Ma che senso ha chiedere a un giovane di fare la laurea di base, la specialistica, un master e magari un tirocinio di formazione aggiuntiva e poi mettere il tetto dei 30 anni per una assunzione? Succede. Succede in Italia, Paese della contraddizione e della complicazione, nonostante gli annunci continui, in senso contrario, e un ministero fatto nascere apposta. Niente. Ci sono mestieri e professioni nelle quali sei pronto per un contratto a 22 anni e altre in cui, di fatto, sei pronto a 32. Ma non perché lo studente o la studentessa in gioco sia particolarmente lenta ma perché certi profili professionali comprendono fasi e corsi che portano automaticamente a quell’età. In queste settimane alcune aziende italiane sono alle prese con assunzioni e ricambi di proprio personale strategico e hanno dovuto cambiare di corsa i bandi ed allargare le maglie. Anche qui bisognerebbe pensarci prima. Ma chi sono quei geni della scienza umana che si esprimono per regole che poi risultano inapplicabili? Vorremmo tanto conoscere quei tecnici delle risorse umane e organizzazione aziendale che pensano di notte che nelle loro aziende sarebbe bello mettere una giovane o un giovane di 25 o 27 anni massimo che pero’ abbia conseguito nella sua recente vita la laurea magistrale, che abbia frequentato un master biennale con relativi stages in giro per il mondo e magari abbia anche una qualche esperienza concreta in ruoli paralleli con contratti brevi a tempo determinato di sostituzioni malattie, maternità, ferie eccetera. Bisognerebbe dotare questi specialisti della tecnica delle risorse umane di una calcolatrice o di un pallottoliere perché è pur vero che sulla carta entro il trentesimo anno di età uno studente può portare a casa tutto questo curriculum, ma nella vita quotidiana succede che per un incidente, una malattia, una fase di disorientamento, un master sbagliato, un pentimento in corso si possa perdere tranquillamente un anno o due e arrivare per un filo di semestre ad essere fuori dal mitico bando che ti avrebbe cambiato la vita. Insomma per profili di formazione sempre più complessi e tetto di età richiesti senza un minimo di buon senso, i giovani che vogliono cercare un lavoro vagamente corrispondente a quello che hanno studiato sono poi sempre sulla brace. I più si scottano, altri abbandonano. Ed è male. Il sistema cosiddetto di welfare intrecciato con il sistema della scuola e della formazione dovrebbe rivedere i criteri per il primo ingresso nel mondo del lavoro. Ma molto possono o dovrebbero fare le aziende fissando regole che tengano conto delle reali esigenze organizzative e produttive ma anche del carico culturale, intellettuale, artigianale che vanno a selezionare. Bandi più elastici, criteri selettivi di merito ma anche criteri basati sull’investimento psico – attitudinale, valutazione in itinere e in prospettiva potrebbero essere delle modifiche intelligenti. Altrimenti continuiamo a tenere fuori dal mondo del lavoro e della produzione risorse intellettuali e creative che abbiamo formato con spesa e investimento solo per cavilli o mancati incroci tra domande e offerte. Questa sarebbe la vera tragedia al di là della stagnazione occupazionale: far arrivare agli incroci della vita dei giovani con la voglia di imboccare una strada con entusiasmo e dire loro che ahimè la strada era aperta solo fino a ieri e che da oggi ci sono i lavori in corso. Sarebbe comprensibile un calcio al cartello e una botta alla transenna. Altro che paese moderno.
Fabrizio Binacchi
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