Ho letto con attenzione l’articolo di Marco Mayer che ho sempre apprezzato per il suo coraggio politico e la sua lucidità in alcune analisi. In merito alla diserzione dalla urne degli elettori e, più in generale sulla sfiducia dei Cittadini (maiuscolo please) nei confronti delle istituzioni, i casi citati da Mayer, pur evidenti nella sostanza e testimonianze di verità oggettive, pongono il tema della disaffezione su un livello troppo “alto”, certamente ben comprensibili da chi quotidianamente si occupa dei temi della democrazia e della trasparenza, ma meno alla portata per chi si misura con disfunzioni, prevaricazioni, inadempienze, sciatterie e sopraffazioni del pubblico e di chi lo rappresenta. Il tema della disaffezione al voto (direi dell’abbandono perché si tratta di un fenomeno collettivo che riguarda ormai il 50% degli italiani) andrebbe ricercato anche in altre pieghe della democrazia. Credo che una parte (a mio giudizio molto corposa) dell’astensione sia da ricercarsi nella distanza sempre più evidente fra le istituzioni “democratiche” e i cittadini che non viene colmata dagli eletti anche grazie ad una legge elettorale folle che attribuisce ai segretari dei partiti la scelta dei parlamentari e la loro posizione nelle liste elettorali, E’ di questi giorni, direi di queste ore, il dibattito fra sordi che ha visto, e vede, come protagonisti Romano Prodi da una parte e il frontman del M5S Giuseppe Conte. Da una parte Prodi esorta a ricercare la compattezza del centro sinistra, senza se e senza ma, e dall’altro Conte che prima chiede l’analisi delle piastrine a chi aderisce all’alleanza e poi vorrebbe valutare chi ne ha a sufficienza. Non sfugge che Romano Prodi abbia battuto nelle urne Silvio Berlusconi qualche lustro fa, con un panorama elettorale ben diverso . Ma non deve sfuggire, in questo dibattito, che Conte (alleluia) pone un problema anche di strumenti che devono essere antecedenti al voto: la legge elettorale che oggi i grillini vorrebbero proporzionale e con l’espressione delle preferenze. Mi verrebbe da dire: era ora! In questo caso si propone un metodo che, almeno in parte, risponde alla riflessione iniziale. Legare gli eletti ad un voto e ad una indicazione personale dell’elettore vincola chi ha il compito di rappresentarlo anche ad ascoltarlo ed a tenere posizioni politiche conseguenti. In tempi di pensiero politico debole e di trasformismo dilagante non sarebbe risolutivo ma poterebbe sicuramente qualche beneficio. Forse risolverebbe anche qualche problema di analfabetismo politico (e non solo) nella selezione degli eletti. Sono ancora convinto che tante (tristi) e scapigliate figure parlamentari sarebbero scomparse da tempo e probabilmente non sarebbero state nemmeno elette se fossero passate attraverso una valutazione diretta e personale dei loro elettori. In questo caso la democrazia, la rappresentanza e la credibilità delle istituzioni ne sarebbero uscite sicuramente rafforzate e il mantra di chi si astiene “tanto il mio voto non serve” sarebbe una scusante meno efficace ma obbligherebbe anche i Partiti a confronarsi direttamente con gli elettori e non solo sui social e nei salotti tv.
Lorenzo Marchini

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