Il panorama che emerge dall’ultima indagine sulla sicurezza in Italia ed in Europa è disarmante e confortante nello stesso tempo.
Ogni giorno una paura nuova o vecchia. Ma non ci facciamo abbattere. Ne stiamo vivendo di tutti i colori ma ce la mettiamo tutta per resistere e superare. Ebbene sì abbiamo in genere molta paura e mai come in questo inizio di 2015 siamo complessivamente in preda a svariate insicurezze, da quella economica a quella terroristica, ma nelle nostre terre sociali (piccole città e borghi di provincia) ce la caviamo.
Il panorama che emerge dall’ultima indagine sulla sicurezza in Italia ed in Europa è disarmante e confortante nello stesso tempo. E non è una contraddizione. Abbiamo paure ma proprio per il fatto che sappiamo di averle ci rassicura. Il ricercatore Ilvo Diamanti è molto chiaro: “Le tante paure non si traducono nella Paura con la P maiuscola”. Viene fuori che noi italiani, forse più di altri popoli europei, ci siamo abituati dal 2008 ad oggi ai rischi e alle crescenti insicurezze economiche, sociali e politiche. Come se ci stessimo facendo il callo. Da molte ricerche risulta che proviamo ovviamente orrore e esprimiamo condanna e risentimento per le grandi tragedie provocate dal terrorismo internazionale, di qualsiasi matrice, ma non siamo vittimistici e proviamo a trovare strade e sentieri per reagire. Parigi, Tunisi, sgozzamenti, attentati kamikaze nei templi ci colpiscono, ci angustiano, ci impauriscono, a volte ci bloccano, ci gelano il sangue ma non arrivano a sopraffarci.
E c’è un motivo. Il nostro tessuto sociale ci fa sentire “collegati”, la rete delle relazioni, anche nel piccolo borgo e nell’unione dei paesi che fanno reticolo territoriale non ci fanno sentire soli. Una condizione di vantaggio per il panorama italiano. Quello che invece ci fa paura e molto arrabbiare, da rincorsa con i forconi direbbe qualcuno, è l’incapacità di arginare e porre rimedio alla malavita nostrana, quella cosiddetta comune e quella organizzata, al diffuso malaffare e alla radicata malvivenza, e mai come in queste settimane sembra che non si riesca a superare le pluridecennali emergenze della sistematica corruzione e concussione, l’impotenza evidente dei tanti annunciati cambiamenti di mentalità e di percorso.
Si fa presto a dire che si cambia verso ma spesso l’unico verso che si sente è il lamento all’inconcludenza.
Sta forse arrivando uno spiraglio di luce che dovrebbe illuminare la ripresa economica e industriale, titolo entusiastici per il boom di assunzioni a tempo indeterminato, sta apparendo qualche effetto delle tante riforme strutturali messe in cantiere da una quindicina di mesi, i mercati internazionali stanno rivolgendo un nuovo interesse verso le nostre imprese, da quelle (poche) grosse alle tante medio-piccole, e in questo quadro non possiamo farci del male con la solita caduta in materia di criminalità, sicurezza sociale e finanziaria, evasione e corruzione.
Non possiamo dire di guarire dai raffreddori economici se continuiamo a tollerare i tumori corruttivi, e di evasione delle tasse. Non possiamo considerare di essere veramente sicuri se accanto alle riforme del lavoro, della pubblica amministrazione delle istituzioni, non dimostriamo che stiamo facendo qualcosa di fondato e serio nella sicurezza dei cittadini e delle imprese. Per noi per chi vuole investire nei nostri sforzi.
Molti colpi della magistratura e delle nostre forze dell’ordine sono stati messi a segno negli anni e negli ultimi mesi, e già avere una geografia del grande e piccolo malaffare è una buona base di partenza per la cura. Convivere con le paure non vuol dire accettarle ma chiedere continuamente a chi ci rappresenta, perché li abbiamo eletti, di fare di tutto per attenuarle e tendenzialmente annullarle. Altrimenti a tutte le emergenze che già conosciamo -dal terrorismo alla disoccupazione dalla recessione alla malavita- dobbiamo inesorabilmente aggiungere l’emergenza principale: l’incapacità politica. Grave e non più sopportabile.

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