degli allevatori nei confronti delle storture europee e internazionali.
Quarant’anni di politica e di politiche più o meno agrarie non hanno risolto i problemi di fondo: la bassa remunerazione della produzione in campo e in stalla, i soverchianti obblighi burocratici e regolamentari che strangolano soprattutto le piccole e medie aziende, l’eterna lotta tra l’indispensabile presidio fitosanitario e il vento del biologico, e via enumerando. Il tempo non ha sanato le ferite delle stalle. Latte pagato al produttore pochi decimi di euro e comprato al negozio ad un prezzo che spesso è moltiplicato per cinque o sette. La chiamano catena del valore. In realtà assomiglia ad un’altra catena: quella della remunerazione povera. La filiera che va riconosciuta sin dalla sua origine, dalla zolla, dalla mungitrice, dal foraggio, dal bidone. Ho fatto il cronista agricolo anche in televisione per due trasmissioni di grande ascolto Italia Agricoltura, sul terzo canale, e Linea Verde sulla prima rete del servizio pubblico ed era come tornare alle radici del mio impegno professionale e umano, come tornare a comporre le paginate dei supplementi agricoltura del giornale o scrivere pagine e pagine dopo i convegni e gli incontri sui vari problemi che accompagnano da sempre la vita del settore: la sicurezza alimentare, lo smaltimento dei liquami, la certificazione del prodotto, la qualità delle stalle, le tecnologie di coltivazione, la lotta parassitaria tra innovazione e tradizione, la paura del geneticamente modificato con le sue mille ambigue interpretazioni, le improbabili scorciatoie puriste, la continua necessità di un negoziato per stare un mercato dove tanti, troppi, soggetti pubblici e non pubblici fanno i furbi. E adesso i trattori in piazza, nelle città, davanti ai palazzi del potere sono l’immagine di nodi venuti ad un pettine decisivo. Crudele e sempre più a denti stretti. Quando vedevo i trattori davanti alle chiese per le giornate del ringraziamento avvertivo e provavo un sentimento di gratitudine: questi colossi di meccanica e tecnologia, queste gigantesche ruote sui sagrati delle chiese come emblema di una riconoscenza che un po’ tutta la società deve o dovrebbe tributare ad un settore che non a caso in economia è definito primario. Non possiamo ricordarlo una volta all’anno, una volta ogni tanto. E i preti che impartivano la benedizione ai trattori e ai loro proprietari e alle loro famiglie era un gesto religioso e sociale al contempo, il gesto di un “grazie” condiviso perché senza quella roba là non ci sarebbe il grano e il pane, non ci sarebbe l’erba e il latte, non ci sarebbe questa vita qua che facciamo e che ci sembra scontata ed eterna.
Noi lo sappiamo bene cosa vuol dire un tro-tro del trattore nella nebbia di novembre o febbraio o sotto il sole cocente di luglio ed agosto, cosa vuol dire quel trattatore che solca le zolle anche alla domenica mattina appena finita la messa, cosa vuol dire andare in campagna per fare le botole o ranghinare il fieno. Poi si possono affrontare tutti i problemi che un sistema agricolo e zootecnico pone allo sviluppo cosiddetto sostenibile ma partendo da un dato incontrovertibile: permettere al sistema di vivere, sennò possiamo chiudere baracca e burattini.
Andavo alla Fiera Millenaria di Gonzaga e tutti ammiravano quei trattori giganteschi dalle ruote alte più di un uomo che erano una specie di monumento alla fierezza agricola. Mezzi da cento milioni di lire, mezzi che nel tempo erano diventati moderni e sostenibili per gli agricoltori con l’aria condizionata in cabina, con i sistemi tecnologici e di sicurezza inseriti nei circuiti del lavoro, con la capacità di intervento anche in condizioni problematiche. “E’ lo sviluppo, bellezza!” si direbbe mutuando una frase legata ad un film sulla forza della stampa. Domanda: in questi anni come abbiamo raccontato il settore? Abbiamo dato la parola ai contadini? Siamo andati a sentire come vivono e come operano nel cambiamento globale o abbiamo fatto solo colore? Ci sta qui anche molta autocritica di noi raccontatori di cronache. Qualche anno fa in un convegno dedicato alla tutela dell’agricoltura di montagna dalle parti di Piacenza un coltivatore prese la parola e sorprese quasi tutti, ma non me, quando disse: dei problemi agricoli fanno parlare tutti, marketing e influencer compresi, e raramente date la parola a un contadino! Come dargli torto. Mi sa che i trattori erano pronti già allora ma hanno avuto pazienza. Mi è capitato tra le mani un giornale tecnico di settore della Provincia di Bologna che nel 2010 presentava in copertina questi titoli: Territorio rurale Patrimonio collettivo da preservare, esperienze di positiva convivenza tra città e campagna. Non c’erano interventi di pensatori liberi ma di affermati e riconosciuti scienziati e tecnici del settore che analizzavano situazioni e indicavano percorsi. Qualche esempio: carta dei suoli, trasformazione colturale, rapporto tra agricoltura e paesaggio, i modelli di allevamento, le caratteristiche delle cosiddette aree protette. Ho visto altre pubblicazioni che sono sopravvissute a questi vent’anni di spostamenti e traslochi sulla coltura dell’olivo e sulla tutela del vigneto in aree difficili, sugli orti periurbani e sulle sperimentazioni di colture di montagna. Scienza e tecnica a braccetto. Mi vien da dire: e cosa abbiamo fatto in questi ultimi quindici vent’anni? Perché sembra di tornare indietro? E ancora: perché hanno perso peso e valore i centri di divulgazione e sensibilizzazione agricola? E se non hanno perso valore perché non diventano protagonisti di una necessaria fase di riscatto? Appunto, riscatto. Un nuovo scatto, non solo una rivincita.

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