Da Vivaldi all’argentino Piazzolla, passando per il contemporaneo Bosso, all’ungherese Béla Bartok.
Serata particolare, differente dalle altre, quella che la Camerata Strumentale Città di Prato ha presentato nell’inconsueta veste domenicale. Il programma del terzo concerto l’ha svelato Umberto Clerici, giovane e affermato violoncellista torinese arrivato per l’occasione da Sidney. Dal proscenio, con disinvolta eloquenza ha annunciato al microfono, il dittico musicale che l’orchestra Leonore, della Fondazione Pistoiese Promusica ha eseguito sotto la sua direzione. Modalità compositive e d espressive a confronto. Da Vivaldi all’argentino Piazzolla, passando per il contemporaneo Bosso, all’ungherese Béla Bartok. Un’unità in musica divisa in due opposte entità compositive: il bianco e il nero, l’aria e l’acqua, elementi essenziali del nostro granello si sabbia, dove poggiamo i piedi. Lo spiega molto bene Clerici, che non si fa distante dal pubblico avvicinandolo alle composizioni per violoncello, protagonista in discusso. Così, nella prima parete della serata, per la prima volta, ascoltiamo Giovanni Sollima, appartenete alla corrente Minimalista della musica contemporanea. Spiegato da Clerici, il minimalismo è la semplificazione estrema esecutiva del testo musicale in antitesi alla vitalità della danza che nella seconda parte del programma lo caratterizza attraverso il celebre Le Grand Tango nella versione per violoncello e archi di Astor Piazzolla seguite da cinque meravigliose danze popolari rielaborate del greco Nikolas Skalkottas in versione colta. Abbiamo assistito così, da Music for the Divene Comedy al viaggio musicale di Sollima nell’esecuzione di Clerici che come Virgilio lo accompagna nell’Antinferno dantesco. Molta è la somiglianza col concerto di Vivaldi in Si minore per violoncello e orchestra R424 in particolare nel Largo del secondo tempo. E’ ovvio che Vivaldi del Minimalismo nulla s’immaginava, ma piuttosto i contemporanei hanno colto in lui spunti di modernità che con abile e sapiente scelta, Clerici ha abbinato, finendo la prima parte del programma con il compositore Ezio Bosso suo concittadino. Sea Prayer si estende ripetendo ritmi controllati e meditativi dei flutti del mare immergendo la sua musica nelle alte maree dell’oceano. S’instaura un pensiero in musica che trascende l’umano, attraversando per mano della duttile orchestra di Pistoia, l’opera di Folon, una scultura di bronzo sulla costa belga, inghiottita dalla marea descrivendone il corso. A questo punto Clerici riesce a fare percepire una sensazione ignota, o forse solo dimenticata che riaffiora al palato musicale in forma di meditazione onirica. Differente è per questo, la seconda parte come già detto, del programma. Il violoncello si fa in principio primo attore nell’esecuzione del tango, colorato di espressività e vivacità proprie della danza che non ha la forza della riflessione, ma quella della vitalità ritmica. E’ il tango di Piazzolla, non tradizionale accompagnato dalla fisarmonica, ma un tango Nuevo e intenso, complesso con sezioni libere da schemi classici ma coinvolgenti. In questo contrasto di scelte e combinazioni, assolutamente non lasciati al caso, ecco Cinque Danze greche dalle melodie solari delle coste marine dell’Egeo. Brani e ritmi che abbiamo scoperto per mano dell’orchestra dove Clerici perde il primato e si unisce ad essa formando un’orchestra da Camera allargata. Sono le danze di Nikos Salkottas che egli raccoglie ed elabora tra il 1931 e il 1937. Applauditissime, una per una. Vive così in conclusione di serata la musica di Béla Bartok con Le Danze rumene per orchestra d’archi del 1917. Sono celebri composizioni del patrimonio folkloristico della Transilvania cui Bartok fu esemplare interprete. Il pubblico non può che amarle perché raccoglie il sentimento della danza di suggestiva sonorità. Così è stato anche questa volta e il pubblico di Prato l’ha applaudito copiosamente: Bartok, l’orchestra e il maestro Clerici.

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