Voce interessante destinata, se saputa curare e non sprecare, a dare molte soddisfazioni, il baritono marchigiano Daniele Caputo ha ricevuto il Premio Michelangelo Cupisti 2019. Nato per volontà della Famiglia Cupisti in collaborazione con la Fondazione Festival Pucciniano in memoria dell’artista Michelangelo, pittore che ha immortalato e ritratto Viareggio e la Versilia ma anche tenore formatosi nella scuola dei “Cadetti della Scala” voluta da Arturo Toscanini negli anni ’50 e grande appassionato del Festival Puccini di Torre del Lago, il Premio, nato con l’intento di promuovere e valorizzare giovani artisti, viene assegnato allamiglior voce pucciniana emergentenel corso proprio del Festival Pucciniano.
Ricordiamo le parole della figlia Barbara, attrice, regista e portavoce dell’associazione culturale intitolata al padre, alla prima edizione del 2013: “L’esperienza di artista vissuta a tutto tondo da mio padre sia come pittore che come cantante lirico, ci ha spinti a cercare di valorizzare i talenti che cercano di farsi strada nel mondo della lirica. Michelangelo è stato un grande amante di Puccini ed è sempre rimasto molto legato a questo territorio, per questo siamo certi che sarebbe molto orgoglioso di vedere il suo nome e le sue opere associate ad un premio per le voci emergenti del Festival Pucciniano; un Festival che si è mostrato particolarmente attento alla convivenza tra le arti“.
Lo abbiamo intervistato per conoscere meglio il suo rapporto con la lirica e con il mondo dell’opera.
1. IL Festival Puccini le ha dato l’opportunità di misurarsi con tre opere di Puccini in ruoli significativi: Jack Wallace in La Fanciulla del West, Schaunard ne La Bohème e del Principe Yamadori in Madama Butterfly. Quale rapporto ha con ognuno di loro? Come li ha affrontati anche rispetto alle indicazioni dei registi?
I tre personaggi sono molto diversi l’uno dall’altro ma, in qualche modo, mi rappresentano tutti. Quello dei tre che mi sta più a cuore è senza dubbio Schaunard: personaggio frizzante, spensierato, leggero che però sotto l’apparente leggerezza superficiale nasconde un animo profondissimo, emotivo e sensibile che Puccini fa trasparire specie nell’ultimo quadro della Boheme.
Ci sono legatissimo perché l’anno scorso ho avuto occasione di interpretarlo qui a Torre del Lago per la regia di Signorini, e siamo “finiti” addirittura su Canale 5 la sera del 23 dicembre. E’ stata una grande opportunità di visibilità
Cerco sempre di allinearmi alle richieste dei registi (che spesso hanno idee ben chiare sulla psicologia dei personaggi) ma tento di aggiungere “del mio” perché il compito di un artista non è il semplice “interpretare” un ruolo bensì quello di far vivere il personaggio anche secondo la propria sensibilità. Altrimenti si corre il rischio di essere una sorta di “burattino” che fa ciò che gli si dice e questa penso sia un’idea che non alletterebbe nessuno!
2. A lei, quest’anno, il premio Michelangelo Cupisti: come valuta questo riconoscimento dedicato ai giovani protagonisti della lirica?
Ricevere questo premio è stato per me di grande soddisfazione perché è intitolato al nome di un artista a tuttotondo che fu, o meglio “è” (perche per me gli artisti sono immortali!) sia cantante d’opera che artista figurativo / pittore. Mi rispecchio nella sua personalità poiché avendo anche io, prima della mia carriera di cantante, svolto la professione di designer, attraverso gli studi sono venuto inevitabilmente in contatto coi capolavori dell’arte pittorica, per cui mi sono davvero visto riflesso in questo premio.
Essere premiati per qualcosa credo sia sempre una grande soddisfazione, ancor di più lo è se quel premio rispecchia anche gli aspetti creativi dell’artista che lo riceve. Inoltre per noi giovani essere premiati, incentivati, benvoluti è molto bello, specie di fronte a un mondo duro e difficile che non regala nulla.
La grande soddisfazione è quella di essere stato selezionato tra un ventaglio di altri colleghi, anch’essi bravissimi, e di aver ricevuto questo premio in riconoscimento delle mie tre interpretazioni di quest’anno.
3. La sua carriera, iniziata all’insegna della musica, trova un momento di interruzione: perché? E cosa, nel 2009. la riporta in quella direzione con particolare attenzione per la lirica?
