“Non ho mai conosciuto un direttore così giovane e già così dotato di cuore e di braccio” ha scritto di lei grande direttore russo Yuri Ahronovitch, da lei conosciuto nei primi anni 2000 quando Ahronovitch tenne il corso di direzione dell’Accademia Chigiana. Tra le dodici selezionate per il corso c’era anche lei e alla fine solo in due ottennero il diploma di merito e la borsa di studio. Da quel momento il Maestro Ahronovitch si prese cura di lei, sostenendola con entusiasmo e convinzione.
Laureata in giurisprudenza e discipline musicali, insignita nel marzo 2009 del titolo di Cavaliere della Repubblica italiana per i risultati da lei ottenuti in campo internazionale come pianista e direttore d’orchestra, Gianna Fratta rappresenta forse oggi il “riscatto” di tante brave direttrici d’orchestra che hanno trovato in molti casi invalicabili ostacoli al loro successo.
Così non è stato per lei: professionalità, determinazione, pazienza, un pizzico di fortuna le hanno permesso di mostrare tutto il suo talento e la personalità, elemento imprescindibile per un direttore d’orchestra che vuole “lasciare il segno”.
Dal suo debutto come direttore d’orchestra
nel 1998, ha lavorato con importanti orchestre in molti casi come prima donna.
Tra le principali ricordiamo i Berliner Symphoniker, l’Orchestra del Teatro
dell’Opera di Roma, la Sinfonica di Macao (Cina), la Mimesis del Maggio Musicale
Fiorentino, l’ORT di Firenze, l’Orchestra dell Teatro Petruzzelli, la Royal
Academy di Londra, l’Orchestra della Fondazione Toscanini di Parma, la Nuova
Scarlatti di Napoli, la Russian Simphony Orchestra, l’Orchestra Sinfonica di
Sofia e di Kiev, l’Orchestra del Teatro Bellini di Catania, l’Orchestra
Sinfonica dello Stato del Messico e molte altre in tutto il mondo.
Per gli amanti del gossip, Gianna Fratta ha sposato Piero Pelù, cantautore fiorentino fondatore del celebre gruppo rock Litfiba, ma questa è un’altra storia che non ha nulla a che vedere con la sua prestigiosa carriera di direttore d’orchestra.
Abbiamo cercato di conoscerla meglio per entrare nel suo mondo di note e di emozioni.
Cosa o chi l’ha avvicinata alla direzione d’orchestra?
I miei genitori mi hanno avvicinata alla musica e precisamente allo studio del pianoforte quando avevo 5 anni. É stato un amore immediato ed esclusivo, alimentato da frequentazione giornaliera, rigore, esercizio, disciplina, impegno.
Il pianoforte mi ha insegnato a cadere e a rialzarmi, mi ha fatto capire chi ero, mi ha aiutato a migliorarmi, mi ha messo di fronte a me stessa. Ancor oggi il pianoforte è una parte del mio corpo, un rapporto imprescindibile, un legame fortissimo e unico; il più lungo della mia vita: da quando avevo cinque anni ad oggi, ininterrottamente, ogni giorno.
Poi a 9 anni, quando ero già studentessa al Conservatorio di Milano (sezione staccata di Como), ascoltai per la prima volta un’orchestra dal vivo. Uscii dal concerto e dissi ai miei genitori che avrei voluto stare anche io, “come quel signore vestito di nero”, al centro di tutti quei suoni. Da allora ho studiato per raggiungere quel sogno, dedicandomi, oltre che allo studio del pianoforte, alla composizione, alla lettura della partitura, alla direzione di coro e, infine, alla direzione d’orchestra.
Ama ancora il pianoforte? Trova ancora il tempo da dedicargli per vivere le emozioni di quella tastiera?
Certamente, il pianoforte è una parte del mio corpo, forse più della bacchetta. È un rapporto imprescindibile, un legame fortissimo e unico. Il pianoforte è il mio più importante mezzo di espressione, non solo verso gli altri, ma verso me stessa. Quando suono mi conosco, mi emoziono, metto tutto quello che sono. La bacchetta non suona. Il pianoforte sì, e questo può essere estremamente gratificante oppure tragicamente difficile. Ma è un rapporto vero, a due, che ti restituisce quel che dai. Con la bacchetta in mano le variabili sono tantissime: che orchestra hai di fronte, di quante ore di prove puoi disporre, quale repertorio devi affrontare, che solisti trovi, quali cantanti hai a disposizione e così via. Tu sei la stessa persona, ma il risultato può essere e sarà molto diverso.
Nel 2002 ho fondato l’Ensemble Umberto Giordano, un gruppo da camera in cui suono e del quale fa parte anche mia sorella Ida, soprano. L’Ensemble è attivo in tutto il mondo, con tanti progetti musicali che si contraddistinguono per originalità.
La partitura non è solo una sequenza di note e di tempi ma uno scrigno di emozioni e di suggestioni. Come affronta una partitura nuova e come “riprende” quelle che invece ha già diretto?
Lo studio delle partiture è sempre lo stesso, siano esse nuove o da riprendere. Al pianoforte, sulla scrivania, davanti allo specchio. Al pianoforte le suono, linea per linea, metto insieme le varie linee, studio l’interpretazione, decido i tempi. Sulla scrivania le analizzo, armonicamente, fraseologicamente, come struttura, come orchestrazione. Davanti allo specchio mi dedico alla gestualità, affinché sia perfettamente decodificabile ed inequivocabile.
Non esistono partiture “da riprendere”, sono sempre tutte nuove. Perché ogni volta ricomincio da capo, come se non le avessi mai fatte prima.
