
Zelensky ha ragione a temere per l’Europa. Lo capiamo. Tre anni fa ha visto l’esercito russo sfondare i confini con una colonna infinita di carri armati verso Kiev. Pensavano di conquistare l’Ucraina in pochi giorni. Invece è iniziato un incubo che dura da febbraio 2022 ed ha travolto milioni di persone. All’epoca si parlava di semplici esercitazioni. I soldati russi si ammassavano alle frontiere. Putin fino ad alcune ore prima rassicurava Macron che nessuna invasione era prevista. Poco dopo, l’attacco. Tutto falso. Tutto calcolato. Oggi alcuni droni Gerbera, prodotti dalla Russia con componenti olandesi e svizzere, nei cieli della Polonia bastano per far gridare all’allarme. Ma siamo sicuri che sia lo stesso scenario? Le proporzioni sono diverse. Pochi droni di ricognizione non sono centomila uomini in assetto da guerra. Comprensibile l’ansia ucraina, ma l’Europa dovrebbe mantenere il sangue freddo. Zelensky, nel suo ruolo, esaspera il linguaggio. Grida all’invasione, mette in guardia da un’aggressione imminente. Ma così facendo finisce per seminare il panico anche tra i cittadini europei. Trasforma ogni segnale, ogni sospetto, in una prova certa di guerra in arrivo. Non è più allerta, è allarmismo. Soprattutto ora, mentre nei governi dell’Unione si moltiplicano tensioni, elezioni, crisi economiche e scelte impopolari. Spostare il dibattito sull’ennesima minaccia russa può servire a giustificare piani per il riarmo che impongono spese militari mai viste. Il 5% del PIL da destinare alle armi. Più che difesa, sembra una corsa agli investimenti per salvare industrie belliche in difficoltà. Terrorizzare i cittadini con lo spettro della guerra totale è un gioco pericoloso. I droni spia diventano simboli. Come se fossero bombe atomiche. Come se ogni giorno ci svegliassimo ad un passo dall’invasione. Serve misura. Serve prudenza. La guerra potrebbe davvero allargarsi. Ma siamo noi a volerla evitare? O qualcuno punta a trascinare l’intera Unione in un conflitto aperto per pareggiare il conto con Mosca? Zelensky ha subito sulla propria pelle l’aggressione. È naturale che sia all’erta. Ma l’Europa dovrebbe pensarci due volte prima di seguirlo ad occhi chiusi. Se davvero vogliamo essere al suo fianco, spostiamo i vertici dell’Unione a Kiev. Andiamoci in giacca e cravatta, mostriamo il petto, affrontiamo i rischi. Non basta inviare armi e restare a distanza. Chi grida al lupo rischia di perdere credibilità. E un drone spia non è un carro armato. È un’altra storia. Non confondiamo i segnali con le invasioni. Non alimentiamo un clima che può esplodere, perché tra droni e propaganda l’Europa rischia di perdere la misura.
Angelo Santoro

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