
È altissima tensione tra Thailandia e Cambogia dopo gli scontri a fuoco verificatisi tra i rispettivi eserciti in una zona di confine contesa. Gli scontri si sono verificati nell’area in cui sorge l’antico tempio indù di Prasat Ta Muen Thom, tra la provincia thailandese di Surin e la provincia cambogiana di Oddar Meanchey. Entrambi i paesi si accusano a vicenda di aver dato inizio alle ostilità, che hanno costretto gli abitanti dei villaggi adiacenti alla fuga. L’esercito thailandese sostiene che le truppe cambogiane hanno aperto il fuoco nei pressi del tempio e hanno schierato un drone di sorveglianza prima di inviare truppe con armi pesanti, tra cui lanciarazzi. La Cambogia nega ogni accusa e afferma di aver agito “rigorosamente nei limiti dell’autodifesa”, rispondendo a “un’incursione non provocata delle truppe thailandesi che ha violato la nostra integrità territoriale”. Secondo l’emittente pubblica thailandese PBS sono almeno 12 le vittime civili registrate negli attacchi lanciati dalle truppe cambogiane, tra cui dei bambini. Non si hanno ancora notizie di eventuali vittime in Cambogia. Bangkok ha chiuso tutti i valichi di confine, condannando su X quello che ha definito “un attacco mirato ai civili”, riferendo di aver dispiegato caccia F-16 e di aver distrutto due installazioni militari cambogiane. Dal canto suo, il ministero della Difesa di Phnom Penh ha denunciato “una brutale, barbara e violenta aggressione militare”, aggiungendo che le azioni della Thailandia violano il diritto internazionale e “rappresentano un pericolo estremo non solo per la pace e la stabilità regionale, ma anche per l’ordine internazionale basato sulle regole”.

Una controversia storica?
L’escalation armata avviene dopo settimane di tensioni crescenti lungo un confine oggetto di una controversia di lunga data che già in passato ha causato tensioni ed esplosioni di violenza intermittenti. La disputa ruota attorno ad una mappa del 1907, disegnata durante il dominio coloniale francese e utilizzata per separare la Cambogia dalla Thailandia, che condividono più di 800 chilometri di confine terrestre. La Cambogia utilizza la mappa come riferimento per rivendicare l’estensione del proprio territorio, mentre la Thailandia sostiene che la cartina è imprecisa. I conflitti più importanti e violenti si sono verificati attorno al tempio millenario di Preah Vihear. Nel 1962, la Corte Internazionale di Giustizia assegnò la sovranità sull’area del tempio alla Cambogia. La sentenza divenne un grave ostacolo alle relazioni bilaterali. Dopo diversi scontri registrati a più riprese, la Corte ha riconfermato la sentenza a favore della Cambogia nel 2013, ma la Thailandia ne ha respinto la giurisdizione. Ieri mattina, Phnom Penh ha annunciato di aver declassato le relazioni diplomatiche con Bangkok, espellendo l’ambasciatore thailandese e richiamando tutto il personale diplomatico dal paese. Questo in risposta alla decisione della Thailandia di chiudere i valichi di frontiera nord-orientali, ritirare il proprio ambasciatore ed espellere quello cambogiano in segno di protesta contro l’esplosione, il giorno prima, di una mina antiuomo che aveva ferito cinque soldati thailandesi.
Un momento politico delicato?
