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Todo cambia

di Davide Giacalone | 13 Aprile 2014

Se Renzi è erede di Berlusconi, la destra di oggi non deve essere erede della sinistra di ieri

Berlusconi-e-RenziNon moriremo renziani. Intanto perché non c’è ragione di morire. Poi perché vivremo da italiani, il che comporta la coesistenza con democristiani, berlusconiani e renziani. Forme diverse che hanno in comune il rifiuto di consegnarsi prigionieri delle ideologie totalizzanti, a cominciare da quella che ha dominato la sinistra comunista. Gli italiani preferiscono il luogo comune all’ideologia. Molti nostri intellettuali sono eroi della banalità. C’è del buono, in tale atteggiamento, ma non manca lo stomachevole. Tre sono le domande da porsi: 1. che ne sarà del berlusconismo dopo la nascita del renzismo? 2. che ne sarà di Forza Italia dopo la trasformazione del Partito democratico? 3. che ne sarà della rappresentanza dell’elettorato moderato?

Le prime due sono facili e si può rispondere in breve: a. il renzismo è pianta che nasce nell’orto del berlusconismo, come si può vedere dal ruolo del leader, dall’evocazione dell’ottimismo, dal rivolgersi direttamente ai cittadini-elettori, considerando il partito più che altro un fastidio e selezionando i propri dirigenti per aderenza, idolatria ed estetica; b. né Forza Italia né alcuna altra forza del centro destra possono pensare di andare oltre l’era del fondatore e del conduttore schierando gruppi dirigenti composti da persone che il medesimo scelse e, in qualche caso, miracolò. Si può essere colpiti dai tradimenti o dalle fedeltà, gli uni e le altre hanno in comune il dato decisivo: l’assenza di autonoma identità.

La terza domanda è più complessa. L’elettorato “moderato” non è di destra o di sinistra, o, meglio, è di destra e di sinistra, ma sempre nella convinzione che la realtà va governata, assecondata, cambiata, ma non stravolta o rivoluzionata. I moderati sanno che chi persegue il paradiso in terra sta costruendo l’inferno. Si può essere moderati determinatissimi, come estremisti sudditi e conformisti. C’è più conformismo nel luogocomunismo che nel tirare su una serranda o aprire un ufficio. Questo elettorato è maggioritario fin dal 1948. Preesisteva a Silvio Berlusconi e vivrà oltre. Il merito storico di Berlusconi fu frapporsi alla liquidazione di quell’elettorato, per sostituirlo con il conformismo impunito e penitenziale dei falliti della storia. Quel merito è incancellabile.

Contro quel successo s’è scatenato l’inferno. Dall’assalto giudiziario alle barricate dei contrappesi istituzionali (presidenza della Repubblica e Corte costituzionale), divenuti presidi della conservazione e della scomunica del voto popolare. Ma errori madornali sono stati commessi anche dagli interpreti di quel successo. Sulla giustizia s’è avviata una guerra personale (da entrambe le parti), senza il coraggio di rompere, proporre riforme profonde e serie, portandole al giudizio degli elettori. Il fatto che non ci siano innocenti non significa che non ci siano colpevoli. La spesa pubblica corrente la si è lasciata correre, rinunciando alla demolizione dello Stato imprenditore e alla restituzione al mercato del vasto campo statalizzato e municipalizzato. Sull’istruzione s’è operato di bisturi e con tortura, incapaci di dare il via alla concorrenza e al merito, che richiedono l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Sull’Europa s’è detto è ripetuto che ne serviva di più (giusto), ma giunti al momento decisivo ci si è trovati con una divisione profonda all’interno del governo, finendo con l’accettare e votare quel che oggi genera il rigetto dell’Unione europea.

Intanto a sinistra si affermava un leader che individuammo subito, ai tempi della prima Leopolda, come estraneo alla sinistra ideologica. Se Renzi usa le mie parole non mi deprimo, me ne compiaccio. Solo che la politica non consiste nel recitar poesie, ma nel realizzare le idee. Questa è la sfida. Se il renzismo resterà un gargarismo finirà nel risciacquo. E in fretta. Altrimenti segnerà la nascita vera di una sinistra seria, il che consente alla destra di fare un salto di qualità programmatica. Sono le cose che scriviamo ogni giorno.

Non può esistere una rappresentanza dei moderati che usi le parole e i toni della paura. La paura è la principale nemica dei moderati, perché li fa fuggire o li trasforma in reazionari. Non può esistere una forza che misura le proprie posizioni su quelle altrui. Quelli che oggi, a destra, si regolano su Renzi, appartengono alla stessa famiglia di quelli che, a sinistra, si regolavano su Berlusconi: inutili in via di estinzione.

Rispetto al 1948 i moderati non sono diminuiti, ma aumentati. Il conformismo intellettualoide non s’è consolidato, ma ammosciato. Le ideologie sono state sostituite dai moralismi senza etica. Questo modifica sia la destra che la sinistra. Chi non cambia si candida a rappresentare la nostalgia. L’esatto opposto di quel che Berlusconi seppe fare, nel 1994.

 

Pubblicato in : Primo piano

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

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