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Torre del Lago, Madama Butterfly di Kan Yashuda incanta ancora

Servizio di Stefano Mecenate

di Stefano Mecenate | 18 Agosto 2018

Diciotto anni… Una vita, specie nel mondo dello spettacolo dove la sete di novità e la ricerca di sensazionalismi brucia senza pietà allestimenti e spettacoli. Così non è stato per questo piccolo gioiello datato 2000, che porta la firma di tre sensibili artisti di tre diverse discipline che si sono incontrati, capiti, alleati per dar vita ad uno dei più delicati e profondi allestimenti di Madama Butterfly.

Kan Yashuda, scultore, Regina Schrecker, stilista di moda, Vivien A. Hewitt, regista hanno vestito di forma e contenuti l’opera più amata da Puccini, la fragile farfalla che tanta onta ebbe nella prima scaligera del 17 febbraio 1904 quanto poi, da dopo pochi mesi dopo nella ripresa di Brescia fino ad oggi, ha saputo conquistare il pubblico di tutto il mondo.

Impietoso e realistico il resoconto di Giulio Ricordi di quella prima: “Grugniti, boati, muggiti, risa, barriti, sghignazzate, i soliti gridi solitari di bis fatti apposta per eccitare ancor di più gli spettatori, ecco, sinteticamente, qual è l’accoglienza che il pubblico della Scala fa al nuovo lavoro del maestro Giacomo Puccini. Dopo questo pandemonio, durante il quale pressoché nulla fu potuto udire, il pubblico lascia il teatro contento come una pasqua“.

Quanto accorata la lettera che Puccini scrisse all’amico Camillo Bondi: “Con animo triste ma forte ti dico che fu un vero linciaggio. Non ascoltarono una nota quei cannibali. Che orrenda orgia di forsennati, briachi d’odio. Ma la mia Butterfly rimane qual è: l’opera più sentita e suggestiva ch’io abbia mai concepito. E avrò la rivincita, vedrai, se la darò in un ambiente meno vasto e meno saturo d’odi e di passioni...”

Essenziale, fortemente simbolica, la scena di Kan Yashuda accoglie ed esalta la vicenda che ha per centro la giovane Cio Cio San, Butterfly, sposa a tempo determinato del Comandante Pinkerton di stanza in Giappone con la sua nave da guerra. Una piccola storia che diventa gigantesca man mano che la vicenda esce dal contesto per diventare emblematico specchio di una arroganza del potere, di una disparità di sentimenti, di un sogno univoco che si spezza di fronte ad una realtà senza futuro.

Non facile il compito del regista di raccontare tutto questo senza restare in superficie, senza banalizzare, senza perdere di vista quei contenuti ulteriori che Puccini ben suggerisce nella musica come nello sviluppo della storia.

Ancora una volta ben riesce l’esperta Vivien Hewitt, innamorata di quest’opera, a muovere le pedine con studiata semplicità conducendo il pubblico al dramma finale in un crescendo di emozioni.

Unico neo, almeno per quanto ci riguarda, la figura di Goro che ci è apparsa un po’ sopra le righe: anche questo personaggio assume un ruolo strategico nella vicenda ma la sua figura non è affatto grottesca o ridicola; è un “professionista” che svolge seriamente il suo lavoro e che, seppure per interesse, si interessa ai suoi clienti ma anche a coloro che da questi matrimoni possono trarre vantaggio.

Raffinati, essenziali atemporali e al contempo pertinenti i costumi di Regina Schrecker che ha saputo cogliere il senso di questa storia affidando al segno estetico il compito di contestualizzarla senza rischiare di schiacciarla in un didascalismo di maniera.

Prezioso come sempre il contributo del disegno luci di Valerio Alfieri che, in questa scenografia, assume un valore particolarmente significativo.

Applauditissimo, e a nostro avviso meritatamente, il M° Hirofumi Yoshida che ha egregiamente diretto l’Orchestra del Festival Puccini regalando momenti di grande emozione nella lettura di una partitura che di emozioni ne sa dare davvero tantissime se sapute cogliere con la dovuta sensibilità.

Buona anche la prova dei coro, quello del Festival diretto da Roberto Ardigò, che in quest’opera assume un ruolo importante e non solo nel celebre coro a bocca chiusa che chiude il secondo atto.

Un’ottima Amarilli Nizzi ha dato voce e volto a Butterfly con una bella performance vocale ed artistica, come pure pregevole la prova di Hector Mendoza Lopez, uno spavaldo Pinkerton dalla voce piena e precisa.

 

Stefan Ignat ha ben affrontato il ruolo del Console Sharpless; positiva Patrizia Porzio nelle vesti di Suzuki.

Merita ricordare anche gli altri interpreti di questa serata che, anche a giudizio del pubblico che si è espresso a più riprese durante l’opera con calorosi applausi per poi salutare tutti al termine con un’ovazione, è stata un’ottima serata che ha reso merito alla Fondazione Festival Puccini che quest’anno ci è sembrata molto più attenta anche alle repliche scegliendo cast di buona qualità.

Ricordiamo quindi Goro interpretato da Marco Voleri, Il Principe Yamadori, interpretato da Daniele Caputo, lo zio Bonzo, Kiok Park, Il Commissario Imperiale, Luca Bruno, l’Ufficiale del Registro, Emmanuel Lombardi, Kate, Sara Cappellini Maggiore, la Madre, Veronica Tello, la Zia, Beatrice Cresti, Yakuside, Filippo Lunetta, La Cugina, Beatrice Stella.

 

Pubblicato in : 64° Festival PuccinianoTag: anni, comandante, festival puccini, futuro, lavoro, madama butterfly, merito, mondo, puccini, sposa, sviluppo

Info Stefano Mecenate

giornalista, critico musicale, editore, regista di opere liriche: ama conoscere e mettersi in gioco, ama le sfide e il lavoro di squadra.
Si occupa di comunicazione e marketing ma preferisce la cultura in tutte le sue espressioni e ad essa dedica tempo ed energie con entusiasmo e convinzione. Ha lavorato per quotidiani nazionali, emittenti radio televisive locali, riviste culturali; ha collaborato e collabora con Istituzioni pubbliche per la progettazione e l’organizzazione di eventi. Legge e ascolta musica non appena ha tempo, si riposa ogni tanto e non fuma.

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