Grazie a Michel Hazanavicius, il talentuoso regista di The artist, possiamo entrare in una sala e immergerci , da veri nostalgici, nell’atmosfera di quel periodo che tra la metà degli anni venti e i trenta portò alla prima rivoluzione nel campo cinematografico.

E’ una scommessa coraggiosa del regista che affronta senza parole il rischio di riuscire a tenere incatenato alla poltroncina lo spettatore che si immerge nell’incanto del bianco nero e non si stanca né si distrae nelle due ore di proiezione. Tanti i ricordi e i riferimenti, tanti gli omaggi cui si lascia andare il regista; saremmo quasi tentati di elencare uno per uno i registi , gli spezzoni, le situazioni che ci riportano alla mente altri film lontani nel tempo e a volte nella memoria ma non nel cuore, ma riusciamo a non lasciarci distrarre dalla tentazione di raccontare la nostra conoscenza del cinema muto perché il film ci prende troppo e l’amore non ha niente a che vedere con l’essere saccenti.
Coraggioso chi propone oggi un film muto, oggi che le tecniche evolvono da un giorno all’altro. Oggi che gli effetti speciali e il 3D sono sempre più usati e abusati, grazie a Michel Hazanavicius, il talentuoso regista di The artist, possiamo entrare in una sala e immergerci , da veri nostalgici, nell’atmosfera di quel periodo che tra la metà degli anni venti e i trenta portò alla prima rivoluzione nel campo cinematografico: l’avvento del sonoro e la fine della carriera di tanti attori che avevano basato la loro fortuna nella mimica e nel movimento del corpo, ma la cui voce risultò assolutamente inadatta al sonoro.
Ancora oggi il “nuovo” è vissuto da molti spettatori con un certo sospetto, quando non addirittura con un disprezzo da presunti cinéphil (basta sentire affermazioni quali “premesso che io non amo questi film pieni di effetti speciali” ( ma allora perché li vai a vedere?) o “mai il 3D è dannoso per gli occhi e poi non è vero cinema” (?)
Ma George Valentin (Jean Dujardin), attore di grande successo, beniamino del pubblico che accorreva ad ogni nuova uscita della sua prolifica carriera e assisteva estasiato ed entusiasta alle sue performance, sostenuto da una spalla d’eccezione: il suo cane, affronterà, nel giro di pochi anni (dal 1927 al 1931), due grossi sconvolgimenti.
Il primo è l’incontro, del tutto casuale, con una giovane sconosciuta che a causa di una involontaria spinta al grande attore circondato da cameramen e giornalisti verrà ripresa sorridente accanto al “divo” e vedrà aprirsi le porte dei teatri di posa . Tra i due nascerà una simpatia e una sorta di lieve complicità quando Valentin promuove Peppy Miller (Bérénice Bejo) a sua coprotagonista.
Il secondo, certamente più devastante, è rappresentato dall’avvento del sonoro. Valentin, fino a quel momento coccolato e amato da pubblico, registi e produttori, non crede in questo evento e si ostina a credere nella sopravvivenza del muto. Orgoglioso e al tempo stesso intransigente scenderà la scala del dissesto tutelato da chi non ha dimenticato l’aiuto ricevuto.
C’è gioia e c’è qualcosa di comico nelle scene che si susseguono sullo schermo, nelle avventure e disavventure dei due protagonisti , una sorta di Fred Astaire e Eleanor Powell, uno in discesa sul viale della notorietà, l’altra in ascesa vertiginosa (il suo nome da piccolo piccolo in fondo ai titoli di coda passa rapidamente sempre più in alto e a caratteri sempre più cubitali).
Interessante notare come gli studi in cui molto si svolge si chiamino Kinograph. Kynos, cane in greco. Proprio quel cane che con i suoi gesti, in un mondo silenzioso, farebbe esclamare “che cane quell’attore” o “che attore quel cane”, senza che nessuno dovesse sentirsi offeso. Un cane che è un collega, una spalla, un amico che aiuta e salva letteralmente più volte Valentin.
Ma niente impedisce che Kinograph ricordila Biograph, la grande casa che permise a Griffith di emergere come regista, di dar vita al cinema americano e consacrò alla gloria le sorelle Pickford e Duglas Fairbanks, prima ancora che Mary Pickford e Fairbanks, una volta marito e moglie, creassero uno studio con il loro nome.
Quali altri motivi ancora per amare questo film? Le dissolvenze in chiusura, il nome Hollywoodland che per un attimo si intravede sulle colline che circondano Los Angeles (quello era il vero nome della città dei sogni, poi land cadde forse per una lieve scossa di terremoto), la scelta del regista di trasformare il bianco nero in una serie di grigi più o meno intensi a seconda dello stato d’animo del protagonista, l’amore per coloro che hanno fatto grande il cinema americano rendendolo capace di accogliere attori e registi che fuggivano da un’Europa in fiamme. Le scene, gli atteggiamenti , i personaggi che ricordano i film più amati da” Viale del tramonto” (la caduta della star assistita dal maggiordomo/autista) a “Quarto potere” (la stanza/magazzino in casa di Pepper), la casa di Mary Pickford (quella dove abita Peppy Miller) il letto di mary Pickford (quello in cui si sveglia George Valentin), i numeri di tip tap, la musica, pressoché onnipresente che accompagna quando serve o si discosta da umori, variazioni, rotture; tutto ci fa amare questo film nuovo e contemporaneamente agli albori del tempo.

Lascia un commento