
Hanno ragione gli studenti che ieri sono scesi in piazza per chiedere una scuola migliore e la possibilità di contare nelle decisioni che riguardano la loro vita. Nelle loro richieste ci sono questioni concrete: edifici sicuri, costi dello studio sostenibili, personale scolastico adeguato, contrasto alle discriminazioni. È un movimento che merita ascolto e risposte.
La realtà sociale dietro questa protesta è quella di una famiglia che fatica a pagare libri e trasporti, di uno studente costretto a rinunciare all’università, di un giovane che teme di passare da un contratto precario. Ma a motivare le piazze sono anche la rivolta contro il riarmo e le guerre, il genocidio dei palestinesi, la cecità nel perseguire un modello di sviluppo che produce crisi ambientali e disastri, le tendenze repressive sul piano della sicurezza e le politiche contro i migranti.
La varietà delle iniziative mostra quanto sia ampio il disagio. Le richieste sull’istruzione si incontrano con quelle per la casa, con la solidarietà ai palestinesi, con la difesa dell’ambiente e con il rifiuto delle discriminazioni. Non tutte le organizzazioni hanno le stesse posizioni, ma emerge una consapevolezza comune: le condizioni in cui si studia dipendono anche dalla società nella quale si vive e dalle scelte politiche di chi governa.
Prendiamo gli edifici scolastici. Cittadinanzattiva ha registrato 68 episodi di crollo fra settembre 2025 e agosto 2026, comprendendo distacchi di intonaco, calcinacci e controsoffitti. Davanti a questi dati, la richiesta di investire nella scuola ha una concretezza che nessuna polemica può cancellare. Servono manutenzione, prevenzione, finanziamenti stabili e capacità di realizzare gli interventi.
Anche le tende contro il caro affitti rendono visibile una contraddizione: chiediamo ai giovani di formarsi, spostarsi, diventare autonomi, mentre l’accesso a una stanza può dipendere dalle possibilità economiche dei genitori. Il diritto allo studio resta incompleto se mancano alloggi accessibili, borse adeguate e trasporti sostenibili. La provenienza sociale continua così a pesare sulle scelte e sulle aspirazioni.
Per questo condivido la richiesta degli studenti di destinare risorse all’istruzione anziché alimentare la corsa agli armamenti. Le decisioni di bilancio stabiliscono quali bisogni vengono prima e quali possono aspettare. Gli studenti hanno pieno titolo per contestare questa gerarchia e a bruciare simbolicamente carri armati di cartone.
Lo stesso vale per il clima. Nella giornata di ieri sono tornati in piazza anche i ragazzi di Fridays for Future. La loro domanda riguarda città vivibili, salute, protezione del territorio e trasformazione dell’economia. È ragionevole che chi ha davanti molti decenni di vita pretenda una politica capace di guardare oltre la prossima scadenza elettorale.

Ci sono stati episodi di violenza e danneggiamenti che vanno condannati e le cui responsabilità devono essere accertati. Lanciare pietre e aggredire persone mette in pericolo gli altri e indebolisce la protesta. Ma attribuire, come fa la destra, a un’intera mobilitazione le responsabilità di singoli o di gruppi significa volersi sottrarre al confronto e scegliere la strada di criminalizzare la protesta.
Ci sono stati anche casi di professori che si sono frapposti tra polizia e studenti per proteggere questi ultimi dalle cariche e comportamenti diversi da parte delle questure. Anche su questi si dovrebbe indagare e capire.
Meloni ha chiesto alle opposizioni di condannare le violenze; adesso però dovrebbe spiegare agli studenti come intende affrontare i problemi che hanno portato in piazza.
Molto positivo è il documento comune con cui diverse organizzazioni giovanili del campo progressista hanno sostenuto la protesta delle tende e il diritto alla casa. È su battaglie concrete come questa che può crescere una collaborazione capace di coinvolgere studenti e lavoratori, unendo chi incontra difficoltà nello studio a chi lavora senza riuscire a vivere dignitosamente.
La sinistra deve esserci, ascoltando questi ragazzi, rispettandone l’autonomia e assumendo impegni verificabili: risorse nella legge di bilancio, politiche per gli alloggi, finanziamenti alla scuola pubblica, contrasto alla precarietà. La fiducia si costruisce quando alle parole seguono decisioni.
A una generazione che prende la parola dobbiamo rispondere con la disponibilità a cambiare e a dare risposte concrete.
Posso sbagliarmi, ma le mobilitazioni e le proteste che si vedono in Spagna, in Francia e ora anche in Italia, dimostrano che l’onda di destra può trovare nella società e tra i giovani in particolare scogli e barriere su cui si infrange e perde forza.
Enrico Rossi

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