Il primo ministro della Thailandia, Paetongtarn Shinawatra, sospesa dall’incarico proprio in seguito ad uno scandalo relativo alla gestione della controversia sul confine, ha condiviso sui social una dichiarazione volta a calmare gli animi: “Da sempre, la Thailandia ha compiuto ogni sforzo per avviare un dialogo diplomatico al fine di evitare scontri, impedire un’ulteriore escalation della situazione ed evitare perdite, dimostrando pazienza e moderazione, pur rimanendo fedele a mezzi pacifici. Crediamo fermamente che la pace sia la strada migliore per risolvere i conflitti tra le nazioni”. Secondo Paetongtarn “tutte le agenzie competenti hanno lavorato al massimo delle loro capacità. Spero sinceramente che le misure in corso pongano fine alla violenza e riportino la pace alla popolazione il prima possibile”. La premier è stata sospesa dalla Corte costituzionale nelle scorse settimane, dopo che sulla stampa era trapelata la registrazione di una telefonata in cui discuteva della disputa di confine con il potente ex leader della Cambogia Hun Sen. Nella registrazione, si può sentire la donna chiamare Hun Sen, un vecchio amico di famiglia, “zio” e dire che, se lui avesse voluto qualcosa, lei se ne sarebbe “occupata”, esprimendo critiche nei confronti di un alto comandante militare thailandese. Paetongtarn ha dovuto affrontare pesanti critiche in patria per la sua telefonata e, dopo che gli oppositori l’hanno accusata di aver tradito la fiducia e gli interessi del Paese, la premier è stata sospesa dalla Corte.
Escalation all’ombra dei dazi?
L‘escalation di violenze tra i due paesi membri dell’Asean complica anche le relazioni in un momento difficile per l’organizzazione dei paesi del sud-est asiatico, alle prese con la scadenza tariffaria del 1° agosto imposta da Donald Trump. Anziché cercare di collaborare, per sventare tariffe fino al 36% prospettate da Washington, con conseguenti ripercussioni sulle rispettive economie, i due paesi si combattono anche a colpi di blocchi commerciali: la Cambogia ha vietato l’importazione di frutta, verdura, mentre la Thailancia ha minacciato blackout energetici e dei servizi internet per le città cambogiane al confine. “Trump usa la tattica del divide et impera per impedire ai piccoli paesi dell’area di fare fronte comune nei colloqui”, osserva l’analista Piyasak Manasant, aggiungendo che il presidente americano “considera l’Asean una sorta di ‘gang cinese’ da cui vuole staccarsi”. In realtà, l’obiettivo di Trump è quello di bloccare il flusso di merci cinesi che arrivano negli Stati Uniti attraverso i paesi del sud-est asiatico in cui Pechino ha spostato la produzione per evitare i dazi statunitensi. Allo stesso modo il governo americano sta monitorando attentamente le sue esportazioni nella regione, come quella di semiconduttori verso la Malesia, temendo che possa essere utilizzata come via d’accesso per contrabbandare chip alla Cina. Se non saranno esentate, le economie più piccole dell’Asean rischiano contraccolpi durissimi dall’imposizione di dazi Usa. In particolar modo la Cambogia, che lo scorso anno ha esportato negli Stati Uniti più di 10mila miliardi di dollari, pari al 40% delle sue esportazioni totali.
Il commento
Di Paola Morselli, ISPI Asia Centre
“Gli scontri lungo il confine tra Thailandia e Cambogia sono il risultato di una disputa territoriale di lunga data, eredità dell’epoca coloniale. La crisi arriva inoltre in un momento politicamente delicato per Bangkok, con la sospensione del primo ministro Paetongtarn Shinawatra, accusata di eccessiva arrendevolezza verso il de facto leader cambogiano Hun Sen. Gli eventi delle ultime ore hanno portato la Thailandia a chiudere temporaneamente le proprie frontiere, ma le implicazioni vanno oltre il deterioramento dei rapporti bilaterali. Entrambi i paesi fanno parte dell’ASEAN, un’organizzazione che negli ultimi anni ha mostrato crescenti difficoltà nel gestire le crisi regionali – basti pensare allo stallo di fronte alla guerra in Myanmar, in corso dal 2021. Un nuovo punto di tensione rischia di aggravare le divisioni politiche interne, mettendo alla prova la coesione e la credibilità del blocco in un periodo storico che lo vede anche colpito dalle tensioni economiche globali e dalle politiche protezionistiche di Washington. In questo scenario, anche la Cina osserva con attenzione, visto che la stabilità del Sud-est asiatico è centrale per la sua strategia economica e commerciale nella regione”.
Alessia De Luca

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