Michele Donno, Storia dei socialisti democratici italiani. Dalla scissione di palazzo Barberini alla riunificazione con il PSI 1945-1968, due volumi in cofanetto, Rubbettino, 2018, pp. 780.
La lunga, secolare, vicenda del socialismo italiano è stata segnata da profonde, interne contrapposizioni, che possono farsi risalire agli anni della fondazione del PSI, allor quando si delinearono subito le “due anime”, poi definite riformista e massimalista (o rivoluzionaria), diversamente interpreti delle elaborazioni e proposizioni programmatiche del marxismo.
Alla crisi del marxismo degli anni ’90 dell’Ottocento può riportarsi la “diaspora” socialista, dapprima restata interna al partito, con la continuata lotta fra le due principali correnti, e quindi sfociata nella temporanea scissione della corrente sindacalista nel 1907 (poi rientrata), nella fondazione del Partito socialista riformista di Bissolati e Bonomi nel 1912, nella fondazione del PCd’I di Bordiga e Gramsci nel 1921, e del Partito socialista unitario di Turati e Matteotti nel 1922.
Motivo centrale della contraddizione profonda fra le “anime” del PSI era il giudizio sul sistema capitalistico, che, per taluni, restava l’obiettivo prioritario da colpire, per altri, invece, obiettivo a più lunga scadenza, vista la capacità dimostrata da quel sistema di superare le sue periodiche crisi.
Da ciò sarebbe derivata la strategia di “azione diretta”, sindacalistica rivoluzionaria, per i primi, incentrata sullo sciopero generale politico; e per i secondi, invece, un programma di lunga lena incentrato sul lavoro legalitario e parlamentare di rivendicazione e di conquista di migliori condizioni e leggi per il proletariato.
Riformisti e rivoluzionari nel PSI si sarebbero quindi trovati di fronte al fatto nuovo e sconvolgente della Rivoluzione in Russia, accentuando le proprie differenziazioni di analisi e le contrapposizioni politiche ed organizzative.
La nascita dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, anche nella teoria nuova del marxismo-leninismo, avrebbe reso quella contrapposizione, fra le “anime” socialiste, insanabile e fonte di un duro, violento confronto, appena attenuato per le esigenze comuni di lotta al fascismo e al nazismo.
Nel secondo dopoguerra la contrapposizione fra socialisti riformisti e socialisti “fusionisti” (favorevoli ad una fusione con il PCI) riapparve in tutta la sua carica di virulenza e di odio, che la stampa dei due partiti regolarmente offre al lettore.
Quando Giuseppe Saragat, nel gennaio 1947, a palazzo Berberini, fondò il Partito socialista dei lavoratori italiani, staccandosi dal PSI, divenne subito il “rinnegato della classe operaia”, il “traditore del proletariato”, il “servo della DC, del capitalismo multinazionale e degli Americani”.
Ma è ben noto che la scissione dei Socialisti democratici di Saragat si basava su una valutazione profondamente critica del processo rivoluzionario in URSS (denunciato come ormai degenerato nel dispotismo e nel terrore) e quindi sulla critica senza mezzi termini dei capisaldi ideologici comunisti dello Stato-guida e del Partito-guida del proletariato mondiale. Ed ancora: forte era il richiamo culturale e morale del Socialismo democratico europeo, che in numerosi Stati prendeva esplicite distanze dai partiti comunisti e dall’URSS. Ed infine: mutato appariva il giudizio sull’Occidente capitalistico, in particolare americano, visto ancora come luogo di profonde contraddizioni e distorsioni, ma anche come campo aperto per l’affermazione di libertà e di diritti della classe operaia organizzata. Basti leggere l’intervista data da Saragat, nel luglio del 1947, al suo ritorno in Italia da una visita negli USA, per capire come ormai la “diaspora” socialista apparisse irreversibile.
La storiografia prevalente ha per lungo tempo fatta propria la damnatio memoriae del socialismo democratico italiano, indotta dagli sprezzanti e liquidatori giudizi politici degli anni Cinquanta e seguenti, e ha cominciato a proporsi, senza consolatori occhiali ideologici, di fronte alle vicende italiane del secondo dopoguerra. Ed a ciò ha certamente giovato il crollo del Mito dell’URSS, e del marxismo-leninismo sottostante, originati dall’implosione materiale e morale dell’URSS.
Qualche anno addietro, ho cominciato il difficile lavoro di raccolta della documentazione del PSLI di Saragat, in gran parte andata dispersa. E tuttavia, grazie alle fonti superstiti, conservate anche nel CIRIEC di Milano, ho ricostruito in modo spero soddisfacente il puzzle organizzativo e politico del PSLI (1947-1952) sino alla fondazione del PSDI e alla sua riunificazione con il PSI nel 1966.
