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TIM-KKR: No al nazionalismo economico

L’onnipresente tic nazionalista e la pretesa, o la speranza, che un investitore nazionale sia più mansueto di fronte alle richieste della politica

di Redazione Pensalibero.it | 28 Novembre 2021

Il fondo americano KKR ha presentato una manifestazione di interesse non vincolante per acquistare il 100% di Tim. Subito si è messa in moto la gioiosa macchina da guerra dell’interesse nazionale: politici di destra e di sinistra, sindacalisti, commentatori si sono affrettati a chiedere l’intervento del governo contro il barbaro invasore. L’esecutivo dovrà pronunciarsi sull’operazione: Tim è una società “strategica”, opera in un settore “strategico”, e controlla gran parte della rete fissa che è un asset “strategico”. Dunque l’operazione – se proseguirà – dovrà essere notificata. Palazzo Chigi sarà chiamato a decidere se autorizzarla, bloccarla o assoggettarla a specifiche prescrizioni. La domanda che tutti dovremmo porci è: perché? In quale modo l’eventuale ingresso di KKR può mettere in discussione la sicurezza nazionale?

KKR non è un veicolo opaco di investitori sconosciuti: è uno dei maggiori fondi di private equity al mondo. Non è una società schermo appena creata: esiste dal 1976. Non ha la sede in qualche sperduto paradiso fiscale: ha il quartier generale a New York e sedi in svariati paesi, tra cui, in Europa, la Francia, la Germania, il Lussemburgo, l’Irlanda, la Svezia, la Spagna e il Regno Unito. Gestisce investimenti e partecipazioni per oltre 150 miliardi di dollari. Insomma: KKR è uno dei protagonisti del mercato globale dei capitali. È un soggetto da cui non abbiamo proprio nulla da temere: anche perché la rete, sempre invocata come pretesto per intervenire a gamba tesa su Tim, è un asset disciplinato da norme nazionali ed europee. L’idea che un azionista straniero possa abusarne e che invece un azionista nazionale non lo farebbe non è solo smentita dall’esperienza recente (Tim ha influenti azionisti esteri dal 2007) ma è, semplicemente, ridicola. Peraltro, è ancora più insostenibile la tesi che gli investimenti esteri siano una specie di notte dove tutte le vacche sono nere: nell’esercizio del golden power dovremmo non solo distinguere tra soggetti europei ed extraeuropei, ma anche – tra questi ultimi – tra investitori che provengono da paesi trasparenti e tradizionalmente attenti alla rule of law (come gli Stati Uniti) e quelli che invece arrivano da paesi dove la commistione coi governi è molto più profonda e opaca (come la Cina) (si veda lo Special Report “Regulation on foreign direct investments and emergency discipline”: PDF).

La richiesta di far scattare il semaforo rosso, allora, non può essere mossa da chissà quale sospetto. Essa si spiega solo in due modi, non mutuamente esclusivi: l’onnipresente tic nazionalista e la pretesa, o la speranza, che un investitore nazionale sia più mansueto di fronte alle richieste della politica. Ma, in questo modo, e a prescindere da come si risolverà la partita attorno al controllo di Tim, non si fa altro che trasmettere dell’Italia l’immagine di un paese che dice di volere investitori esteri (e sulla loro attrazione stanza ingenti risorse), ma in realtà ne desidera solo i soldi, senza che essi possano realmente esercitare le loro prerogative di azionisti. Non cerchiamo investimenti, ma elemosine: dimenticandoci che il motore della crescita è mosso dai primi.

Leggi sul sito dell’Istituto Bruno Leoni.

Istituto Bruno Leoni

Pubblicato in : EditorialeTag: capitali, cina, europa, francia, germania, governo, interesse nazionale, italia, la germania, manifestazione, mercato, mondo, palazzo chigi, soldi, spagna, speranza, stati uniti

Info Redazione Pensalibero.it

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Interazioni del lettore

Commenti

  1. Gian Franco Orsini

    1 Dicembre 2021 alle 18:53

    Il problema del nazionalismo economico è assai complesso. Ciò che crea ostacoli alla circolazione dei capitali quale si ha in una reale economia di mercato è la diversità del sistema fiscale che si ha nei diversi paesi. La mancanza di un univoco sistema fiscale impedisce la creazione di una vera economia di mercato, perfino nella Ue. Il grave problema delle delocalizzazioni industriali anche all’interno della Ue è alimentato dalla mancanza di un sistema fiscale univoco. Ma arrivare ad un sistema fiscale univoco non è semplice.

    Rispondi
    • n.c.

      1 Dicembre 2021 alle 19:45

      In effetti il problema toccato da Gian Franco Orsini è cruciale. Concordo in pieno.

      Rispondi

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