Un direttore d’orchestra deve mettere in “equilibrio” orchestra e cantanti: in che modo si rapporta con loro e come crea (o cerca di creare) questo indispensabile amalgama?
Durante le prove. Si lavora con orchestra, coro, solisti, corpo di ballo, ma anche con registi, scenografi, coreografi. Per un’opera le professionalità da coordinare e armonizzare sono tante. Bisogna lavorare per tirare fuori il meglio da ognuno; tutti sono indispensabili. Servono, oltre alle doti musicali, tecniche e culturali, grandi capacità umane e organizzative. Anche queste si studiano, si esercitano e si implementano con l’esperienza, essendo doti assolutamente indispensabili per un direttore d’orchestra.
Immagino che il modo con cui si dirige un’orchestra sia estremamente personale, eppure spesso si prendono a modello direttori celebri o resi celebri dalla stampa. Anche lei ha un modello?
In primis il mio maestro Yuri Ahronovitch. Per il resto ascolto tanti direttori, alcuni dei quali relativamente a determinati repertori (ad esempio il Verdi di Muti è imprescindibile!), ma non me la sentirei di parlare di un “modello” unico.
Quest’anno al Festival Puccini abbiamo avuto il piacere di averla quale direttore d’orchestra per la Fanciulla del West: come giudica quest’opera che, certamente, si discosta dal modo di comporre di Puccini?
L’opera perfetta. Non toccherei una nota di questo magma continuo, di questo musical ante litteram, di questo capolavoro ancora da apprezzare fino in fondo. Non c’è nota che non mi faccia venire i brividi e che non consideri l’unica possibile in quel dato momento drammaturgico. La Fanciulla del West è una di quelle opere che soddisfa tutto, cuore e mente, perché è un’opera che segna una svolta non solo nella vita di Puccini, quanto in generale nella storia della musica. Ogni cosa è nuova: la tematica, la tecnica compositiva sofisticata, l’orchestrazione mastodontica, i rimandi ad altri compositori del passato, primo fra tutti Wagner, di cui abbondano citazioni e rimandi stilistici, ma anche lo sguardo aperto alla frammentaria congerie culturale del primo Novecento, dall’impressionismo all’espressionismo, dal futurismo al surrealismo.
La Fanciulla del West è l’opera in cui Puccini rinnova se stesso e di conseguenza il modo di fare opera.
Un lavoro con cui il Maestro cerca di dare un futuro all’opera, mettendola in relazione al cinema e alle nuove tendenze culturali e artistiche di quegli anni.
Un vero capolavoro, rispetto al quale si può parlare di un prima e di un dopo.
Qual è, o quali sono, i suoi compositori preferiti e perché?
Per l’opera sicuramente Puccini. È l’operista che sento più vicino a me, lo amo al di sopra di tutti gli altri e lo considero il più moderno, intuitivo, emozionante. Non si può cambiare una nota della scrittura di Puccini, è perfetta. Nell’ultimo triennio ho diretto – spesso in varie edizioni – Butterfly, Bohème, Trittico, Turandot, Tosca. Non è mai successo che non mi sia nuovamente stupita e non abbia trovato nuove sfaccettature in quella scrittura magistrale, la cui immediatezza considero un pregio e non un limite.
E in questo caso parlo da compositrice e docente di composizione e analisi, prima che da direttrice d’orchestra. Poi tutti gli operisti della seconda metà dell’Ottocento e fino ad oggi.
Per quanto riguarda il repertorio sinfonico, Beethoven, Brahms, Mahler, Stravinsky e tanti altri. Difficile scegliere tra centinaia di geni della nostra tradizione musicale.
E l’opera o le opere?
Tutte le opere di Puccini, direi, e la Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Shostakovich.
Per lungo tempo si è detto che la professione di direttore d’orchestra fosse molto maschilista e che le orchestre, pur composte da musicisti, fossero tendenzialmente ostili alle donne: è ancora così?
Non penso si possa parlare di ostilità, al massimo di mancanza di abitudine. Alla fine ai musicisti interessa solo una cosa: avere di fronte una persona con idee chiare, innovative, che sappia tirar fuori il meglio da ciascuno. Passati i primi minuti di curiosità, semplicemente – ripeto e sottolineo – dettata dalla mancanza di abitudine ad avere sul podio una donna, ci si concentra sulla musica e si va avanti. I direttori d’orchestra non si dividono in uomini e donne, ma in direttori d’orchestra che conoscono il proprio mestiere e direttori d’orchestra che non lo conoscono. Il genere è totalmente ininfluente in questa attività; tra qualche anno nessuno si chiederà più se sul podio c’è un uomo o una donna, esattamente come accade per tutti gli strumenti musicali.
Dove e quando potremmo ancora di nuovo ascoltarla? Cosa ci farà ascoltare?
Dopo aver diretto il 25 agosto un concerto con due solisti d’eccezione – Martha Argerich e Daniel Rivera – sarò impegnata in altri concerti sinfonici, uno a Milano il 20 settembre con l’Orchestra Verdi e subito dopo in Puglia con l’Orchestra Sinfonica di Lecce e del Salento. Amo la musica sinfonica al pari dell’opera e cerco di dedicare ogni anno parte del mio tempo a studiare partiture sinfoniche. Verso Natale inizieranno alcuni tour europei e, a maggio, un lungo tour di dieci concerti in Corea. Anche l’insegnamento in conservatorio mi impegnerà molto; la didattica è sempre stata una delle mie passioni.
Stefano Mecenate









Lascia un commento