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TRA LEGA E FINI, VINCE IL BANCO. E LA SINISTRA….

I problemi del Pd non si superano con un’addizione elettorale, per scomposizione o per divisione: si superano con la politica, senza la quale non si riesce a essere alternativi all’esecutivo. di Tomaso Greco

di Tomaso Greco | 21 Aprile 2010

Fini non ha tutti i torti. Le ultime elezioni hanno ridimensionato il Pdl nei confronti della Lega nella dialettica interna alla maggioranza. Una Lega che esce rafforzata non solo in termini di consenso assoluto, ma anche per le posizione strategiche conquistate: Veneto, Piemonte e una netta affermazione in Lombardia. E così la Lega, già forte di essere l’unico alleato di un governo altrimenti monocolore (del resto questo era lo schema di Berlusconi e Veltroni alle consultazioni del 2008), ha potuto esprimere ben più dei tre desideri della nota favoletta, alzando la posta (federalismo fiscale ora e subito, poltrona di sindaco di Milano, posti chiave nelle banche del nord ecc..) e trasformandosi in pesce pilota delle politiche del governo.
Gli ex di An, in larga misura una pattuglia (nutrita) di dirigenti politici traghettati attraverso svolte profonde e più che rispettabili da Almirante a Sarkozy strizzando l’occhio alla liberal-democrazia, già più volte a disagio con il führerprinzip in vigore nel Pdl, non hanno perso tempo nell’esternare il loro disagio. Fino a minacciare gruppi separati (sia pur in appoggio all’attuale governo) e di conseguenza percorsi politici distinti e autonomi. Pdl (e Berlusconi) alle corde, costretto al fuoco amico incrociato di Lega e ex An? Neanche per idea.
Se i finiani Bocchino e Urso venivano processati in diretta televisiva venerdì scorso da Paragone (con Lupi che arrivava a chiedere le dimissioni di Bocchino da vice-capogruppo del Pdl e la Santanché, già beneficiaria di An e già candidata premier di Storace, che liquidava la questione come poco attinente ai bisogni dei cittadini), Capezzone non è stato da meno nel lanciare, sempre a mezzo televisivo, un duro monito ai possibili scissionisti. Che nel frattempo subivano una scissione a loro volta: La Russa si premurava di chiamare a raccolta gli ex An che di lasciare Silvio per Gianfranco non ne vogliono sentire parlare (Gasparri, Alemanno, Meloni, Matteoli…). Nei fatti è l’ammutinamento più consistente che Fini, come leader politico e per certi versi morale della destra ex missina, abbia subito, di gran lunga più determinante della scissione di Pino Rauti all’indomani della svolta di Fiuggi. Senza contare la spada di Damocle, a dire la verità frutto di una lettura a dir poco maccheronica della Costituzione, delle elezioni anticipate sventolata da alcuni esponenti del Pdl. E poi Fini è il Presidente della Camera, carica di altissimo valore istituzionale dalla quale è però molto difficile gestire scissioni.
Così i finiani alla fine restano, ridimensionati se non altro nel numero, ma organizzati in quella che sarà un corrente o quantomeno un gruppo di pressione. Non si potrà non tenerne conto nelle dinamiche interne: giusto quello di cui aveva bisogno Berlusconi per controbilanciare le spinte leghiste e mantenere la nave in equilibrio.
E una parte della sinistra, che guardava alla scissione del Pdl come proprio strumento di rilancio, deve tornare a ripensare la propria identità politica e la propria proposta al netto di aiuti dall’esterno e di situazioni occasionalmente favorevoli. I problemi del Pd non si superano con un’addizione elettorale, per scomposizione o per divisione: si superano con la politica, senza la quale non si riesce a essere alternativi all’esecutivo. A proposito di addizioni, non è detto che Casini non riveda alcune delle strategie del suo partito dopo gli ultimi avvenimenti. Questi due anni di battaglia solitaria per far saltare il bipolarismo non hanno ancora dato i frutti sperati e la politica dei due forni, tentata alle regionali, si è rivelata limitata a un forno solo (dove l’Udc è andato a sinistra non ha ottenuto brillanti risultati). Nel centro-sinistra l’auspicata frattura con Di Pietro non è avvenuta. Che Berlusconi scelga di chiudere la partita con Bossi e Fini con l’appoggio dell’Udc? Si riproporrebbe lo schema del 1994, dimostrando che la seconda repubblica è ormai avvitata su se stessa.

Tomaso Greco (www.leragioni.it)

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