Dunque, facciamo chiarezza: io non ho mai cantato fino all’età di 29 anni quando “ho aperto bocca” per la prima volta. In età adolescenziale ho avuto delle esperienze musicali avvicinandomi allo studio della chitarra elettrica jazz (ed anche heavymetal) che mi ha portato a conoscere i rudimenti e il lessico musicale ancor prima che questo “dono” del canto mi si rivelasse. Nel 2007 mi avvicinai un pochino al mondo dell’opera da spettatore e devo dire che è un mondo che mi affascinava moltissimo: era bello vedere un mondo follemente onirico manifestarsi davanti ai miei occhi, lo trovavo stupefacente! Un giorno di fine dicembre del 2009 mentre guidavo l’auto da solo, ho messo un cd del “Flauto Magico” di Mozart e così, un po’ per gioco, ho provato ad emettere qualche suono: mi sorpresi di una “sensazione” stranissima che provavo. Sentivo d’un tratto un’energia potentissima dentro di me. In quei giorni c’era mia cugina (contralto ed insegnante di canto) che tornava da Milano per passare le feste di Natale con noi e le dissi: «Senti, oggi ho provato a canticchiare un po’ in macchina e la cosa mi ha divertito; non è che riusciresti a farmi fare qualche vocalizzo e dirmi “cosa sono”? (all’epoca non sapevo nemmeno la differenza tra un tenore, un basso o un baritono!)». Ci mettemmo al pianoforte e alla prima emissione dei miei suoni sul sottofondo del suo arpeggio si bloccò quasi raggelata guardandomi “malissimo”. Mi disse: «Daniele, hai già preso lezioni di canto da qualcuno?».
«Assolutamente no! – le ho risposto meravigliato per quella domanda – Ero in macchina oggi pomeriggio e ho provato a gorgheggiare da solo come uno scemo!» Lei se la rise e mi consigliò di provare a fare qualche lezione. Andai da un maestro a Milano, città nella quale vivevo e svolgevo la mia professione di Designer. Lavoravo fino al pomeriggio e la sera andavo a prendere lezioni di canto. Fu un periodo particolarmente intenso della mia vita! A un certo punto, dopo un breve periodo da corista presso La Verdi, arrivarono i primi ingaggi da solista e vidi che non era facile sostenere l’attività di cantante e designer insieme.
L’esigenza di “scegliere” mi si presentò dopo aver debuttato alla Scala di Milano come solista nel 2013 (ruoli PPPJ ne La Passione Secondo Matteo diretta dal M. Ruben Jais). Mi trovai davanti a un bivio ma non ebbi dubbi; mi dissi: “Danie’, il designer dietro a un computer puoi farlo anche a 60 anni, il cantante lirico o inizi ora o mai più”.
E così scelsi di seguire il vento della musica.
4. Come affronta la preparazione di un’opera? Quanta importanza da al libretto e quanta alla partitura? Sceglie dei modelli vocali o preferisce creare il “suo” personaggio?
Il mio carattere mi porta ad essere un perfezionista maniacale. Inoltre cerco di prefigurarmi che devo aspettarmi il peggio da tutti e da tutto: con questa piccola forma di auto-terrorismo, tramuto le tensioni in un’energia che diventa amore profondissimo per tutto ciò che faccio. Studio tutto in modo approfonditissimo e certosino e sempre con largo anticipo sui tempi di inizio delle prove così da arrivare impeccabile. Ogni accento, ogni nota, ogni parola sono per me come dei “semi” che danno forma al personaggio. Non esiste la musica slegata dall’animo del personaggio, bensì è il personaggio stesso che nasce dalle strutture musicali sottili (e quasi matematiche) che gli fanno da scheletro e da corpo. A noi artisti non resta che “il semplice compito” di metterci l’anima. Ascolto sempre con piacere i grandissimi della lirica (Cappuccilli e Bastianini in primis) ed anche i meno grandi, perché da tutti si impara qualcosa. Poi faccio “l’effetto tartaruga”, cioè mi ritraggo in me stesso tuffandomi silenziosamente nel mio inconscio per ricercare il “mio” modo di arricchire ancor più il personaggio ed è in quel momento che probabilmente mi diverto di più. E’ una sorta di viaggio bellissimo, ogni volta diverso, perche i personaggi sono sempre diversi. Non c’è comunque una ricetta specifica: un’interpretazione può piacere o meno, ed è anche giusto così, bisogna avere la coscienza a posto ed imparare anche dalle critiche.
5. Quali difficoltà ha incontrato, o incontra, per trovare spazio nei teatri?
Bella domanda, cercherò di non essere critico o troppo polemico nel risponderle.
