I tempi cambiano, e con esso mode, tendenze e avvenimenti che rappresentano veri e propri casi di urgenza sociale.
Generazioni diverse si confrontano e dibattono su conflitti e problematiche che mutano a seconda del momento storico in cui sono calati ma che trovano un punto di contatto nell’atteggiamento comune assunto per contrastarli, ovvero l’individuazione di un capro espiatorio.
Se ieri si imputava alla minigonna la colpa di aver innescato un processo che avrebbe irrimediabilmente portato verso la degenerazione dei costumi, oggi i nuovi media, in particolare Internet, rappresentano il bersaglio preferito contro cui scagliarsi di fronte all’insorgere di nuove pratiche ed usi sociali.
I casi di violenza tra adolescenti, saliti ultimamente alla ribalta della cronaca nazionale, hanno contribuito alla diffusione ed alla stabilizzazione di un binomio pericoloso: Internet e bullismo.
La Rete, per la pervasività comunicativa che la caratterizza, viene additata come la principale responsabile di quel fenomeno denominato “cyberbullismo” che consiste nella diffusione di video aventi per oggetto azioni di violenza e sopraffazione perpetrati da alcuni adolescenti ai danni di altri più deboli.
Internet, dunque, come responsabile di una nuova piaga sociale.
Un nuovo nemico della collettività contro cui Tony Blair ed il Ministro Fioroni hanno deciso di dichiarare guerra, entrambi d’accordo nel demonizzare i motori di ricerca ed i siti che ospitano tali contenuti.
Ma francamente questa presa di posizione sembra, a parer di chi scrive, più che la manifestazione di una volontà tesa alla risoluzione di un problema, la tecnica dello struzzo che preferisce nascondersi sotto macigni di sabbia piuttosto che guardare in faccia al problema e quindi arginarlo.
Reagire al messaggero piuttosto che al messaggio costituisce uno stolto tentativo di difendersi da una battaglia persa in partenza. Inquisire i gestori dei provider è peggiore del male che si pretende di curare.
La crociata che alcune forze politiche stanno intraprendendo con il fine di censurare Internet e di applicare al web le stesse leggi della carta stampata appare, infatti, assolutamente assurda.
Innanzitutto sarebbe impraticabile setacciare tutta la mole informativa presente in Internet ed esercitare un controllo su tutte le reti peer-to-peer con cui milioni e milioni di utenti rendono condivisibili file di ogni specie. Sarebbe soltanto possibile e auspicabile rimuovere a posteriori un contenuto lesivo della dignità umana e del rispetto della persona; sarebbe, al contrario, inattuabile impedirne la diffusione a priori.
Oltre alle difficoltà collegate all’aspetto pratico, c’è poi una questione che attiene alla morale del web: in Internet è vietato vietare. E’ l’assenza di filtri e la mancanza di nuclei centrali che rendono attuabile una comunicazione libera e scevra da qualsiasi tentativo di gerarchizzazione.
Certo, la violenza e la sua propaganda nella Rete sono certamente da combattere, così come è importante non incoraggiare l’emulazione, ma l’arma più efficace per contrastare tutti questi problemi, ed è questo che spesso gli occhi fanno finta di negare, è la vigilanza delle persone, il buon senso dei cittadini moralmente integri.
Gli atti sfacciati che le immagini riprendono sono un’offesa grave alla civiltà e alla dignità umane, ma, paradossalmente, proprio questa arrogante ostentazione della violenza è in grado di portare in superficie le macchie nere nascoste nelle pieghe buie della società.
Il vezzo dell’esibizionismo contemporaneo ci sbatte in faccia la verità, una verità che rappresenta un pugno nello stomaco ma che, contemporaneamente, ci offre l’opportunità di interrogarci sulle direzioni pericolose che la nostra società sta intraprendendo.
Le immagini di violenza che di recente stanno affollando il nostro orizzonte visivo hanno l’effetto di uno schiaffo.
Chi non l’ha sentito sulla faccia quando abbiamo visto dei ragazzi, che potrebbero essere nostri figli, fratelli, amici, picchiare un altro affetto da sindrome di down?
Ma gli stessi schiaffi, riprovevoli, possono risvegliarci da un sonno fatale.
Da una cecità consapevole e vigliacca.
La stessa che induce i politicanti ad individuare il nemico in Google o YouTube, attribuendogli implicitamente il ruolo che invece dovrebbe spettare alle istituzioni o alle famiglie. Non può essere un apparecchio tecnologico a controllare al posto di un genitore che ha rinunciato al suo ruolo di educatore. Non si possono attribuire alla Rete le colpe che invece ha una scuola che non è più in grado di inculcare valori umani e civili, che è indifferente e complice della brutalità che essa stessa cova.
Possiamo infrangere gli specchi che svelano la realtà, ma in questo modo non avremo contrastato la violenza, ne avremo rimosso soltanto il riflesso.
Lidia Tagnesi

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