Caro Direttore,
durante il Congresso dei Ds ho sentito evocare fino all’eccesso il termine socialismo, declinato in vari modi: europeo, democratico, addirittura liberale. Molto meno ho sentito parlare di socialismo italiano. Allo stesso modo ho sentito citare più e più volte il muro di Berlino e la sua caduta, ma non ho sentito nominare una sola volta, nel corso dell’intero Congresso (nemmeno negli interventi più sottili), un altro passaggio storico e drammatico della recente storia della sinistra italiana: Tangentopoli.
Non credo sia stato un caso. Credo invece che ancora oggi nel gruppo dirigente che guida il fu Pci dall’inizio degli anni ’90 e che oggi porta i Ds verso il Partito Democratico, siano forti le resistenze fare i conti con una storia che si preferisce tacere. Quel gruppo dirigente, infatti, nei primi anni ‘90 avrebbe avuto solide ragioni per rivedere fino in fondo il senso della propria identità politica e culturale, ma preferì evitare tale sforzo, ritenendo più conveniente e meno traumatico non affrontare le questioni irrisolte del proprio retaggio e godere della rendita di posizione offerta dal passaggio gattopardesco dalla Prima alla Seconda Repubblica. Una rendita garantita anche dalla demolizione giudiziaria del Psi, un partito che, pur con tutti i suoi limiti, aveva intrapreso un cammino politico e culturale finalmente nuovo per la sinistra italiana; un cammino che oggi si vorrebbe riprendere senza dirlo, ma che allora si preferì lasciar seppellire da un giustizialismo feroce che tutti temerono e che alcuni scelsero opportunisticamente di cavalcare. Ma è stato proprio nell’accettazione passiva e parassitaria di quel passaggio, da parte di ciò che allora rimaneva della sinistra italiana, che ha potuto trovare un agile varco la discesa in campo di Berlusconi. Essa ha contribuito in maniera decisiva ad imporre un sistema forzatamente bipolare, immobile ed antiriformatore, che ha fatto crescere in maniera sorprendente lo spazio di una destra molto spesso populista e ben poco liberale. Oggi sono dunque chiare le ragioni che spingono Prodi e Berlusconi a voler rafforzare questo “bileaderismo statico” e che incitano ex-dirigenti del Pci e della sinistra democristiana a costruire il Pd, ma quelle ragioni non possono essere le mie.
Più in generale non credo possano essere quelle di chi guarda con fiducia ad una costituente “laica liberalsocialista”, così come l’abbiamo chiamata e proposta in occasione del convegno di Bertinoro dello scorso marzo. Tuttavia, perché una proposta simile possa attrarre antichi entusiasmi e nuove forze è necessario che recuperi il senso di una ragione sociale forte e non semplicemente un feticcio, sia esso socialista italiano od europeo. Il recuperò di un’identità può essere infatti un patrimonio da mettere al servizio di un obiettivo e non divenire esso stesso obiettivo. L’obiettivo è quello di costituire una forza politica che, ispirandosi ai valori e alla tradizione del socialismo liberale, sia in grado di misurarsi con le sfide del presente. Il senso di quei valori impegna ad avere attenzione massima per i lavoratori, soprattutto quelli meno protetti, e difenderne il ruolo; impegna, ad esempio, ad avere l’ardire di pensare tutele adatte ad un mercato del lavoro che è cambiato e di fronte al quale non si possono semplicemente usare slogan conservatori di un mondo che non c’è. Impegna a sostenere il rigore laico delle istituzioni per far valere e rispettare diritti e doveri civili di ogni cittadino. Impegna ad essere liberali e coscienti che allo stato spetta il compito di fissare regole chiare e non aggirabili, che garantiscano mercato, concorrenza e pari opportunità, ma anche sostegno sociale ai soggetti più deboli. Impegna, infine, a tenere uniti questi aspetti in una proposta politica moderna ed innovatrice.
Mi si obietterà, forse, che questo è un intervento tardivo e che arriva dopo l’acclarato fallimento di un soggetto politico animato dalle intenzioni di cui sopra, ma mai veramente nato: quello della Rosa nel Pugno. Ebbene io ritengo che la crisi della RnP non sia stata causata né da un cattivo risultato elettorale, che anzi continuo a reputare di grande valore, né da un’errata individuazione dei temi della sua proposta politica, che ritengo ancora oggi estremamente validi ed attuali. L’errore non stava nei 31 punti di Fiuggi, ma in quell’accordo ristretto per la gestione del simbolo RnP, perfetto per dar vita ad un cartello elettorale, ma inefficace per costituire un soggetto politico aperto e da far crescere nel tempo. Per questo una nuova costituente dovrà far tesoro di quell’esperienza, tenendo stretti i suoi contenuti e facendo attenzione a non ripeterne i passi falsi. Bisognerà pensare a forme flessibili di adesione, sforzarsi di tenere aperte le porte ad ogni contributo e cercare anzi di coinvolgere le forze laiche, liberali, radicali, repubblicane e socialiste che vorranno esserne parte e non aver paura d’interloquire, in maniera eretica per i canoni di questo bipolarismo coatto, anche con chi ancora indossa la “camicia azzurra”.
Ma bisogna partire senza troppi indugi, dato che il quadro politico attuale è in forte sommovimento e rischia di sottrarre spazi di manovra ad un processo come quello che ho sommariamente descritto. Non mi riferisco solo alla costituzione del Pd, ma anche a ciò che si sta muovendo nei partiti d’ispirazione comunista dell’attuale maggioranza. Su questo punto è bene essere chiari: io non credo che possa essere coerente con quanto detto finora, il progetto di un rassemblement con la sinistra “oppositiva”. Sarebbe in contraddizione troppo aspra con le ragioni di un socialismo liberale a cui Bertinotti per primo, e del tutto legittimamente, può considerarsi interessato, ma fondamentalmente estraneo. Ma non ci sono solo ragioni politico-culturali a dover indurre a tali riflessioni; ad esse s’intrecciano infatti ragioni squisitamente tattiche. In un sistema politico come quello attuale, rimanere incastrati fra un Pd in via di compattamento e la sinistra oppositiva in movimento, equivale ad una condanna a morire d’inedia. Quando infatti i sommovimenti che stanno partendo dall’area comunista si faranno sentire con forza a sinistra del Pd, non sarà lasciato molto spazio per chi non avrà spalle abbastanza solide per nuotare da solo.
Il tempo a disposizione, dunque, non è molto e tutti coloro interessati alla realizzazione di un soggetto politico socialista e liberale, plurale ed aperto, devono decidersi velocemente. Possiamo continuare a coltivare nobili orticelli, senza però sapere ancora per quanto, o giocare solo su piccoli tavoli per paura della posta in gioco, ma possiamo anche scommettere tutto in una sfida da giocare senza imbarazzi. E chissà che stavolta la fortuna non decida davvero di aiutare gli audaci, se ve ne saranno; e già quello sarebbe il segnale che qualcosa sta cambiando nella politica italiana.
Tommaso Ciuffoletti
Tra il Pd e Bertinotti soffoca il socialismo liberale
Il recuperò di un’identità può essere un patrimonio da mettere al servizio di un obiettivo e non divenire esso stesso obiettivo. L’obiettivo è quello di costituire una forza politica che, ispirandosi ai valori e alla tradizione del socialismo liberale, sia in grado di misurarsi con le sfide del presente.
Di Tommaso Ciuffoletti da Il Riformista

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