Viviamo in un epoca in cui le agenzie decidono tutto o se non proprio tutto tutto, decidono moltissimo sui cast degli spettacoli degli Enti lirici. A volte è quasi disgustoso vedere come molti Teatri siano alla mercé di un monopolio da parte delle agenzie liriche che ormai dura da molti (troppi) anni. Il risultato è spesso un pubblico scontento, soldi buttati al vento in produzioni messe in scena con artisti improbabili e artisti eccellenti che non vengono messi adeguatamente in luce o talenti che vanno nel dimenticatoio.
Per fortuna non è tutto così il mondo del Teatro. Viviamo in un ambiente dove il narcisimo la fa da padrone e più di una volta mi sono sentito dire da direttori artistici: «Sei fantastico, ti farò lavorare qua, su, giù! Ti terrò sicuramente in considerazione per le mie produzioni!» ma dopo due settimane si erano già dimenticati di me o svanivano nel nulla cosmico.
Al di la di questo, devo ammettere che sono stato sempre lo stesso fortunatissimo.
Ho avuto molto spazio, credo meritato (o almeno è ciò che mi sento dire), poiché lavoro davvero moltissimo per migliorarmi e specie col Festival Pucciniano mi sono sentito davvero trattato da Re. Ho avuto la fortuna di frequentare nel 2018 la splendida Accademia del Festival Pucciniano (che consiglio assolutamente a tutti i giovani cantanti!): un’esperienza incredibile di confronto e di studio durata circa un mese e mezzo con dei docenti fantastici e preparatissimi (ne cito alcuni: il M. Claudio Ottino, la M. Gabriella Ravazzi, la Dott.ssa Elena Martinelli). A coronare quest’esperienza, mi sono stati affidati i primi due ruoli al Festival Pucciniano del 2018 (Schaunard e Yamadori). Quest’anno, oltre a riconfermarli, hanno aggiunto anche il ruolo di Wallace ne “La fanciulla del West”.
Ho piacevolmente visto che la stessa “ fortuna” è toccata anche a molti dei miei colleghi dell’accademia che hanno ricevuto vari ruoli dal Pucciniano: segno quindi di una grande sensibilità da parte della direzione del Festival ad incentivare giustamente le “ nuove leve”. La grande speranza che vorrei comunicare comunque alle persone che vogliono intraprendere questa carriera è di non arrendersi mai: perché comunque la verità e l’amore per ciò che si fa vincono sempre. E’ solo questione di tempo.
6. Ruoli da protagonisti e ruoli da comprimario: sono entrambi importanti per lei?
Credo che ogni ruolo all’interno di un’opera sia importante. Ogni ruolo è una tessera del grande mosaico che il compositore ha voluto inserire e che dà senso al tutto.
Ci sono tessere colorate, tessere d’argento, tessere d’oro, ma ognuna è indispensabile per costruire bene il mosaico. Naturalmente un cantante punta a “dare” sempre di più al proprio pubblico e un ruolo più importante offre più possibilità di dare emozioni al pubblico.
Non sempre però è così: quando mi era stato proposto il ruolo di Wallace, ad esempio, non sapevo se accettare o meno perché credevo che fosse un “passo indietro” rispetto allo Schaunard che avevo realizzato l’anno prima; speravo che quest’anno mi potesse arrivare una parte più rilevante. Decisi comunque di accettare perche la parte musicale del ruolo è stupenda e perché mi faceva comunque molto piacere partecipare alla produzione. Ho scoperto con gioia che la mia interpretazione di Wallace è stata gratificata con ottime critiche positive, segno che non è tanto “la durata” del ruolo su un palcoscenico che conta quanto l’intensità che si riesce a dare al personaggio stesso.
Ad ogni modo, nel mio futuro spero di poter affrontare più ruoli da protagonista perché sento di di poter offrire al pubblico una gamma emotiva più ampia lavorando più a fondo sulla psicologia del ruolo e trovo che la cosa sia molto più stimolante, pur nel rispetto dei ruoli da comprimario (alcuni dei quali sono davvero bellissimi): i ruoli da protagonista danno più ossigeno e bei brividi alle mie idee.
7. Due curiosità per i lettori: regista e direttore d’orchestra possono condizionare (positivamente o negativamente) il modo di interpretare un personaggio sulla scena. Come si rapporta con loro? Ha mai avuto difficoltà grosse ad “accettare” le loro indicazioni? Con chi, al contrario, ha trovato una forte sintonia?
Inizio col dire che non sono uno “Yes-man”. L’artista deve avere il suo grado di libertà per potersi esprimere al meglio e senza quest’aspetto fondamentale, senza dare il giusto perso alla matrice creativa dell’artista, l’apporto all’opera d’arte (qualsiasi sia il campo artistico di cui si sta parlando) è nullo, vuoto, inconsistente e sterile.