La mia Storia dei socialisti democratici italiani (1945-1968) aiuta a capire le dinamiche interne alla sinistra italiana, con i fondamentalismi ideologici di Nenni, la supponenza del “Migliore”, depositario con il suo partito della “corretta” via al socialismo, il pragmatismo di Saragat e Tremelloni, impegnati nella ricostruzione dell’Italia, al fianco di De Gasperi, con la mano solidale degli aiuti Marshall degli americani.
E così si comprende appieno come il problema italiano (e delle sinistre del Belpaese) non fosse Saragat e il socialismo democratico e riformista, bensì Nenni, – oseremmo dire – ipnotizzato dal mito dell’URSS, dall’antiamericanismo, da un partito comunista a strutturazione “centralistademocratica”. Ed oggi la storiografia più accorta, libera da condizionamenti d’appartenenza, ha compreso che fu merito di Saragat, del suo coraggio, della sua costante critica e tallonamento dell’amico Nenni, se due fondamentali obiettivi venissero raggiunti: nel 1948, quando la scissione e la nascita del PSLI avrebbe permesso all’Italia, nelle elezioni politiche del 18 aprile, la scelta del “campo occidentale”, nel duro confronto con i programmi collettivistici e statalistici del Fronte popolare, e, nel 1962, quando infine i socialisti italiani avrebbero abbandonato la subalternità politica al PCI (da molti vista come subalternità di carattere psicologico), risolvendosi ad assumere responsabilità di governo, in una società in crescita ed in crisi, come quella italiana.
Ed infatti, dopo la scissione di palazzo Barberini, sarebbero trascorsi – e forse si sarebbero perduti – ben quindici anni sino al momento in cui Saragat non fosse riuscito, dopo gestazione difficile e parto travagliato, a far da levatrice al primo governo di centro-sinistra.
Nel mio lavoro, cerco, quindi, di colmare un’altra lacuna, anch’essa derivata da quell’antico pregiudizio anti-PSDI e quindi antisocialista, che ha fatto sì che quasi tutte le principali opere d’assieme sull’Italia repubblicana ignorassero o addirittura banalizzassero il ruolo dei socialisti democratici italiani negli anni Cinquanta e Sessanta.
Così che il lettore attento potrà scorgere il faticoso lavorìo di Saragat verso Nenni ed il PSI, che nell’incontro di Pralognan del 1956 ebbe momento decisivo, per “schiodare” Nenni dalla inconcludente alleanza frontistica con il PCI. Certo, dopo l’incontro estivo fra i due, vi sarebbe stata la rivolta d’Ungheria del novembre e la repressione sovietica a dare il là per un “ritorno alla realtà” di Nenni, e tuttavia la passione civile di Saragat e Tremelloni e il loro impegno di mediazione con una DC ancora riluttante ad un’“apertura a sinistra”, sono evidenziati all’interno di una linea strategica ultradecennale del Psdi verso i compagni socialisti.
Nascono i primi esperimenti di centro-sinistra, con l’appoggio esterno del PSI, e quindi con Moro si giunge al primo governo definito “organico”, con la partecipazione di ministri socialisti.
Ma, con l’avvio del centro-sinistra organico non giunge a maturazione solo la ultradecennale azione del PSDI per un ingresso del PSI nell’ambito delle forze di governo del Belpaese, così come da molti anni già avvenuto per i partiti socialisti di molti paesi europei. Di più: si assiste al disancoramento del PSI dalle pulsioni anticapitalistiche ed antioccidentali (ed antiamericane), che in larga parte ne avevano improntato l’ideologia politica. E addirittura ad un esimio componente di questo partito, quale fu Antonio Giolitti, ministro del Bilancio, viene affidato il compito di redigere il Piano economico quinquennale. Costui lavorò fianco a fianco con un altro illustre esponente del socialismo italiano, qual era il socialdemocratico Tremelloni, ministro delle Finanze, ai quali il sottosegretario al Tesoro americano, Robert Roosa, nel marzo 1964, avrebbe riservato parole di elogio, accompagnate dall’erogazione di un prestito di un miliardo di dollari:
Noi eravamo naturalmente inclini a comprendere e a sostenere i colleghi italiani perché se l’Italia è la seconda fra le maggiori nazioni industriali ad attraversare un periodo di delicato riadattamento strutturale in seguito agli effetti della convertibilità delle valute, gli Stati Uniti sono stati i primi a dover far fronte a simili problemi […] Noi siamo stati assai favorevolmente impressionati nel vedere che di fronte a forti perdite nella bilancia dei pagamenti l’Italia non è ritornata sui suoi passi sospendendo la riduzione dei dazi doganali ed imponendo altre limitazioni ai più liberi scambi introdotti dal Mercato comune, ma ha invece cercato di mettere a disposizione degli esportatori maggiori beni per i mercati stranieri ed ha cercato i capitali sia per finanziare questo aumento nelle esportazioni che per intensificare gli investimenti nelle aziende allo scopo di elevare la produttività del lavoro. Quel che l’Italia è in grado di ottenere in questo momento, senza abbandonare il principio di sempre più liberi scambi è importante non soltanto per il benessere collettivo delle nazioni libere e per la parte che l’Italia ha fra di esse, ma anche per l’esempio che essa dà agli altri paesi nell’affrontare e risolvere problemi che prima o poi anch’essi dovranno affrontare. Questo è una specie di secondo “Einaudi round”, il secondo esempio di come sagge misure prese tempestivamente possono produrre senza gravi crisi quegli adattamenti che sono richiesti dai problemi creati in periodi di rapido sviluppo industriale.
