Chissà come avrebbe commentato i giornali di oggi il Direttore Bordin.
Un processo durato 8 anni su un’ipotesi accusatoria che faceva leva più sul manicheismo che sulle prove, sulla morale più che sulla logica, sui personaggi più che sulle persone, sulle caselle preassegnate più che sui comportamenti e il loro rilievo di fronte alla legge*.
Un impianto accusatorio sostenuto, come fosse una battaglia politica (e forse questo è ciò che più di ogni altra cosa è stata quel processo) da un quotidiano che ne ha celebrato ogni tappa che riteneva vincente e che ha taciuto ogni crepa che veniva a galla nel tempo**.
Perché questo processo si è sfarinato nel tempo e la sentenza della Corte d’Assise d’appello di ieri arriva come suggello finale di questo fallimento. Caro Direttore, sarebbe stato bello poterla sentire stamani. Ovunque lei sia le mando un abbraccio grande e un sorriso che varrà per un giorno almeno. E nel frattempo mi riascolto le sue parole di qualche anno fa https://youtu.be/iykAnnKfvqI
* «Non siamo qui per giudicare la storia — aveva detto aprendo il processo il presidente della corte Angelo Pellino —. Gli imputati non sono archetipi socio-criminologici, ma persone in carne e ossa che saranno giudicate per ciò che hanno o non hanno fatto, se si tratta di reati. Questo è l’impegno della corte». Si renda merito a queste parole e all’uomo che le ha pronunciate e le ha tenute ferme, perché sono parole di una serietà a molti ignota.
** Quel quotidiano ha nel tempo tenuto bordone al fu magistrato Ingroia (che poi ha fatto la fine che ha fatto e al cui riguardo credo che questo racconto di Massimo Bordin valga più di ogni commento), per poi passare a costruire il mito del dynamic duo Scarpinato+dottor Di Matteo (che oggi concluderebbe degnamente la propria parabola se le cose avessero una dignità), almeno con la stessa enfasi con cui celebrava Davigo (quello che un innocente è solo un colpevole non ancora scoperto e poi si è ritrovato ad avere a che fare lui stesso con l’applicazione pratica di quest’aberrazione logica) e con cui (chissà per quanto ancora) celebra Gratteri.
Tommaso Ciuffoletti (da Facebook)

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