Normalmente i bravi registi e direttori conoscono bene il valore degli artisti con cui collaborano e riescono sempre a dare spazio alle loro proposte creative. Ma l’artista non può esimersi dalle indicazioni previste anche dalle persone con cui collabora: un po’ come l’architetto che non può esimersi dalla volontà del cliente. E’ un gioco di pesi, come una bilancia, e l’equilibrio non è sempre semplice.
Registi e direttori sono i “binari” su cui l’artista deve far viaggiare il treno delle sue idee immaginative ed interpretative. Ignorare le loro volontà e i loro “desiderata” è sempre una scelta improduttiva e stupida. Si può invece giocare a costruire insieme il personaggio e se c’è qualcosa che non si comprende o con cui non ci si trova in accordo è sempre meglio dirlo in modo chiaro e diretto (piuttosto che ingoiare il rospo come molti fanno); solo così si raggiunge una verità interpretativa più alta che è poi la vetta del successo del ruolo e dell’opera stessa.
Per mia fortuna ho sempre trovato ottimi registi e direttori; certo a volte (come in ogni ambiente lavorativo) si incontrano persone poco empatiche, ma ciò non toglie che le loro idee non siano buone. Bisogna cercare sempre di rispettare l’idea altrui e trovare il modo di farla sposare con la propria idea.
8. Il registro di baritono fa venire in mente più Verdi che Puccini: qual è il suo compositore del cuore e quale l’opera che preferisce?
Adoro la musica in toto. Non ho un compositore preferito perché li sento un po’ tutti come dei “grandi nonni”: se dicessi che voglio più bene a uno, fare un torto all’altro!
Trovo del bello in ogni compositore e a volte è come se li conoscessi davvero di persona, tanto la loro musica parla per loro.
Naturalmente adoro moltissimo i compositori del vero belcanto e la mia voce si sta sviluppando proprio in quella direzione. Sono in una fase in cui sto passando da un repertorio diciamo più “leggero” ad uno più “lirico”. Verdi è stato generosissimo con noi baritoni e ci sono ruoli splendidi nelle sue opere che sogno di poter presto debuttare.
Ma anche Puccini dona al baritono bellissimi spazi in cui esprimersi e le più belle frasi dei personaggi baritonali pucciniani necessitano comunque della voce piena per poter essere espresse al meglio, con tutte quelle qualità anche belcantistiche che ne derivano: un ottimo legato, un colore ricercato, l’assoluta espressività, la capacità di saper gestire i fiati in modo musicale e mai scontato ad esempio.
Sogno in ogni caso di poter debuttare prestissimo il ruolo di Papageno nel Flauto Magico (che era quello che canticchiavo in macchina quando scoprii le mie doti vocali!), ma ancora non ho trovato una buona occasione a riguardo. Spero che non tardi ad arrivare!
Inutile dire che per un Baritono sognare di cantare Mozart sembra quasi un eresia (perche per chi non lo sa, ai tempi di Mozart non esisteva ancora la figura del vero baritono), ma non è così per me.
Mi reputo molto versatile e considero lo specializzarsi su un solo repertorio una cosa poco stimolante. E’ come mettere i paraocchi a un cavallo, e io non sono un cavallo! la mia voce mi consente facilmente (per fortuna) di passare da un repertorio all’altro senza troppa difficoltà e se le condizioni sono buone mi offro volentieri ad interpretare repertori dal di compositori che vanno dal Barocco al contemporaneo.
9. L’Italia credo possa vantare il maggior numero di piccoli teatri di provincia ma scarseggiano quelli che promuovono stagioni con giovani cantanti. Pensa possa essere un limite per la carriera di un giovane che si trova così privato della possibilità di farsi le ossa nei circuiti “minori”?
Ho avuto la fortuna di arrivare dal basso. Ci sono stati diversi teatri minori che mi hanno dato spazio e ringrazierò sempre tutte le piccole/medie realtà.
Questo aspetto limitativo vedo che avviene invece spessissimo nei grandi teatri che continuano imperterriti a chiamare sempre gli stessi artisti, alcuni dei quali, ormai, non hanno più, anche per ovvi motivi d’età, molto da offrire sopratutto dal punto di vista vocale.