Gli Stati Uniti, nonostante molte perplessità all’interno del loro establishment, sostennero l’esperimento del centro-sinistra organico, ed a loro Saragat, divenuto Presidente della Repubblica, a Washington nel settembre 1967, avrebbe rivolto parole di apprezzamento e gratitudine, riprendendo quanto aveva dichiarato quasi vent’anni prima, al termine del viaggio negli USA del luglio del 1947:
Per noi italiani gli Stati Uniti non sono soltanto il Paese che per ben due volte […] ha mandato i suoi figli a battersi per la libertà dell’Europa. Esso non è soltanto il Paese che nel 1945, allorché l’Italia usciva distrutta da una delle più tragiche esperienze della sua storia, ci aiutò con generosità fraterna a ritrovare la grande strada maestra della libertà, della giustizia sociale, della prosperità e del progresso. Gli Stati Uniti sono per noi la grande culla della democrazia occidentale, il banco di prova dove i principi della libertà -sorti e coraggiosamente proclamati nel vecchio continente- si affermarono concretamente di fronte al mondo.
Vengono, quindi, evidenziati questi lunghi fili di collegamento della riflessione filo-occidentale e filo-europea nel PSDI, sottolineando la proposta di Saragat, ministro degli Esteri, di un Piano per l’integrazione politica dell’Europa, fortemente condiviso dal presidente del Consiglio Moro.
Il mio lavoro di ricostruzione storiografica ripercorre passo dopo passo il difficile cammino dei tre governi Moro, mettendo in rilievo difficoltà, insuccessi, realizzazioni, e soffermando anche l’attenzione sulle posizioni ostruzionistiche o di vero e proprio boicottaggio, messe in atto da parti della deputazione parlamentare democristiana. Ed infatti, dall’interno della componente della DC, che veniva definita “dorotea”, si mossero pregiudizi, ostacoli, aggiramenti. E Tremelloni, promotore di politiche di austerità, a fronte della crisi economica, lo confidò a Moro, che avrebbe aggiunto:
Tremelloni non avrebbe certamente potuto attuare la riforma tributaria e quella della pubblica amministrazione senza colpire segmenti rilevanti dell’elettorato democristiano: piccoli e medi imprenditori, artigiani, coltivatori diretti, impiegati. La sua azione fu fortemente ostacolata e presentata, anche da alcuni esponenti della coalizione governativa, in modo tale da risultare molto spesso impopolare; nonostante la linea politica generale del suo ministero fosse pubblicamente condivisa dalla Dc, il sostegno di alcuni colleghi di governo e della stessa maggioranza parlamentare democristiana, su alcuni provvedimenti fiscali, “stranamente” era venuto a mancare.
E queste permanenti difficoltà di governo, che si originavano dall’interno della DC, sarebbero state regolarmente confermate dal lungo percorso segnato dal varo della Riforma tributaria, redatta dal ministro socialista democratico Luigi Preti, che, presentata nel luglio 1967, attraverso le difficoltose approvazioni dei vari decreti delegati, sarebbe entrata in vigore l’1 gennaio 1974.
Vicenda del centro-sinistra italiano, quindi, fra luci ed ombre, cui le ragioni dell’anticomunismo, legate anche agli insuccessi elettorali della coalizione governativa, spingevano in direzione di politiche assistenzialiste, con una inevitabile attenuazione dei provvedimenti di austerità, di organica programmazione della spesa pubblica e di razionalizzazione della pubblica amministrazione, che in quella situazione si rendevano necessari.
Michele Donno

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