Lessi una volta un’intervista del baritono Nucci dove affermava che i teatri scritturano sempre lui perché non esistono nuovi talenti. Al di là della presuntuosità con cui si pone e dell’infelice modo di auto-considerarsi un talento, ci tengo a ribattere che di nuovi talenti ce ne sono eccome, ed è una cosa ovvia quanto naturale: Dio è sempre generoso nella distribuzione dei talenti e non è mai arrogantemente “individualista”. Il fatto di non voler vedere che i talenti esistono, di non voler dar spazio ai giovani sembra quasi un modo per autogiustificare la propria arroganza e ciò è assolutamente anti-spirituale, antievolutivo ed innaturale.
Chi ha già fatto, chi ha già dato, deve avere la dignità e la coscienza di lasciare spazio a chi ancora deve fare! Il vecchio deve lasciar spazio al nuovo: è un principio naturale che esiste in tutto l’universo! Con questo non voglio dire che ciò che è vecchio è inutile: anzi, come diceva Leonardo “la conoscenza deriva dall’esperienza” per cui gli “anziani” dell’opera hanno senz’altro moltissimo da offrire ai giovani, sopratutto in ambito didattico ed organizzativo! Devono essere loro a spronarci ed offrirci delle strade e delle possibilità se davvero amano questo tipo di arte e se desiderano che abbia un futuro!
Per fortuna esistono comunque delle realtà intelligenti che sanno dare spazio e dignità lavorativa (a cominciare dal Festival Pucciniano) ; l’unica cosa è che ce ne vorrebbero di più.
Feci un’audizione per ben tre anni di seguito per entrare all’accademia del Rossini Opera Festival di Pesaro e malgrado Rossini all’epoca fosse davvero “il mio pane” (e malgrado io fossi addirittura marchigiano di origine), non si sono mai degnati di accettarmi!
Andavo a vedere i cast che sceglievano ed erano al novanta percento voci straniere, per giunta di basso livello. Ma non mi sono arreso ed ho infine goduto quando, nello stesso anno dell’audizione per il ROF alla quale sono stato rifiutato, sono stato invece chiamato dalla corale Galli di Rimini per il ruolo di Figaro nel Barbiere di Siviglia rossiniano al grande auditorium di Rimini per ben due volte e davanti a circa 3000 persone riscuotendo enorme successo! Inoltre sono stato chiamato a cantare anche quest’anno per l’importantissima inaugurazione del Teatro Galli di Rimini dopo i lavori di ristrutturazione durati molti anni. E’ stato un bel momento!
10. Cosa l’attende per i prossimi mesi e quali programmi per il 2020?
Sono estremamente scaramantico e non annuncio mai i miei debutti con troppo anticipo. Posso dirvi sommessamente che sia l’Italia che l’estero riserveranno, a me e al pubblico che mi segue, novità e molte sorprese.
Stay tuned!
11. Ultima domanda: ha la bacchetta magica per ottenere tre cose alle quali tiene moltissimo: quali sono?
Dunque, vorrei possedere:
1) una Lamborghini Gallardo
2) una villa di extra lusso alle Maldive
3) uno yacht di 64 metri
…Scherzo!
In realtà la vita, a livello materiale, mi ha già dato tantissimo e sono felice con tutto ciò che ho.
Non ho particolari desideri materiali. Pratico molta meditazione, per la precisione la “Meditazione Trascendentale” di Maharishi Mahesh Yogi, e sogno un’unica cosa: un mondo in cui gli esseri umani possano entrare sempre più in contatto col proprio Sé e gioire del proprio silenzio interiore dal quale sgorgano automaticamente tutte le qualità positive che la natura possiede. La felicità, la bellezza, la giustizia, la pace e tutto ciò di bello che la vita riserva altro non sono che riflessi dell’esperienza dell’oceano del Sé.
Non ci potrà mai essere pace nel mondo se ogni individuo non sarà in pace con se stesso.
Anche se può sembrare assurdo, non serve la bacchetta magica per realizzare questo grande sogno: servirebbe invece che le persone iniziassero a trovare le soluzioni ai problemi da dentro piuttosto che cercarle nel mondo esteriore, ma so già che ci si arriverà prima o poi.
Sarebbe bello, e sarebbe bene per tutti, che si arrivasse a questo livello evolutivo il prima possibile!
Ognuno di noi è una potenziale lampadina che può davvero illuminare il mondo.
Comunque non voglio omettere la mia risposta alla sua domanda e, viso che sognare non costa nulla, se avessi comunque possibilità di realizzare tre ruoli da sogno sarebbero:
– Papageno al Festival di Salisburgo
– Germont al Metropolitan di New York
– Gianni Schicchi al Festival Pucciniano di Torre del Lago!
Servizio di Stefano Mecenate









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